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“I am Arthur Rimbaud!”

 

Ah! remonter à la vie!

Arthur Rimbaud, Une saison en enfer

Un giorno un pittore americano di origini norvegesi si imbatte nella fotografia ingiallita e sporca di un poeta francese del secolo scorso, e ne è sconvolto: quel poeta è lui. Stava vagando in una libreria di Boston, ha aperto un libro a caso e di colpo eccolo lì, si è ritrovato, ha scoperto un altro se stesso in abiti ottocenteschi, uno sguardo vivo e perso, il suo sguardo, il suo specchio, la sua profondità, la sua malinconia. Il pittore strappa il foglio ed esce in strada, incredulo, a testa bassa, urta i passanti e qualcuno gli grida qualcosa, un rimprovero, una parolaccia, ma sono insulti scagliati nel vento, il pittore è già lontano, di spalle. Avanza traballando e osserva l’immagine del poeta: quel poeta è lui. Rimbaud è lui. Rimbaud è sempre stato lui. Rimbaud sarà di nuovo lui. Il pittore, Troy Henriksen, si ficca il foglio in tasca e affronta la folla controvento, rialzando il capo, come risalendo la corrente, e i passanti lo strattonano e lo travolgono ma non importa, perché quel poeta è lui. Arthur Rimbaud è lui. Arthur Rimbaud è Troy Henriksen, e viceversa. Nella sua mente turbata i due volti si fondono e si confondono, frantumando il tempo, gli anni, scavalcando le arti e i secoli. Arthur Rimbaud c’est moi! I am Arthur Rimbaud! È una visione, una rivendicazione, un urlo! Il pittore e il poeta si fermano e tirano fuori l’immagine strappata, l’uno di fronte all’altro, a specchio, spettinati e stravolti, ondeggiando nella folla. Bisogna mettersi al lavoro, pensa Troy. Bisogna dipingere se stessi.

La vita e l’arte di Troy Henriksen sono infuse di letteratura. Nasce e cresce a New Bedford, la cittadina peschereccia di Moby Dick, leggendo i classici dell’Ottocento e vivendo il mare, il porto, fra balenieri e avventure, racconti, visioni, fantasie. Di notte una sfilza di fantasmi e mostri entrano in camera sua e lo assediano dai piedi del letto, in cerchio; il piccolo Troy li scruta per ore, immobile e terrorizzato, incapace di gridare o di chiedere aiuto. Di giorno invece ogni cosa è colorata e viva, esaltante, libera, benché gli affari del padre vadano male e presto la famiglia debba trasferirsi a Seattle, dove Troy abbandona la scuola e inizia a dipingere e a solcare il mare, finalmente, a undici anni, con il padre e il fratello maggiore, imbattendosi in personaggi dai nomi indimenticabili, pirateschi, Mad Mike, Junkyard Dog, Porky, Budweiser Johnny, One-Eyed Jack… Troy chiede una sola cosa dalla vita: diventare uno di loro, un marinaio, un pescatore, essere libero e unico, rispettato, coraggioso, adulto. Impara a suonare la batteria e si appassiona a Warhol e a Picasso, a Muhammad Ali, all’oceanografo Jacques Cousteau; dipinge e ascolta i Police e gli Stones, i Beatles, i Doors, Bob Dylan, i Pink Floyd; intanto pesca il suo primo squalo e ogni mattino guarda “il sole sorgere all’orizzonte come una palla di tennis e poi esplodere nel cielo come una sfera di fuoco…” Esaudisce il suo desiderio: diventare un pescatore, “uno di loro”, addomesticando il mare e venendone a sua volta addomesticato, domato, inseguendo gli orizzonti dell’alba o della notte o venendo travolto dalle tempeste e dal vento, dai diluvi, dal caos, dalla natura. È felice. La sua vita è inimitabile. Ad appena quindici anni, Troy sente di avere un solo padrone: l’Oceano. Per il resto è un uomo libero.

