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Humboldt e l’invenzione della natura

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Eleonora Marangoni

Tutte le lingue nascondono parole intraducibili di incomparabile bellezza, e il tedesco ne possiede una di grande minuzia e portata universale. La parola è Fernweh e significa, letteralmente, “nostalgia di posti lontani in cui non siamo mai stati”. Pare sia stata coniata attorno al 1835 dal principe e paesaggista tedesco Hermann Pückler-Muskau, e alzi la mano chi non ne è mai stato affetto.

Di Fernweh era gravemente ammalato il prussiano Alexander von Humboldt (1769-1859), esploratore, filosofo e poeta che con i suoi viaggi e le sue opere cambiò per sempre il nostro modo di vivere e intendere la natura. A questo personaggio straordinario e (fino a) oggi ingiustamente dimenticato, la studiosa anglo-tedesca Andrea Wulf ha dedicato L’invenzione della natura, pubblicato in Inghilterra nel 2015 e appena uscito in Italia nella traduzione di Lapo Berti grazie a Luiss University Press.

L’invenzione della natura è una biografia imperdibile, anche o soprattutto se del suo protagonista non avete mai sentito parlare: Humboldt è uno di quei personaggi che suscitano invidia, simpatia, stupore e commozione al tempo stesso, e basta avvicinarsi alla sua storia per capire il successo di questo libro, tradotto in ventuno lingue e acclamato dal pubblico e della critica mondiale.

Nobile di una famiglia decaduta, Humboldt si appassiona alle scienze naturali quando è ancora un adolescente. A vent’anni era già un esperto in botanica e mineralogia, e si interessava di talmente tante discipline che il filosofo Schiller, amico di suo fratello Wilhelm (il noto politico e linguista), lo descrisse ai tempi come «un ragazzo con talmente tanti interessi che difficilmente riuscirà a combinare qualcosa nella vita».

Nel 1789, durante un viaggio sulle Alpi svizzere in compagnia del chimico Benedict de Saussure, Humboldt mise a punto uno strumento per misurare l’intensità del blu del cielo: il cianometro, emblema di uno dei suoi grandi talenti, ovvero la capacità di unire osservazione scientifica e visione poetica del mondo, e di intrecciare così mondi che fino ad allora avevano vissuto separatamente.

Il Fernweh, però, lo spingeva ben oltre la Svizzera: bisognava salpare, partire alla scoperta del “Nuovo mondo” di cui il vecchio continente allora ignorava praticamente tutto. Quando sua madre muore, nel 1796, Humboldt usa tutti i soldi dell’eredità per organizzare la sua prima spedizione in Sudamerica. Ci mette due anni a trovare una nave e un equipaggio, ma poi salpa per davvero, e dalla Spagna arriva in Venezuela per un viaggio leggendario che durerà cinque anni e toccherà le Canarie, la Colombia, il Perù, il Messico, Cuba e gli Stati Uniti.

Da quel momento in poi tutta la sua vita sarà dedicata al viaggio e alla ricerca: Humboldt esplora, scrive dei suoi viaggi e cerca di preparare i prossimi con una dedizione che sfiora la monomania e una curiosità che non conosce confini. Il suo anticipo sul resto del mondo è folgorante: sarà il primo a formulare teorie sui mutamenti climatici, a parlare di isoterme e a denunciare le barbarie del colonialismo; le sue affollate lectures all’Università di Berlino, aperte al pubblico e completamente gratuite, apriranno la strada a una nuova visione della scienza, più democratica e inclusiva.

Grazie ai suoi viaggi e al racconto delle sue scoperte nel giro di qualche anno Humboldt diventerà “l’uomo più famoso dopo Napoleone”, e di certo con una vita come la sua il materiale biografico non manca. Alla Wulf va senz’altro il merito di aver saputo raccontare la storia di questo eroe col giusto passo: la sua prosa scorre fluida ma mai distratta, accompagna anche il lettore che di scienza sa poco e niente, illustra con maestria i contributi che questo genio multiforme ha apportato nel campo della storia, della scienza e delle arti. E, se a tratti ci sembra di leggere una sceneggiatura hollywoodiana, è perché davvero la sua influenza sul mondo della scienza e della letteratura è stata impareggiabile.

Humboldt era il mito indiscusso di Charles Darwin, che si imbarcò sul Beagle portando con sé tutte le sue opere; risvegliò Goethe da una crisi di mezza età, convincendolo a interessarsi alla mineralogia e alla botanica, e quanto pare fu sempre lui – sulla collina di Monte Mario a Roma – a spingere Simón Bolívar a intraprendere la rivoluzione.

I suoi scritti ispirarono a Walt Whitman il poema Leaves of Grass e convinsero Thoreau, che non riusciva a decidersi fra un trattato scientifico e un poema, a scrivere Walden. Lord Byron cita «un uomo col suo cianometro» nel suo Don Juan, ed è ancora lui che Goethe aveva in mente quando iniziò a scrivere il Faust.

Infine quasi 300 piante, 100 animali e decine di minerali prendono il nome da Alexander von Humboldt, e questo fa di lui l’uomo che ha dato il suo nome a più cose nel mondo. Anzi, nell’universo, perché perfino la Luna vanta il suo Mare Humboldtianum. E questo, per qualunque malato di fernweh, è pura e semplice meraviglia.

Commenti
3 Commenti a “Humboldt e l’invenzione della natura”
  1. Sergio garufi scrive:

    Che bell’articolo!

  2. Carlotta Nati scrive:

    Beh …io sono corsa a comprare il libro….non aggiungo altro

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