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Frammenti di un disastro sopito: “Hotel del Nordamerica” di Rick Moody

Una successione di camere d’albergo come tentativo di decodificare la memoria e, attraverso di essa, riconoscere (o inventare) un’identità. Rick Moody parla del nuovo romanzo.

Trasformare le recensioni online in letteratura: è la sfida lanciata dallo scrittore americano Rick Moody con il suo ultimo romanzo Hotel del Nordamerica. Da sempre attento osservatore dei malesseri della contemporaneità, Moody è uno scrittore che predilige restare aggrappato al tempo presente, anche quando, come in questo caso, costruisce un mondo parallelo, quello ingannevole e deformante della rete.

E se qualche anno fa, per raccontare la sua vita, Paul Auster aveva fatto, in Diario d’inverno, un memorabile elenco di tutti gli appartamenti in cui aveva vissuto, Moody va oltre. Il protagonista di Hotel del Nordamerica, Reginald Edward Morse, racconta se stesso attraverso le decine e decine di camere d’albergo in cui ha soggiornato. Ciò che ne scaturisce è uno spiazzante inventario di solitudini e miserie, sconfitte e nevrosi, nel quale lo squallore della parabola esistenziale di Reginald va di pari passo con l’incuria delle camere prenotate.

Stavo cercando di scrivere un romanzo più convenzionale”, ci ha detto Rick Moody, “ma sentivo che il mio cuore non mi seguiva, che non riusciva ad entrare nel romanzo. Avevo la sensazione che qualsiasi opera di finzione che ignorava internet e la possibilità di una vita online non sarebbe riuscita a descrivere il luogo e il tempo in cui ci troviamo ora. E poi è successo che ho alloggiato in un pessimo hotel a Bergen, in Norvegia, e ho pensato: perché non provare a fare un romanzo di questa roba qua? Una sequenza di recensioni di pessimi alberghi? Non racconterei così la vita contemporanea meglio che con un romanzo vecchio stampo?”.

Reginald è uno dei tanti uomini senza qualità che attraverso la rete riesce ad indossare un ruolo, quello che non ha trovato come marito, come amante, come padre, come oratore motivazionale. Scrive compulsivamente recensioni di hotel per il sito ValutaIlTuoSoggiorno.com e ne diventa uno dei contributor di punta. Viaggia tra alti e bassi, tra recensioni propriamente dette e post in cui recensire un hotel è soltanto un pretesto per parlare di tutt’altro, scordandosi in alcuni casi persino di descrivere la struttura in questione. Quello di Reginald è un cerimoniale distimico, nel quale i più avvezzi alla rete riconosceranno tic bizzarri ma oramai molto comuni.

Una dopo l’altra, come frammenti di un disastro sopito, le recensioni rappresentano un uomo vicino alla resa emotiva e rendono nella maniera più limpida quell’inconfondibile sensazione che proviamo svegliandoci nel cuore della notte e scoprendoci soli a contemplare la sfilza di zeri a cui somiglia la somma dei nostri giorni: solo una camera d’albergo, specie se scadente e tetra, sa come incorniciare alla perfezione quella sensazione.

La voce di Reginald è stata la prima cosa a venire fuori. Non avrei potuto scrivere questo libro senza la voce giusta!” ci tiene a sottolineare Moody, e la potente e disturbata prima persona singolare è uno dei punti di forza del romanzo.

Almeno fino al sorprendente finale, quando un immaginario Rick Moody scrive la postfazione per il libro di recensioni di Reginald Morse e il cerchio si chiude beffardo, sprezzante della ricerca di un qualsiasi senso da attribuire al nomadismo, cedendo invece alla dispersione, come si conviene a ogni storia on the road che si rispetti.

Hotel del Nordamerica è uno dei romanzi più riusciti dell’autore newyorkese, che si affida ad una narrazione insolita e discontinua, per quanto al passo con i tempi.

Certamente c’è da parte mia un potente desiderio di essere originale e di evitare di ripetere me stesso”, dice Moody. “Allo stesso tempo, credo che il concetto di originalità non abbia un senso universale, ma risieda almeno in parte negli occhi di chi legge e osserva. Per quanto mi riguarda, sto cercando di portare il romanzo in direzioni che sono state prese di rado, credo faccia parte del mio lavoro. Spetterà agli altri, poi, dire se sono riuscito nell’intento”.

Il romanzo è percorso da un iperrealismo che sfocia spesso nel grottesco. Hotel del Nordamerica è John Cheever che incontra Jim Jarmusch e decide con lui di rivitalizzare un mazzo di ricordi poco entusiasmanti con l’aiuto di una cassa di birra.

Alcuni capitoli sono dei ritratti così calzanti della maleducazione esistenziale del nostro tempo che brillerebbero di luce propria anche estrapolati dal contesto. E benché la commistione di tragico e comico veda spesso il primo registro prevalere sul secondo, è quando si ride che la scrittura di recensioni, sulle ali di una glaciale (auto)ironia, si trasforma in letteratura.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
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