Di colpo lo scenario cambia. In una terribile notte parigina il volto di un poeta ti osserva dalle profondità di un dipinto. Il mare non c’è più, però fa freddo e piove, ti stringi contro il palazzo e all’improvviso alzi gli occhi e lo vedi, eccolo, eccoli, nella tormenta, il poeta e il pittore, diventati un tutt’uno, un quadro, una visione, l’autoritratto di Troy, Arthur Rimbaud, moi qui me suis dit mage ou ange, uno sguardo che rivendica la propria poesia e la propria libertà, parole che graffiano la tela e urlano qualcosa, un amore, dei colori, delle emozioni, un sogno. Un sogno, un quadro. La pioggia ti travolge, devi addossarti alla vetrina. Nella sala scorgi altre tele, l’esplosione colorata di una città e dei cuori stilizzati e fluttuanti, semplici ma sofferti, reali, solitari, maturi – ne sei come investito. Love will find love. Leggi altre parole, scaraventate sui dipinti, nei cuori, quattro lettere ripetute più volte, a graffi, a scarabocchi, love, amore, love, amore, love, amavi, ami, amerai ancora. Amerai ancora. Riuscirai a innamorarti di nuovo, ecco ciò che ti urlano i quadri. Amerai e vivrai, sognerai, soffrirai, cambierai, dimenticherai. La notte è un pasticcio di gocce e tenebre; la pioggia aumenta e diventa grandine, alle tue spalle, i chicchi rimbalzano sul vetro e d’un tratto sei persino costretto a chiudere gli occhi – però li vedi ancora, i quadri. I colori e le scritte ti rimangono impressi nelle retine, come macchie fosforescenti. Poet. Love. Heart. Trust. Il cuore ti vibra nel petto, i battiti ti rimbalzano in gola. Poet. Love. Heart. Trust. You. Non puoi riaprire gli occhi. Devi aspettare che la tempesta finisca.

A ventidue anni Troy Henriksen è ancora un pescatore, però la vita lo ha distrutto. Non è più un uomo libero; l’Oceano ha perso il suo fascino, i suoi colori, la sua brillantezza, la sua vivacità. Nel giro di pochi anni ha visto morire oltre venti persone di droga, si è drogato a sua volta, è diventato un alcolizzato e un eroinomane, ha perso affetti e amicizie, si è privato di ogni emozione. Riesce a salvarsi soltanto in mare, momentaneamente, in fuga, senza più passione, prendendo il largo come per disintossicarsi, pescando in modo meccanico, per giorni e giorni, senza provare nulla, in attesa di rientrare e drogarsi di nuovo, da solo. I sogni di un tempo sono svaniti. Non ci sono nomi magici, romanzi, fantasmi, paure, fantasie. Le notti sono notti e basta, tremende e interminabili, nere. Troy non legge e non dipinge, pensando spesso al suo migliore amico, Danny, morto anche lui per droga, e tuttavia continuando a farsi, perché l’eroina è l’unico rifugio possibile, l’unico modo di provare qualcosa – qualunque cosa: un sentimento, un delirio, il vuoto, il nulla, il caos. Nei primi mesi la droga gli procurava delle visioni saettanti e luminose, vive; ora le tinte si sono offuscate e ingrigite e la terra e il mare non brillano più, non brilla più niente. Troy è un uomo apatico, invecchiato anzitempo, senza progetti né voglie, deluso dall’esistenza. La vita ha smesso di interessargli. Si strugge ricordando il passato, l’infanzia, quel bambino creativo e ottimista, curioso, libero. Libero. Ecco: Troy ha perso la sua libertà e quindi il suo splendore, devastato dall’eroina è diventato uno schiavo, un automa, prigioniero della dipendenza. Di notte rivede Danny prostrato sul letto, prossimo alla morte, solo, e i rimorsi lo tormentano. Sa di non poter andare avanti così. Troy ha bisogno di aiuto.

