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Restituire le palle a Dio. Breve storia del dottor Hunter S. Thompson

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell’Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all’angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

Alle spalle una serie di capiredattori insultati, sorpassati dalla sua velocità sconsiderata e presi in giro dalla sua abilità nel confondere le acque con quelle frasi brevi e asciutte che erano la sua scrittura. Elenchi, appunto, che lo hanno portato fino al suo più famoso: «due buste di erba, settantacinque grani di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, e un intera galassia multicolore di stimolanti, calmanti, esplosivi, esilaranti. Oltre a un litro di tequila, uno di rum, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper.»

Qualcuno, nel tentativo di dipingergli addosso una biografia, ha supposto che i suoi problemi relazionali, il fatto che non fosse in grado di stabilire rapporti duraturi – ma ha avuto una compagna fissa per quasi vent’anni, un figlio e pochi amici intimi – gli derivassero da un’infanzia difficile. Tanto basta a spiegare la piromania, l’egocentrismo, le manie di protagonismo. Tanto basta e poco importa, perché se il genio è eccentricità, allora il dottor Thompson è stato un genio assoluto.

Pare che da giovane ricopiasse Hemigway e Fitzgerald per assorbirne lo stile, ma rimane una leggenda metropolitana confusa nella nebbia dei suoi primi anni, dopo il servizio militare e durante l’università abbandonata a metà in favore dell’esplorazione. Era la fine degli anni cinquanta e dopo essere stato licenziato dal Time, dove lavorava come galoppino, e dal Daily Record per insubordinazione, venne Portorico, dove visse per quasi un anno e di cui scrisse al suo ritorno. Il romanzo, primo in ordine cronologico ma tra gli ultimi ad essere pubblicati, è Cronache del rum – arrivato a noi solo nel 2007, salvato dalla mediocrità da una brillante traduzione di Marco Rossari e dall’anonimato da un film non troppo bello del 2012 – e fa coppia con Prince jellyfish, mai pubblicato. A quel tempo però era tutta una questione di lavori saltuari e di qualche pezzo sportivo su qualche giornale locale. Saltare di qui e di là senza uno scopo preciso, cambiare vita e aria tra il nord e il sud America, sposarsi, tornare indietro, passare per Aspen e alla fine stabilirsi in California.

San Francisco fu un’esplosione in pieno volto. Era il 1964 e la rivoluzione sembrava dietro l’angolo, come l’illuminazione e l’amore universale. La scoperta della cultura hippie e l’aria confortevole di un rinnovamento imminente hanno influenzato, forse sferzato per la prima volta, la scrittura del dottor Thompson. Non si trattava più di sbarcare il lunario accarezzando sogni da romanziere alla ricerca dello stile, ma di aprire i cancelli della conoscenza, di lasciarsi andare all’inseguimento della libertà assoluta. Del sogno americano, lo stesso dal cui fallimento è nato il Gonzo.

La verità è che Hunter Thompson adorava gli abusi. Nel corso della sua vita ha abusato di qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Alcol, droghe, armi. Del suo talento e della pazienza degli altri. Ha abusato di se stesso come pochi sanno fare, ha utilizzato la sua immagine pubblica per dare scandalo e il suo corpo come un pungiball, e questo con gli hippie non ha nulla a che vedere. Quello che leggeva nella cultura dei figli dei fiori, era l’opportunità unica e irripetibile di dare sfogo al proprio ego partecipando al grande cambiamento. Farsi portatore di una voce comune, buttarsi nella mischia per uscirne di slancio. Dopo aver pubblicato su The Nation un articolo riguardo all’Hell’s Angels motorcycle club, gli venne proposto qualcosa di più lungo, per questo decise di spendere un anno al seguito del gruppo di motociclisti che portava subbuglio nella provincia americana. Un anno duro, fatto di viaggi interminabili e grandi sbronze che spesso sfociavano in risse senza quartiere. Rapine, stupri, atti di pura e impunita ferocia nei quali cercava sempre di infilarsi come paciere e che in tutti i casi gli hanno procurato un pestaggio. L’uscita del libro, complice uno straordinario interesse mediatico, segnò l’affermazione di Hunter Thompson e la sua condanna definitiva a una vita selvaggia.

