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A cuore scoperto. Su “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo

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di Antonia Conti

Jude e Mina si conoscono nei bagni di un ristorante. Si incontrano nelle circostanze meno romantiche che è dato immaginare. Quella porta che per un guasto resta chiusa, che li costringe per alcuni minuti nello stesso spazio, nella condivisione di umori corporei non richiesti, per natura sgradevoli. È subito imbarazzo, è subito manifestazione naturale del corpo, è subito confidenza spiazzante.  L’ironia di un incipit che alla luce di ciò che vedremo non poteva essere più emblematico. Jude e Mina si innamorano e vanno a vivere insieme, condividono l’affitto di un appartamento a New York. Lei, per ragioni professionali, potrebbe essere trasferita, potrebbe tornare in Italia, suo paese di origine, ma lui riesce a dissuaderla e, in un abbraccio stretto, decidono di sposarsi, di passare la vita insieme. Il futuro di Mina sarà in America dunque, sarà al fianco di Jude e del bambino che soltanto lui probabilmente è pronto ad avere.

Già a partire dalla gestazione nascono le complicazioni e il loro amore giovane e impaziente comincerà a soffrire le prime divergenze, i contraccolpi dell’ingresso nell’età adulta. Mina si affida perdutamente ai suoi valori: alla profonda convinzione che il loro bambino sia puro, Il bambino indaco (come vuole il romanzo di Marco Franzoso, da cui Saverio Costanzo adatta il film), che necessita delle cure speciali che solo una madre ha la lungimiranza di scegliere. Sarà nella diversa attribuzione dei valori, dell’uno e dell’altra, in merito allo svezzamento del piccolo (mai nominato nel racconto) che l’armonia subirà un incaglio; con le angosciose conseguenze verso cui la narrazione ci conduce, attraverso un progressivo (di nuovo) spiazzante e imprevisto terrore. Quanto possono essere forti le proprie ragioni? Quanto si può essere ostinati o accondiscendenti nell’accogliere il cuore scalpitante dell’altro di fronte a scelte nelle quali non ci riconosciamo? Cosa, più della misura del nostro amore, può garantirci che non falliremo nell’esprimerlo?

Saverio Costanzo ci invita a entrare in un tunnel rischiosissimo, disseminato di ordigni delicati, e attraverso uno sguardo che fa dell’aderenza alla materia narrativa il principio e il fine ultimo del suo lavoro, ne esce consegnando al suo quarto lungometraggio una maturità solida e ai personaggi che racconta un’umanità reale e struggente. Non vi è giudizio nella sua prosa filmica, ma soltanto partecipazione ed è in virtù di questa osservazione partecipe che il discorso si apre tratteggiato da una leggera euforia (di “What A Feeling” che tutto avvolge), si piega poi al distorto e al deforme (per cui è legittimo pensare a Polanski), si schiude infine rarefatto e vivissimo – quando ristabilito un ordine – saturo di quell’affetto per i propri personaggi, assimilabile forse solo all’amore incondizionato e arrendevole a cui ci ha abituati il cinema di Wong Kar-wai.

Jude non smetterà mai di ascoltare le ragioni di Mina; anche quando la sua condotta presterebbe più che mai il fianco a una squalifica, la definisce semplicemente “inconsueta”. Il concetto di anormalità è bandito, e se il criterio è quello di arginare ogni sovrastruttura morale e analitica, per anteporre un afflato d’amore e di accoglienza a servizio dello sguardo e a guida della percezione, qualsivoglia siano le derive, qualsivoglia sia la linea che separa ciò che è naturale da ciò che non lo è, non lo potrebbe o dovrebbe essere, a ciascuno è dato il diritto di amare, a ciascuno è restituito il diritto di essere e avere, di ritrovare il mare, l’amore e il proprio figlio.