Il centro di riabilitazione di Spofford Hall è gestito da un ex poliziotto di Boston, Jack Brown, un mastino gigantesco e irsuto che ha ucciso un quattordicenne nero e che si è fatto diversi anni di galera, trovando poi conforto nella religione. Troy vi trascorre due anni, fra lavoretti e preghiere, ricominciando a vivere e reinserendosi a poco a poco nel mondo, nella società, fino a riprendere il mare, la pesca. All’inizio si sente nuovamente libero, come una volta, finendo in Alaska, a Kodak, fra burrasche e strapiombi di ghiaccio, innamorandosi di una ragazza eschimese e quindi scappando ancora, tornando a New Bedford, navigando con il padre. Presto però anche l’Oceano lo stanca; Troy sente di aver bisogno di altro, è incapace di vivere tanto in terra quanto in mare, le relazioni e i porti e le reti e le pesche e le navi si susseguono ma lui è sempre solo, e la solitudine lo sfianca. Improvvisamente, una notte più terrificante e insensata delle altre, Troy decide di farla finita, di uccidersi, rinchiuso nel suo appartamento. Ne ha abbastanza: se la vita è soltanto questo, si dice, a che pro continuare a esserci, a vivere? E proprio mentre riflette lucidamente al modo più rapido di suicidarsi vede un barattolo di vernice gialla, per terra, ai suoi piedi, scaraventato in un angolo della stanza. Il colore esplode nella sua mente. La vernice è un grido: giallo! Giallo! GIALLO! Di lì a pochi istanti Troy ha aperto il barattolo e ha preso a dipingere la parete, con furia, a ditate, ricoprendola di simboli e parole, di cifre, volti, righe, sguardi. Il giallo è il colore della rinascita, del suo ritorno alla vita. Troy è diventato un artista. D’un tratto sa che non riprenderà più il mare, la pesca; il pescatore si è allontanato, è morto. Troy Henriksen può ricominciare a dipingere.

Nei mesi successivi trascorre la maggior parte del tempo nelle gallerie di Boston, motivato e ispirato, convinto di poter fare meglio degli artisti esposti, di potersi esprimere a sua volta, con maggior vigore. Scopre la pittura di Pollock, affascinato dal furore delle sue tele, dalla sua rabbia, dalla sua energia; studia l’espressionismo astratto, De Kooning, Hofmann, Rothko e via di seguito, riattraversando i grandi artisti del passato, dal surrealismo all’impressionismo, da Picasso a Michelangelo – e finalmente dipingendo le sue prime opere, quadri dai colori accesi, vivi, volti deformi e ipnotici, scritte che marchiano la tela come strappi, grida. La pittura è libertà, secondo Troy Henriksen, è un luogo astratto in cui far esplodere il tempo e i ricordi, gli sguardi, i pensieri, l’esistenza. A Boston esplora e corteggia il proprio stile, la propria unicità; il suo primo quadro esposto ritrae Danny, l’indimenticato amico morto per droga, Danny’s Driveway, cui seguiranno The Junkie, First Day on Land e A Bad Sheet. Nel frattempo si lega a diversi artisti, legge, evolve, studia; il pittore Alvin Case lo avvicina ai Beat e agli espressionisti tedeschi, al Bauhaus, e insieme viaggiano lungo tutta l’America, fra discussioni folli e quadri, libri, pittura, poesie, incontri. Troy riesce a farsi dichiarare “pazzo” dallo Stato, grazie al consiglio di un’amica, assicurandosi in tal modo una pensione di invalidità di seicento dollari al mese. I viaggi e le letture proseguono, incalzandosi a vicenda: a Chicago scopre Saul Bellow, appassionandosi alla sua infanzia, a Los Angeles legge le lettere fra Henry Miller e Lawrence Durrell, in Arizona fa amicizia con alcuni indiani e si fa raccontare le loro storie, la loro tragedia, a New York si droga di nuovo, sperimentalmente, dipingendo sotto l’effetto dell’eroina. Infine ritorna a Boston, ancora. Affitta uno studio e dipinge senza sosta, notte e giorno, insonne, come in preda a un demone, accogliendo ogni sorta di senzatetto, Peter the Junkie, Mark the Indian, la prostituta Susan, Gordy the Spider, ascoltando i loro racconti. Troy è una spugna: osserva e assorbe tutto, nutrendosi di storie e di emozioni, di vite e parole altrui – e poi dipingendole. La sua pittura continua a evolvere. Un giorno, mentre passeggia lungo Massachusetts Avenue, un tale tenta di vendergli un grosso libro sull’arte di Marcel Duchamp, sciorinandogli un discorsetto sulle teorie concettuali. Troy è incerto, esita. All’improvviso una passante di una sessantina d’anni si avvicina e fa no con la testa, discretamente, passando oltre, verso la fermata dell’autobus. Si tratta di un bivio fondamentale, nella vita di Troy. D’istinto lascia perdere Duchamp e rincorre la donna, invitandola a bere qualcosa. Lei si rifiuta di dirgli il suo nome (“non ha importanza, guasterebbe tutto”), però accetta l’invito e diventa sua amica, raccontandogli di Pollock, di Greenberg, di Hofmann, di Motherwell, di Warhol, di John Lennon – tutti artisti che ha conosciuto personalmente. Si rivedranno presto. La misteriosa donna è affascinata dai suoi quadri, lo aiuta e lo incoraggia, riconoscendone il talento, e dopo qualche mese salta fuori il suo nome: si tratta di Helen Frankenthaler, la famosa pittrice americana. Gli regala una copia de Il piccolo principe, suggerendogli di non perdere mai di vista ciò che quel libro ha da offrirgli, ossia che on ne voit bien qu’avec le coeur, l’essentiel est invisibile pour les yeux. Troy lo legge e lo rilegge e si sente sull’orlo di un cambiamento, di una riscoperta. Inizia a interessarsi alla Francia. Rivede se stesso in un poeta francese dell’Ottocento, strappandone la fotografia da un libro, sgomento dalla somiglianza. Lo sguardo di Rimbaud scavalca il Novecento e arriva a lui, sovrapponendosi al suo volto. Arthur Rimbaud fissa Troy Henriksen, e viceversa. Sono gli ultimi anni del secolo. Bisogna dipingere se stessi, ecco l’imperativo. Ma come? Troy vaga per le strade di Boston e capisce di dover partire, andarsene, ricominciare altrove. L’America non gli basta più, gli è estranea. Il mare e il passato hanno esaurito la loro energia. Troy è inquieto. Una mattina ficca le tele e i colori e i pennelli in una valigia e fa un biglietto per Parigi – di sola andata. A Parigi incontrerà il suo futuro, il suo volto, il fulcro della sua arte.