Hell’s Angels ha il merito di cominciare a tracciare quello che diventerà il Gonzo, ma di non avvicinarsi abbastanza da rovinarlo con l’ingenuità. Sicuramente segna un passaggio, però, da una parte all’altra della barricata. Dal cronista anonimo, all’eccentrico e chiassoso testimone. Da qui in poi quello che scriverà il dottor Thompson sarà né più ne meno quello che pensa. I compromessi – complice anche la fama sufficiente a non dover più inseguire lavori saltuari – li lascerà a chi è troppo timido, o troppo sobrio, per farsi sentire a voce piena. «Preferirei chiedere l’elemosina, che lavorare per un giornale che non rispetto.» Come scrisse al Vancouver Sun, già nel 1958.

Generalmente il punto di svolta viene individuato nell’uscita, nel giugno 1970, dell’articolo The Kentucky Derby is decadent and depraved, su Scanlan’s Monthly. Con una consegna imminente, l’incarico di coprire l’evento ippico e nessuna idea in testa, il dottor Thompson cominciò a inviare ai redattori fogli scritti a mano, strappati direttamente dal suo taccuino. Senza alcun accorgimento, in prima persona, senza un solo accenno alla corsa, ma che più che altro rilevavano lo schifo provato da Thompson e Ralph Steadman – illustratore e suo collaboratore storico – nel prendere atto dell’indecenza del pubblico di opulenti, ubriachi, spaventosi esseri subumani che li circondava. Quello che ne uscì fu qualcosa di nuovo, «come cadere nella tromba di un ascensore e trovarsi in una piscina piena di sirene» qualsiasi cosa significhi, che venne poi chiamato – per motivi misteriosi – da Bill Cardoso, Gonzo.

Il Gonzo non esclude soltanto l’oggettività dagli articoli per sacrificarsi completamente alla soggettività dell’autore, non è soltanto una questione di stile veloce e incalzante al punto da somigliare più a un comizio che a un pezzo giornalistico, ma azzera qualsiasi altra soggettività che non sia quella del suo creatore. In pratica è un esercizio di egocentrismo talmente ben riuscito da indurre altri a cercare di imitarlo. È qualcosa di costruito da Hunter Thompson per Hunter Thompson, perché ammette solo ed esclusivamente la sua voce. Allora The Kentucky Derby fu soltanto la prima volta che il Gonzo veniva stampato, ma esisteva già da qualche tempo, ad Aspen, Colorado, ed era qualcosa di fisico.

Quella che viene ricordata come la battaglia di Aspen – da un articolo appraso su Rolling Stone nell’ottobre del 1969 – è la folle, insensata, malsana, corsa alla posizione di sceriffo della contea di Pitkin, Colorado. Dopo aver seguito la fallimentare campagna del candidato sindaco Joe Edwards, ed essersi riempito di orgoglio nazionale, il dottor Thompson decise di rasarsi a zero – per poter definire il suo avversario repubblicano un capellone – e di dare il suo contributo alla cosa pubblica alla guida del Freak Power, un manipolo di hippies dall’aria stralunata. Gli ci volle un anno per costruire quello che sarebbe diventato il suo personaggio definitivo e per preparare un programma abbastanza scioccante da garantirgli l’illusione di una vittoria. Legalizzazione delle droghe a scopo ricreativo – promise di non assumere mescalina sul lavoro – cambio del nome di Aspen in Fat City, distruzione di tutte le strade in una sola volta. La delusione della sconfitta, nell’autunno del 1970, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. Il sogno americano si era definitivamente infranto, e nulla avrebbe potuto riportarlo indietro.

