nocturne

Ho visto Marte e Venere sul treno

Pubblichiamo un un racconto di Caterina Serra, autrice di Padreterno (Einaudi) ringraziando l’autrice e l’editore.

È mio e decido io, dice il bambino accanto a me sul treno che ci porta da Roma a Torino.

La bambina a cui si rivolge tiene all’orecchio la sua parte di auricolare, dividendola col fratello. Stessa musica, diversa possibilità di decisione. Quel DECIDO IO determina la scelta musicale, l’impossibilità di ascoltare insieme qualcosa che piaccia a tutti e due, l’adozione, o la naturale predisposizione – culturale, educativa, o genetica?, di un linguaggio che pone su due piani i due bellissimi bambini che, dio li benedica, avevano già capito tutto di come funziona. Funziona? La bambina, probabilmente abituata alla questione Io sono più forte di te, non val la pena discutere, meglio essere un po’ accomodante, cede la sua metà di auricolare, e si mette a giocare da sola.

Fai la brava, dice la mamma, sai che vuol sempre averla vinta lui. Si stanca subito, vedrai. Vuole solo farti vedere chi è più grande.

E fino a qui un po’ sorrido, un po’ mi dico forse sto viaggiando nel tempo, quello in cui fin da bambine qualcuno ci insegnava l’arrendevolezza. Poi arriva quello che potremmo chiamare il modello di riferimento, Lo faccio anch’io con papà, lo sai? Gli dico sì, va bene, facciamo come dici tu, ho imparato, a lui fa piacere, crede di decidere lui. Ti ricordi cosa dice sempre la nonna? Ahia, anche la nonna!, e devo averlo detto a voce alta, perché le due generazioni sedute una di fronte all’altra si voltano all’unisono verso di me con la stessa espressione sospettosa. Che dice la nonna? Che dicevano tutte quelle prima? Che non parlavano senza essere interrogate, che avevano uomini piccoli e li facevano sentire grandi? Che volevano solo sedurre o dare alla luce bambini? Che piacevano tanto agli uomini. Lo so, non è più così, mi dico, la mentalità è cambiata, la cultura lo è. Viviamo in una società paritaria, dove donne e uomini si guardano come soggetti liberi, indipendenti, dove il patriarcato è stato fin troppo dissacrato, il maschilismo ha fatto una brutta fine, il sessismo non alberga più nelle nostre case, uffici, camere da letto.

La bambina sorride alla mamma e pronta risponde: ricordati che sei una bambina, dice la nonna, sei più intelligente di lui, puoi anche dargliela vinta. Oddio, mi dico, che meraviglia di ribaltamento, elogia la sua intelligenza, a quanto pare superiore, e la educa al silenzio, la rende consapevole della forza della sua superiorità e al contempo la convince a non usarla per sé, invitandola all’abnegazione. Forte e sottomessa. O meglio, consapevole di una forza che le serve solo a compiacere l’altro, a farlo sentire bene, a non metterlo mai in discussione. A non stimarlo? Gli uomini, si sa, sono fatti così. Non sanno raccontarsi, non sono abbastanza aperti, sono più deboli, hanno bisogno di essere rassicurati, si tengono dentro tutto, non amano come noi, non vedono le cose come noi. Non ci guardano come li guardiamo noi. E deve essere vero, mi dico, se ce lo raccontiamo da generazioni. E magari è pure eccitante avere a che fare con la diversità, con la bellezza sospesa di un non detto, l’incomprensibilità di un atto mancato, il mistero di un rapporto che ha parole che non si riferiscono mai allo stesso campo semantico, voglio dire, allo stesso mondo. Parole che per uno vogliono dire una cosa e per l’altra invece. Se dico acqua è chiaro che me la vedo arrivare da un rubinetto, o da una bottiglia, ma se dico acqua a un leone? Sarà pure la stessa sete, ma la sua acqua è quelle delle pozze, dei fiumi tutt’al più. Stessa parola, due significati almeno. Ed è così, allora, che succede? Che non ci intendiamo? Che è meglio lasciar perdere, se uno dei due parla la lingua dei leoni?

If a man answers di Henry Levin è un film americano del 1962. Chantal, Sandra Dee, fresca di matrimonio chiede consiglio alla madre, di origini francesi, su come capire l’uomo che ha sposato, su come fargli capire cosa le piace, su come essere felici, alla fine, continuando a sedurre il marito, Bobbie Darin, che non abituato al genere di vita matrimoniale che, si sa, finisce sempre per mortificare la passione, inizia a trascurare la moglie a causa del lavoro. La madre, che le origini parigine devono aver edotta nell’arte di restare amante e non diventare moglie in bigodini e ciabatte, consegna alla figlia un manuale per giovani spose, tramandato di madre in figlia da generazioni: un libretto su come addestrare un cane. Sulle prime la ragazza si rifiuta di accostare la figura del marito al più fedele degli animali, ma poi inizia a sperimentare qualche suggerimento: chiamare sempre lasciando intendere che, se risponde, ci sarà un premio (ecco il titolo del film, Se un uomo risponde, come dire, Se un cane obbedisce), fare sempre i complimenti, far credere di poter andare dove vuole lui per poi indirizzarlo verso il luogo desiderato, tra tiratine di guinzaglio e allungamenti di catena, tra carezze e sculacciate. E la cosa funziona. Funziona? Il matrimonio si riaccende, il marito non vede l’ora di stare con la moglie, compiaciuto e felice della nuova vita di coppia – a questo punto verrebbe da associare una certa immagine di dominatrice frusta e tacchi a spillo ma non vorrei arrivare a sostenere che un uomo oggi come allora si possa sentire più a suo agio nel giogo-gioco sadomasochistico.