Bisogna dipingere se stessi – e a questo punto la tormentata biografia di Troy Henriksen può mutarsi in opera, finalmente. Nel corso di un decennio dipinge centinaia di tele affascinanti, fra ritratti e autoritratti e visioni e ricordi di città coloratissime e vive, alternando poeti a stelle del cinema, automobili, scritte, cuori, sfondi lacerati e sguardi sofferti o sognanti, rapiti. Arriva a Parigi nel 1998; la nazionale francese ha appena vinto i mondiali di calcio, i parigini sono ottimisti e allegri, accoglienti. Dopo un primo impatto con i palazzacci delle banlieues Troy affitta una stanza nel quartiere latino, esplorando il centro dei bistrots e dei parchi, delle stradine, di Montmartre, dipingendo a più non posso, esaltato, con gioia, come non ha mai dipinto prima, liberandosi nei colori. Una coppia conosciuta in una lavanderia lo ospita per qualche settimana al numero dieci di rue de Buci, dove ha dormito anche Rimbaud. Il poeta e il pittore continuano a incrociarsi, a corteggiarsi; i volti e i versi scavalcano le vite, i secoli, sormontando il Novecento. La rinascita di Troy è in atto. Vaga fra una casa e l’altra e legge diverse volte le Illuminations e le lettere di Van Gogh e Krishnamurti, sentendosi in uno spazio fuori dal tempo, dipingendo per notti intere – e la sua pittura si trasforma, vive, in continua evoluzione, assorbendolo nella profondità di un sogno, strappandolo dal mondo reale. Bisogna dipingere se stessi. Pasticci fluttuanti di scritte e simboli avvolgono gli sguardi trasognati di Rimbaud e di Frida Kahlo, di Marylin Monroe, di Buffalo Bill, di James Dean, di John Lennon; i volti e i colori e le parole e gli sfondi di Troy Henriksen tentano disperatamente di dirci qualcosa e all’improvviso ci riescono, ecco, la magia avviene, il linguaggio si forma e per un istante la pittura si catapulta oltre le tele e i sogni e trionfa sui nostri occhi, ci incanta e ci travolge, ci scuote. La pittura diventa reale. Osservi le sue tele e ti ci perdi, sognando e allontanandoti dal mondo, dalla sua quiete dilaniante e grigia, opaca, fra ricordi e visioni, paure, insonnie, incontri, vite. I quadri si susseguono, anno dopo anno – Reincarnation, If I ever fall, Pretty Baby where are you?, Waiting for the poet to speak, Mixed Hearts, Permission, You and you and you, Optimist, My friend Rimbaud, Super Astro Love Plan… –, mentre la cerchia degli ammiratori si allarga e le sue opere trovano una galleria permanente, nel cuore di Parigi, la Galerie W di Eric Landau, una Factory di oltre 1000 metri quadrati, al numero 44 di rue Lepic. Nel frattempo Troy si è innamorato ed è diventato padre, nel 2001, dopo Reincarnation ma prima di Aint afraid of no Devil e Birth of a Moon Child; le opere tallonano la vita, la anticipano, la sorpassano. Il suo nome e i suoi lavori girano sempre di più. Nel 2005 oltre ottocento persone si danno rendez-vous a Montmartre, omaggiandolo: sarà il dîner des Troyistes. Il PSG gli comanda un dittico, ora in mostra nella sede del club, e un giorno il famoso comico Gad Elmaleh passa davanti alle sue tele e ne è come ipnotizzato, decidendo di ospitarle e promuoverle all’Olympia, durante i suoi spettacoli. Intanto Troy espone anche a Londra, in Belgio e negli Stati Uniti, e nel 2008 realizza degli happening nella metropolitana di Parigi, finanziati da Euro Disney, per poi scrivere il magnifico New Man, New Identity, raccontando la sua storia, questa storia, dai naufragi di New Bedford alla pittura, dalle sue nascite e rinascite alla nascita del figlio, all’amore e alla maturità. Attraverso la sua arte, Troy è diventato un uomo nuovo, libero. Nel 2011 esegue una serie di pastiche e di omaggi ai pittori che più lo hanno ispirato, Matisse, Velásquez, Picasso, Warhol, Basquiat, Courbet, da Vinci, Michelangelo e via di seguito; come tutti i veri artisti, Troy non ha paura delle proprie influenze, per quanto grandi siano, e anzi omaggiandole le attacca, le ribalta, scavalcandole e sfidandole, superandole. Oggi il suo stile è più maturo che mai. Nella serie Let’s Get Wasted, del 2013, quadri al contempo reali e allucinati sembrano mettere in scena (e in movimento!) la sua mente e i suoi ricordi, strappandoli da città e palazzi e volti e viaggi e fantasie e amori, e fotografie, e parole, e sogni. Le monde a soif d’amour: tu viendras l’apaiser. A poco più di cinquant’anni, Troy ha ancora infiniti volti e sguardi da dipingere – a cominciare dal proprio.

