Peter Paul Rubens Two Sleeping Children_1612-13 ca

Humanities e Terzo settore. Come tenere insieme innovazione sociale e mondo della ricerca

Peter Paul Rubens Two Sleeping Children_1612-13 ca

Questo pezzo è uscito su L’Huffington Post. (Immagine: Peter Paul Rubens, Two Sleeping Children_1612-13 ca., The National Museum of Western Art, Tokyo)

Proprio in questi giorni David Folkerts-Landau, capo economista di Deutsche Bank, ha ammesso che “per tenere unita l’eurozona abbiamo sacrificato un’intera generazione”. Nella sua durezza, per niente attenuata dal proposito di sincerità, l’affermazione si commenta da sola. In tutta Europa, e particolarmente nei paesi dell’Europa mediterranea, l’emergenza occupazionale si intreccia oggi con la questione generazionale in una misura che non ha precedenti nel dopoguerra. Per chi ha meno di quarant’anni la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso, corrispondente agli studi fatti e alle aspettative maturate, si rivela spietatamente difficile.

Come assicurare maggiore occupazione in settori a elevata specializzazione come le industrie culturali e creative? Questa è una buona domanda se cerchiamo di capire quali possano essere le migliori politiche educative e di sviluppo. Discutiamo spesso di “innovazione”, talvolta in modo confuso o vagamente messianico. Ma davvero l'”innovazione”, meglio se dirompente, risolverà tutti i nostri problemi? Vediamo di stabilire alcuni capisaldi.

In primo luogo. Non è chiaro cosa intendiamo per innovazione culturale. Per taluni, interessati a indagare i processi psicobiologici che stanno dietro alla Grande Creatività, “innovazione culturale” è sinonimo di “innovazione cognitiva”, cioè di intuizione e scoperta – i “momenti Eureka” di cui parlano gli scienziati. Per altri invece, più attenti alla dimensione socioeconomica, “innovazione culturale” significa “innovazione sociale in ambito culturale”. Ci riferiamo in questo caso alle piccole o piccolissime imprese (o start up) attive nel settore culturale e ai mutamenti (che la transizione digitale, ma non solo, introduce) nel consumo, nella circolazione e nella trasmissione di contenuti culturali. I due punti di vista (psicologico e socioeconomico) sono molto diversi, e non necessariamente collegati tra loro.

In secondo luogo. Circola un equivoco dannoso: meglio fugarlo. L’impresa culturale non è di per sé culturalmente innovativa. Al contrario. Al pari di una qualsiasi altra impresa, può mancare di risorse materiali e immateriali e ignorare del tutto l’innovazione di prodotto (o di servizio). Accade nell’ambito delle imprese culturali che si occupano di servizi al patrimonio: costituiscono non di rado un opaco sottobosco di microrendita e relazione. In generale: l’impresa culturale soffre per lo più dei limiti (di capitale umano, economico e sociale) di cui soffrono le piccole e piccolissime imprese italiane. A queste condizioni è impensabile investire in Ricerca e Sviluppo: l’impresa è sì “culturale”, ma i “contenuti” non sono per niente innovativi.

Come agganciare innovazione sociale e innovazione cognitiva (o mondo della ricerca istituzionale nelle sue componenti virtuose)? Questa è una seconda buona domanda. I due mondi in Italia sono socialmente separati: la difficoltà di costruire ponti non è dunque trascurabile. È tuttavia importante che ricercatori universitari e early careers (provenienti in primo luogo dalle scienze umane e sociali) siano spinti a partecipare attivamente alla costruzione (e alla formazione) di nuove comunità imprenditorial-culturali e di ricerca extra-accademica oltreché a processi di qualificazione del Terzo Settore. Ed è non meno importante, per la maturità civile di noi tutti, che le agenzie formative, in primo luogo scuola, università e media, possano confrontarsi produttivamente con i movimenti per rinnovare agende di ricerca e criteri di valutazione. In un mondo perfetto, dunque molto lontano da qui, autoimprenditorialità e formazione permanente compongono le due parti di un intero.

Si è osservato che i vertici accademici italiani si comportano spesso come apparati di partito: chiudono l’università al suo interno cingendola di mura impenetrabili, ancorché immaginarie. E che dire di una buona parte della dirigenza di tv e giornali mainstream? Ripetizione dell’identico e vincoli di fedeltà vincono di gran lunga sulla curiosità o l’indagine. Dobbiamo senz’altro proporci di combattere questo atteggiamento sterile, che allontana e depaupera; e sfidare istituzioni senescenti sul piano di un civismo radicale. Immaginiamo dunque nuove istituzioni educative, scientifiche e giornalistiche. O meglio impegniamoci in modo concreto, nell’azione quotidiana, nella ricerca, nella comunicazione, per pretendere che le istituzioni esistenti si aprano durevolmente alle “minoranze vitali” e alle energie più innovative del paese.

Michele Dantini insegna storia dell’arte contemporanea all’università del Piemonte orientale, collabora con i maggiori musei italiani di arte contemporanea ed è visiting professor presso università o centri di ricerca nazionali e internazionali. Laureatosi in storia della filosofia e perfezionatosi (Ph.D.) in storia dell’arte contemporanea presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, The Courtauld Institute, Londra, Eberhard Karls Universität, Tubinga, tra 2011 e 2013 ha diretto il Master in Educational Management al Castello di Rivoli Museo di arte contemporanea. Ha appena terminato di scrivere un libro sul tema dell’innovazione cognitiva (Il momento Eureka, CheFare_doppiozero, Milano 2015, in corso di pubblicazione) e coordina un progetto editoriale e di conricerca dedicato all’arte italiana contemporanea degli anni Sessanta e Settanta. E’ interessato alle geopolitiche culturali, ai rapporti tra immagine e testo e al dialogo tra storia dell’arte e scienze cognitive. Tra le sue pubblicazioni recenti Macchina e stella. Tre studi su arte, storia dell’arte e “clandestinità”: Duchamp, Johns, Boetti (Milano 2014); Geopolitiche dell’arte italiana. Arte e critica d’arte nel contesto internazionale (Milano 2012); Arte contemporanea, ecologia e sfera pubblica (Roma 2012). I suoi libri sono tradotti negli Stati, Uniti, in Francia, Spagna, Polonia e altri paesi. E’ nella redazione di ROARS. Return on Academic Research e nel comitato editoriale di Doppiozero. Ha una rubrica su L’Huffington e Artribune, collabora al Mulino, Scenari, Alfabeta2 e Left.
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