Ma allora come funziona, per capirsi bisogna fingere di essere qualcos’altro? Bisogna immaginare di parlare come se l’altro non capisse, non avesse voglia di capire, soprattutto, non amasse tutto quello che non è facile afferrare al volo? Cosa non va nel mistero di due corpi che funzionano in modo diverso, nell’imperscrutabilità di due menti che cercano di farsi capire, e non hanno mai le parole giuste? Cosa impedisce loro di mettersi nella più o meno meravigliosa testa dell’altro?

Qualcosa di eterno, di ridicolmente ripetitivo, come uno sketch che continua a far ridere nonostante anni di cambiamenti sociali, rivoluzioni nei costumi, cadute di tabù in odor di peccato e convenzioni piccolo borghesi, si infila ancora tra le pareti domestiche, tra i banchi di scuola e di chiesa, tra Roma e Torino (ma solo perché il treno muove verso Nord). Fa un po’ sorridere, sì, e allora qualcuno potrebbe dire che se fa ridere vuole dire che lo abbiamo esorcizzato: la questione non è il linguaggio, ma come parliamo, apostrofiamo l’altro sesso, come lo zittiamo, o lo prendiamo in giro, reciprocamente, e soprattutto cosa ne facciamo dei nostri pensieri e dei nostri giudizi, a quali modelli o maestri ci riferiamo quando ci rivolgiamo gli uni alle altre e le altre agli uni. Ho l’impressione che la prima forma di violenza sia il disascolto, il far finta di ascoltare quel che l’altro vuole dire, la presunzione di aver capito quel che l’altro intendeva. La scontatezza assunta come piano di ascolto: anche se non capisco non importa, come potrebbe mai sorprendermi?

Scendo dal treno, saluto le due generazioni di donne che chissà cosa si racconteranno tra qualche anno, quando la bambina avrà a che fare con gli uomini della sua vita, magari evoluti, felici di discutere, di guardarsi dentro, di ribaltare quel tavolo di pregiudizi, luoghi comuni, volgari stereotipi che appesantivano di incomprensioni e fatica le relazioni, che scatenavano sotterranee violenze quotidiane, rivendicazioni infinite da entrambe le parti, e saluto anche il bambino che, con un colpo di genio di eleganza antica, come a prendersi un po’ gioco di me e delle mie associazioni altrettanto antiche, mi cede il passo prima di scendere!

Appena fuori della stazione chiedo a due vigili la strada per essere certa di non sbagliare. Di lì, sempre dritto, risponde il primo. Ma se vado di qui è lo stesso? Sì, ma di lì è tutta dritta, è più facile, mi risponde il secondo. Grazie, allora se è lo stesso vado di qui, mi piacciono i portici, dico io.

Ecco, lo sapevo, dice l’uno all’altro rivolti entrambi verso di me, voi donne chiedete e poi non ascoltate mai gli uomini!

Caterina Serra, scrittrice e sceneggiatrice. Ha vinto nel 2006 il premio Paola Biocca per il reportage letterario con “Chiusa in una stanza sempre aperta”, da cui ha avuto origine il romanzo-reportage Tilt (Einaudi, 2008). Il suo secondo libro “Padreterno” è uscito nel 2015 sempre per Einaudi.
È sceneggiatrice di film documentari come “Napoli Piazza Municipio” (Bruno Oliviero, Premio per il miglior film documentario al Festival del Cinema di Torino, 2008), di “Parla con lui” (Elisabetta Francia, 2010) e
autrice del soggetto e della sceneggiatura di “Piccola Patria” (Alessandro Rossetto, Venezia ’70 sezione Orizzonti, 2013). Con lo stesso regista ha lavorato al film in uscita “Effetto domino” tratto dal romanzo
di Romolo Bugaro, Einaudi.
Collabora all’ideazione di Immemoria con il coreografo e ballerino Francesco Ventriglia, Teatro alla Scala, Milano, maggio 2010. È autrice di Displacement – New Town No Town, (fotografie di Giovanni Cocco), un progetto di scrittura e fotografia, esposto al MACRO di Roma nell’ambito del Festival Internazionale della Fotografia 2015 (Quodlibet 2015), e in esposizione al Centre de la Photographie di Ginevra nel 2020. Scrive regolarmente per il settimanale “L’Espresso” e collabora come autrice con “La Repubblica” e con la rivista online “Minima&Moralia”.
Sta scrivendo il suo terzo romanzo.
Commenti
Un commento a “Ho visto Marte e Venere sul treno”
  1. Silvana Porcu scrive:

    Il maschio alfa si alfabetizza in famiglia.

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