E di colpo lo scenario si sovverte, la biografia è finita. I colori sbiadiscono e le tinte si offuscano e d’un tratto cala la notte e piove, qui, le tele e le cornici si liquefanno e scompaiono nell’acqua e tu corri lungo rue Lepic, a Montmartre, in discesa, in fuga. Ti stai allontanando dal civico numero 98, dove ha vissuto e sofferto e scritto un uomo passato alla storia per il suo odio, per il suo cinismo, oltre che per il suo stile, e mentre annaspi fra le gocce e il buio pensi proprio a questo, all’odio, alla sua potenza distruttrice e creatrice, ricreatrice, chiedendoti se scrivere significhi giocoforza odiare e incattivirsi, a lungo termine, diventare dei mostri per la posterità, dei cinici. La pioggia e il vento aumentano, costringendoti a rallentare. Il poeta è cattivo, diceva Alberto Moravia e ripeteva Carmelo Bene – il poeta è cattivo, d’accordo, ma l’uomo? L’umanità è davvero senza speranze? E la poesia? E la letteratura? La tempesta e il buio ti risponderebbero di sì: il poeta è cattivo, lasciamo ogni speranza noi che scriviamo, i tuoi dubbi sono ingenuità notturne, dimenticali. Dimenticali o nascondili (non scriverne mai, soprattutto); ti riderebbero dietro. Il poeta è cattivo. Al civico numero 98 non c’era nulla, nemmeno una targa o una parola, nemmeno il ricordo di un lettore, soltanto un interno polveroso e vuoto, sfitto – che desolazione. La Francia non sa fare i conti con i propri demoni. E tu? Ora il vento ulula e la pioggia si infittisce e fracassa ovunque e all’improvviso ti addossi al muro del palazzo, lungo rue Lepic, accecato dalla pioggia e dal caos, cercando un riparo invano. Il poeta è cattivo, ti ripeti senza sosta, e anche tu sei capace di esserlo, di diventarlo, questo lo sai fin troppo bene. Anche tu sei capace di odiare. Odia: pensa all’amore diventato strazio e poi spingilo un po’ più in là, lo strazio, l’amore, la nostalgia, il tempo scomparso e divenuto disperazione e vuoto e quindi solitudine e silenzio – e infine trasforma il silenzio in rabbia, in stile, il gioco è tanto semplice quanto atroce, e ti devasterebbe. Ti devasterebbe. Non scriveresti più. Adesso stai avanzando con le spalle al muro, lentamente, come sull’orlo di un precipizio, e hai paura. Hai paura; sbatti e stringi gli occhi e scuoti il capo controvento, alla cieca, sei perduto e fradicio, non ci vedi più. E allora ti volti. È un gesto istintivo, di protezione, per schermarti dalle gocce e dalla grandine e per riaprire gli occhi, per vederci ancora. Ti volti e vedi Rimbaud fissarti dalle profondità di un quadro. Eccolo, eccoli, il poeta e il pittore, due fantasmi, due sogni, il tuo abisso e il tuo specchio, la letteratura. Osservi il ritratto frastornato, senza riuscire a muoverti. Sei incapace di indietreggiare nell’oscurità, sotto il diluvio, dove dovresti essere e dove tornerai, dove dovrai tornare. Ma per il momento non riesci a distogliere gli occhi dal quadro.