Hungry Hearts di Saverio Costanzo è il secondo film italiano presentato nel concorso di Venezia 71, preceduto da Anime nere di Francesco Munzi, seguito da Il giovane favoloso di Mario Martone. Tre diverse espressioni di un cinema che ha molto da dire e del quale possiamo gioire: perché è bello, vivo e autentico. Come sono autentici i volti di Alba Rohrwacher e Adam Driver, che si mettono con delicato e irreprensibile abbandono a servizio di personaggi che, senza sforzo, tratteniamo con noi. Jude e Mina continuano ad abitare in un piccolo punto imprecisato del nostro cuore, nei giorni, oltre la visione, oltre la sala, occupando un posto protetto, come la serra defilata (motivo di occlusione non di apertura) che costruiscono sul tetto della loro casa. Nel bene o male, ciascuno con le proprie ragioni, le proprie mancanze, ciascuno con la propria anima spogliata da un’ispirazione di smarginata indulgenza.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
Commenti
6 Commenti a “A cuore scoperto. Su “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo”
  1. rossella scrive:

    mi hai fatto venire voglia di vederlo.
    grazie, antonia.

  2. Umberto Equo scrive:

    Film semplicemente imbarazzante, pieno di incomprensibili strafalcioni tecnico/narrativi. Ma come si fa, ad esempio, ad usare i tipici inserti d’archi ‘angoscianti’ tipici dei più abusati thriller in un film che vorrebbe essere serio e riflessivo sull’oggi? Impossibile non scoppiare a ridere. Spiace per Adam Driver, bravissimo anche in questo mal riuscito parto di Camicia coi baffi Jr..

  3. Lara scrive:

    Umberto Equo: sei bravo te!
    ahò, tutti registi mancati, commissari tecnici mancati, scrittori mancati, ballerine mancate.

    Ho visto il film. Mi è piaciuto così così. Ma da qui a parlare di incomprensibili strafalcioni tecnico/narrativi… E poi che stronzata evocare il padre. Se il livello di correttezza di Umberto Equo è quello espresso in questo commento (cioè la pura e semplice cattiveria) sei solo un Umberto Eco o un Maurizio Costanzo mancato. Almeno loro con la loro cattiveria hanno fatto i soldi. Tu un cazzo.

  4. Brutalone scrive:

    Par di capire: più che emetico; diuretico? Ma no! Lassativo.

  5. Alberto scrive:

    Personalmente non ho ancora visto “Hungry Hearts”, ma ho letto con attenzione ed empatia il romanzo. Penso che le parole per affrontarlo debbano essere miti e delicate come il libro stesso. Durante la lettura, ho contattato Marco Franzoso che gestisce anche un pagina Facebook sui rapporti problematici tra bambini e adulti, e ci siamo scambiati del materiale. La ricerca è il pane dell’intellettuale, non si esaurisce in un libro o in film. Un’ultima cosa per tutte: era da tempo che non aspettavo di coricarmi per poter leggere un buon libro e perdermi nelle quotidianità, anche se spesso terribili, di Marco Franzoso.

  6. Umberto Equo scrive:

    @Lara esiste ancora il diritto di critica? Soprattutto se rivolta a viventi privilegiati? Ma cos’è questa nuova moda per la quale “okkio a toccare il buon bravo figlio di papà”? Il film è una merda ok? Almeno per me è così, posso dirlo senza che fans (o, molto spesso, amici) scattino con la solita noiosissima solfa del regista mancato? Fossi figlio di Eco o Costanzo forse, se lo volessi, sarei anch’io un simpatico mediocre regista difeso da pasionarie internettiane! Più coscienza di classe ci vorrebbe altroché!

    Fatevi un favore, evitate come la peste sta cacata e incrociate le dita perché il capolavoro di Roy Anderson (lui sì, un genio da difendere con le unghie e con i denti) venga distribuito in Italia (magari non doppiato, ma è un altro discorso), figlio di nessuno, patrimonio di tutti. :)

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