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Hokusai all’Ara Pacis: tra vilipendio e stupore

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In occasione dell’imminente mostra “Giappone. Storie di amore e di guerra”, che si svolgerà a Bologna, a Palazzo Albergati (dal 21 marzo al 29 luglio 2018), ospitiamo una retrospettiva della rassegna capitolina su Hokusai ospitata dall’Ara Pacis, conclusa da poco.

di Chiara Babuin

L’uomo si è organizzato in comunità/società, per difendersi dalla Natura, senza la quale, però, era ben conscio non sarebbe potuto esistere: “l’Uomo è un essere biologico e contemporaneamente un individuo sociale”, diceva Levi Strauss. Inizialmente, il primato della Natura sull’Uomo era qualcosa che nessuno – all’interno di una comunità – avrebbe messo in dubbio; di fatto, il concetto di Sacro nasce proprio come sommo aggettivo riferito alla Natura e alla sua potenza, che riesce tanto a sostentare l’uomo, quanto a distruggere le sue opere e la sua stessa vita.

Allora, come adesso – anche se l’antropocentrismo derivante da quest’era tecnologica coatta lo fa scordare.

Tutta la storia della civiltà umana è segnata da questo rapporto con la Natura – legame fondante dell’antropologia, nonché tema eternizzato in millenni di pratiche artistiche –, tanto da poter sfacciatamente e grossolanamente affermare che l’umanità è – in toto – il binomio cultura/natura. Anzi, esagerando, si potrebbe dire che la Cultura non è altro che una serie di sistemi interpretativi della Natura stessa, inventata dall’uomo per comprendere e comprendersi: “tutto ciò che è universale, presso l’Uomo, appartiene all’ordine della natura ed è caratterizzato dalla spontaneità, e che tutto ciò che è assoggettato ad una norma appartiene alla cultura e presenta gli attributi del relativo e del particolare”, afferma sempre Strauss.

Tra le civiltà che hanno sviluppato, sin dai tempi più antichi, un sistema di comprensione semplice e profondamente spirituale – senza però essere sentimentale –  c’è sicuramente quella giapponese: popolo enigmatico (non solo per gli occidentali) e che sbalordisce per come ogni loro singolo gesto quotidiano (la cerimonia del te, il modo in cui si siedono, la perfezione dei loro manufatti, l’accuratezza nella preparazione del cibo) abbia a che fare con l’arte.

E proprio di arte si vuol parlare. O, meglio, si vorrebbe. Sì, perché nel contesto dell’Ara Pacis di Roma, che fino al 14 gennaio 2018 ha ospitato Hokusai: sulle orme del Maestro, parlare di Arte riesca davvero difficile; disarmante, se si ha nella memoria il vivido ricordo della praticamente perfetta mostra di Hokusai, Hiroshige, Utamaro avuta luogo a Milano, nella magnifica cornice di Palazzo Reale (conclusasi a gennaio 2017), dalla quale provengono tutte le opere del Maestro visibili nella sua (sfortunata) esposizione romana.
Ciò che stupisce, al limite dello choc, è la sciatteria con la quale i capolavori giapponesi sono stati accolti. Un allestimento quasi criminale: luci che non permettevano di vedere bene le opere (e non c’entra la scarsa potenza d’illuminazione, che avrebbe innegabilmente deteriorato le fragili silografie orientali), vetrine con pezzi di intonaco crollato, pannelli stuccati alla bene e meglio, ma, soprattutto, pezzi di legno e nastro adesivo a vista, usati come stabilizzatori delle cornici delle opere. Si rimane esterrefatti dalla pochezza estetica, dall’inettitudine espositiva nel presentare senza responsabilità e senza cura dei capolavori dell’arte orientale (e mondiale).

Come se non bastasse, anche la disposizione delle opere nel museo sembra essere raffazzonata, salvo poi scoprire da un comunicato stampa, che le circa 200 opere sono “esposte in due rotazioni per motivi conservativi legati alla fragilità dei materiali”. Ovviamente, questa informazione e i relativi giorni di alternanza delle opere non sono mai stati resi noti al pubblico, quindi all’ignaro fruitore è stato dato in pasto una esposizione a groviera.
Assolutamente incolpevole in tutto ciò, anzi, vittima, la bravissima curatrice Rossella Menegazzo, figura fondamentale delle più importanti rassegne di arte giapponese in Italia. Il suo grande lavoro si basa nel creare dei percorsi tematici all’interno della mostra, volti a far comprendere al fruitore il rapporto dell’artista con ciò che stava creando. Questa formula è stata assolutamente vincente e valorizzata dal perfetto allestimento milanese, ma nel contesto romano, tra l’incuria espositiva e la rotazione delle opere, il fruitore si è ritrovato di fronte a una manciata di silografie di Hokusai quasi messe a caso, senza ordine, nella totale impossibilità di immergersi nel vero spirito con il quale quei capolavori sono stati realizzati e nel seguire ogni ragionevole cambiamento stilistico del Maestro.