La pioggia aumenta. Il ragazzo affonda lo sguardo nel volto del poeta e del pittore e fra le scritte tutt’intorno, oltre la vetrina, poet, love, heart, trust, pensando a Rimbaud e dimenticando l’odio, il civico numero 98, recitando fra sé e sé dei versi letti e amati e vissuti altrove, in altri tempi, sotto altri diluvi, et tout le reste est littérature, e tutto il resto è letteratura, l’Arte poetica di Verlaine, e quindi l’Arte poética di un altro poeta, un poeta cieco e colto, Borges, che non vedendosi scriveva: A volte appare nelle sere un volto, e ci guarda dal fondo di uno specchio, l’arte deve essere come quello specchio, che rivela il nostro stesso volto…

Il nostro stesso volto. L’unicità del nostro sguardo, delle nostre vite, delle nostre parole, delle nostre fughe. Ma il ragazzo non fuggirà più, né si spaventerà. Improvvisamente il suo volto e quelli del pittore e del poeta hanno le stesse fattezze, gli stessi occhi, convergono in un ritratto e vedono la stessa cosa, uno sguardo definitivo, multiplo, tre specchi che si incastrano, una quarta dimensione. L’arte. Il ragazzo arretra al buio e ripete la poesia a ritroso, dall’ultima alla prima strofa, come risalendo la corrente – mirar el río hecho de tiempo y agua, y recordar que el tiempo es otro río, saber que nos perdemos come el río, y que los rostros pasan como el agua…

I volti passano, come l’acqua. Il ragazzo ha chiuso gli occhi. Lo sguardo di Rimbaud e i colori di Troy Henriksen gli rimangono impressi nelle retine per qualche istante, diventando prima una sagoma luminescente e poi una chiazza liquida, fumosa, e infine scomparendo. Poet. Heart. Love. You. Le parole sbiadiscono a poco a poco, assorbite dalle tenebre. È notte fonda. Il ragazzo è cieco. Si volta verso la strada allagata e nera. Per vederci di nuovo devi soltanto riaprire gli occhi, pensa. Devi soltanto saperli riaprire, pensa e mormora e finalmente scrive il ragazzo, io. Per vederci di nuovo devi soltanto riaprire gli occhi e vivere.

Edoardo Pisani, nato a Gorizia nel 1988.
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