Sull’onda di questo abbattimento al limite della depressione, accettò per noia l’incarico  da Sports Illustrated di coprire la Mint 500 a Las Vegas. Partì senza la minima intenzione di scrivere della gara motociclistica, ma con un tarlo che gli rosicchiava il cervello ormai da mesi: analizzare la caduta della controcultura, comprendere il perché del fallimento di tutto quello che gli era sembrato bello e giusto fino ad allora. Quella rivoluzione così potente da muovere le masse da una parte all’altra del paese, praticando la non-violenza e senza preoccuparsi di poter essere uccisi – gli sceriffi della contea di Los Angeles avevano appena freddato il giornalista Rubén Salazar, durante una marcia pacifista. Quello che ne venne fuori fu una straordinaria prova di stile: Paura e disgusto a Las Vegas – rigettato da Sports Illustrated ma accolto da Rolling Stone – da cui emerge, più che lo spirito rivoluzionario, il profondo istinto moralizzatore che era la vera anima del dottor Thompson. Cercare i colpevoli, scovare il marcio, annusare e stanare la carie che stava corrodendo il sistema dall’interno. Raoul Duke – alter ego di Thompson – e il suo avvocato samoano di 130kg, Dr. Gonzo – Oscar Zeta Acosta – si immersero in un bagno di stupefacenti colorati, poliziotti in convegno e decadenza molliccia e lugubre per definire i contorni della parata di ipocrisia e meschinità che affliggeva l’America.

Nel 1973 uscì quello che sembra essere stato l’ultimo singulto dell’Hunter Thompson roboante di Las Vegas: Fear and loathing on the campaign trail ’72. Acclamato come il manifesto del giornalismo politico – in Italia pubblicato a stralci in varie raccolte – è un’altalena di sentimenti al seguito del senatore McGovern, impegnato nelle rocambolesche presidenziali contro Richard Nixon. Un rombo, un sincero grido di disgusto che preluse a un sostanziale silenzio.

I successivi anni si divisero tra pezzi d’opinione dall’aria annoiata e riedizioni dei vecchi fasti, il divorzio, le trasposizioni cinematografiche del personaggio più che delle opere – Where the buffalo roam e Paura e delirio a Las Vegas – un documentario – Breakfast with Hunter,  in cui è testimoniato, tra le altre cose, lo sforzo per insegnare al merlo indiano di Johnny Depp a parlare – qualche tardivo momento di lucidità, le disposizioni funebri che prevedevano un mausoleo di 46 metri d’altezza (realizzato), festini sempre più sottotono e l’accettazione della propria condizione. «Non posso più scrivere, ovunque vada mi riconoscono», suona quasi come una scusa, ma è condivisibile quanto è comprensibile e legittima la scelta di andarsene alle proprie condizioni, per un uomo che a quelle condizioni aveva sempre vissuto. Il dottor Thompson si tolse la vita in pieno pomeriggio il 20 febbraio del 2005, lasciando solo una breve quanto superflua nota di commiato, in ritardo rispetto alla confessione fatta a Steadman al compimento dei cinquant’anni: «mi sembra già di essermi concesso di vivere abbastanza. Mi sembra già piuttosto tardi per restituire i coglioni a dio».

 

Breve nota sul nuovo Gonzo

Il Gonzo oggi è una chiesa sconsacrata. È possibile officiarci una messa, e probabilmente se si è abbastanza bravi ne uscirà qualcosa di convincente, ma mancherà sempre la sacralità. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse opere che si fregiano della definizione, alcune piuttosto interessanti e decisamente fuori dagli schemi, ma tutte in qualche modo inibite dalla stessa intenzione di somigliare a qualcosa di unico. Vale la pena di citare Corpo a corpo. Storie di giornalismo Gonzo di Gabriela Wiener (La nuova frontiera, 2012 – 254pp. – euro 13,00) e Pulphead di John Jeremiah Sullivan (ancora inedito in Italia), che hanno dalla loro la giusta dose di pazzia, ma oltre a questo il Gonzo si esaurisce andando a confondersi con il giornalismo d’inchiesta o caricandosi le spalle di messaggi sociali del tutto inopportuni. Alla domanda se esiste ancora il Gonzo, il dottor Thompson avrebbe probabilmente risposto di no. Gonfiando il petto d’orgoglio.

Giulio D’Antona (Milano, 1984). Fa il freelance duro e puro scrivendo di letteratura e televisione, collabora regolarmente con varie testate tra cui Blow Up, Il Mucchio e inutile. Cura una colonna su Serialmente. Ha pubblicato racconti su Colla, Follelfo, Vanity Fair e un paio di antologie, oltre a una raccolta (Senza un briciolo di emozione, Eclissi, 2012). Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu. Traduce e fa il consulente, a volte. Nel 2011 ha fondato Cadillac.
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