Per fortuna, quando si ha a che fare con delle vere opere d’arte, l’esperienza estetica va oltre la volontà umana. Ecco così che grazie all’abilità artistica di Hokusai (1760 – 1849) è possibile intuire la sua idea del rapporto tra Natura e giapponesi. Un popolo infaticabile, totalmente agente all’interno di un ambiente naturale immenso e anch’esso in eterno movimento (visibile e non): l’ukiyoe, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”. Hokusai rappresenta i giapponesi, spesso minuscoli, sovrastati dalla mutevolezza ambientale,  con facce e muscoli ben definiti, in uno sforzo costante e con il corpo sempre in tensione. Ma l’immagine non è mai tragica o drammatica. È l’espressione di un cosmos che si regge sui pilastri dello shintoismo, dal quale emerge il concetto di Sacro: si percepisce il senso di caducità dell’essere umano, rispetto alla spaventosa e assieme munifica bellezza della Natura. Ma l’importante è agire, perché è naturale – nel vero senso della parola – farlo. I giapponesi fanno, come fa la natura: sono l’uno lo specchio dell’altro. In Hokusai è come se trapelasse l’attiva, cocciuta e assolutamente non nichilista arrendevolezza del popolo del Sol Levante verso i moti degli spiriti naturali. È un’arrendevolezza dovuta alla somma gratitudine verso la generosità della Natura stessa. Per capirlo, basta osservare come Hokusai raffigura l’acqua: una materia pronta per l’uso, una sostanza funzionale per l’uomo; onnipresente e per questo indispensabile, anche se può essere tremenda e distruttrice. Quella del Maestro è un’acqua che appartiene al mondo delle idee: è l’idea stessa di acqua. Ecco quindi la delicatezza di Hokusai, trasmessa da un gusto compositivo impeccabile, da un tratto leggero, ma definito e dai toni pastello; salvo quell’utilizzo incisivo e insieme dolcissimo del blu di prussia (colore che ha superato le barriere protezionistiche giapponesi, proprio nel tempo dell’attività dell’artista).

Ma la mostra non offre solo le opere di Hokusai, anzi. Esse sono il pretesto per confrontare lo stile degli artisti che da lui derivano. Tra i principali eredi del Maestro spicca Keisai Eisen (1790–1848), particolarmente apprezzato in patria per il suo contributo nel bijin, ovvero la rappresentazione della beltà femminile. Cortigiane e nobildonne vengono quindi ritratte mentre sfoggiano splendidi e raffinati kimono, arma di seduzione femminile per antonomasia, e fascinose  acconciature. Stupisce di Eisen la cura quasi maniacale per i particolari, le fantasia delle vesti, la sinuosità delle pose, inserite in uno spazio essenziale, per dare risalto alla potenza del femminile.
Un genere che raccorda il genere paesaggistico dell’ukiyoe a quello del bijin è il meisho, ovvero il raffigurare delle località celebri: solitamente stampe con fine pubblicistico, destinate ai piaceri e agli svaghi della nuova borghesia nascente (chonin), come la quasi totalità delle serigrafie di questi maestri.
Un altro soggetto in cui Eisen era particolarmente apprezzato, come pure il suo maestro Hokusai, è quello erotico. I giapponesi distinguono le immagini pornografiche (shunga), in cui i sessi degli amanti sono esplicitati, dalle cosiddette “immagini pericolose” (abunae), ovvero scene che non esplicitavano il rapporto sessuale, ma lo lasciavano intuire, esprimendo la lascivia, la furtività e la complicità nei volti e nelle pose dei partneri. Solo la raffinatezza e la saggia ironia dei maestri giapponesi potevano bandire da questo genere il cattivo gusto, a favore della sensualità. Una sapienza che purtroppo il popolo giapponese non è riuscito a trattenere fino ai giorni nostri (salvo rare eccezioni).

Insomma, Hokusai: sulle orme del Maestro era sicuramente una mostra interessante da vedere, ricca di reperti iconografici preziosi e affascinanti (non solo perché appartenenti a un’altra cultura e, quindi, a un altro modo di rapportarsi con la realtà). Tuttavia, come detto, la mancata valorizzazione nell’allestimento ha reso la fruizione della mostra complicata e non pienamente godibile. Una prassi, ahinoi, tipicamente romana, quella di non dare valore a ciò che si ha (tanto o poco che sia), che da qualche anno sta imbruttendo la gestione dell’Arte nella capitale.

 

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