invasioni-barbariche

I barbari e la peste

Questo articolo è uscito sul numero di Novembre della rivista Lo Straniero.

Invasioni barbariche e fine della civiltà sono due paure che la cultura occidentale coltiva in maniera talmente ricorsiva – e spesso con tale voluttà – da far venire il sospetto che siano a essa addirittura costitutive. Perennemente scisso tra la brama paranoide di annichilire tutto ciò che è diverso da sé e il desiderio inconfessabile di un crollo rigeneratore, il cuore stesso dell’occidente è riuscito nella macabra e vertiginosa impresa di battere in virtù di ciò che non esiste: i nostri sogni sono alimentati dal terreno e dal mercato e dalle culture ancora da conquistare o assimilare, mentre una certa nostra profonda infelicità – che di quel sogno imperiale è il lato oscuro – arriva ciclicamente-ciclotimicamente a tali vertici negativi che un violento e disastroso rovesciamento del tavolo da gioco diventa addirittura una speranza. Sogni di conquista e speranze di crollo. Siamo, appunto, tutto ciò che ci manca.

Per limitarci al campo della cultura e della rappresentazione artistica, l’ultimo decennio (quello iniziato con l’attacco alle Due Torri) ha visto il rifiorire degli scenari apocalittici. The road di Cormac McCarthy è solo tra i più recenti e noti capitoli di una poetica che nel Novecento ha molti precedenti. Con esiti e linguaggi completamente diversi, si possono facilmente ricordare le Cronache del dopobomba di Philip Dick o il modo in cui Samuel Beckett rilesse la paura dell’olocausto nucleare che permeò la Guerra Fredda. E ancora, pensiamo a Don DeLillo: molti libri della sua produzione tardo novecentesca – da Mao II fino a Underworld – sono stati in fondo un lungo e quasi sciamanico esercizio di corteggiamento stretto a spirale intorno a quel fantasma a cui l’11 settembre ha attribuito un nome adatto ai tempi (allo stesso modo, grazie alla speculare, mostruosa capacità di tastare il polso del sentimento popolare propria di Hollywood, si sono moltiplicati a cavallo tra i due secoli i kolossal che avevano al proprio centro l’idea di catastrofe: invasioni aliene, disastri naturali, estinzione della razza umana). E se non tutti ricordano che una delle prime rappresentazioni apocalittiche – se non forse la prima in assoluto – scaturite dal cuore della modernità è contenuta in un romanzo italiano (la distruzione del nostro pianeta evocata nell’ultimo capitolo della Coscienza di Zeno), è forse Antonin Artaud, con il suo teatro della peste, a spiegare, o meglio a “sentire” con più profondità la natura del nostro terrore e insieme del nostro desiderio di invasione/distruzione. Sogniamo traumaticamente che la peste entri nella città perché – in modo più o meno consapevole – riconduciamo la parola Apocalisse al suo significato etimologico: rivelazione, svelamento di senso. Abbiamo, vale a dire, il timore o il sospetto o addirittura la consapevolezza di abitare una civiltà che fa dell’occultamento di senso uno dei propri capisaldi, e dunque di stagione in stagione qualcosa viene a dirci che solo colpendo questa civiltà al cuore (peste o disastro nucleare o invasione aliena o barbarica non importa) il senso delle cose potrà tornare a manifestarsi. Più che pensare questo pensiero, ne siamo abitati e posseduti, e a tale possessione reagiamo in maniera diversa a seconda delle circostanze.

In un racconto di Borges – intitolato Storia del guerriero e della prigioniera – lo scrittore argentino narra la storia di Droctulft, il longobardo che, giunto a Ravenna per metterla a ferro e fuoco, abbandona l’esercito dei suoi finendo con lo schierarsi a fianco degli assediati, spinto dal desiderio imprevisto di difendere e salvare la città. Al momento di violare le porte di Ravenna, Droctulft non ha mai visto un mosaico in vita sua e ignora qualunque tipo di architettura che non si regga sui rozzi, tristi e monolitici concetti elaborati nelle terre paludose da cui proviene. L’immersione improvvisa in una bellezza e in una complessità che non capisce del tutto ma che riescono a toccarlo in quel profondo che appartiene al più semplice degli uomini, lo spinge a passare dall’altra parte. Il disprezzo verso i barbari (cioè in parole povere verso gli oltreconfine) e il timore di una loro invasione è un altro topos della cultura occidentale, indistricabilmente connesso al sogno-incubo di fine della civiltà di cui si è detto. Il racconto di Borges è tuttavia emblematico di come, da molto tempo a questa parte, gli intellettuali non diano per scontato che l’invasione debba arrivare da fuori: Droctulft, in fondo, decide di difendere Ravenna. Tra i tanti esempi a disposizione, basterebbe citare la nascita del jazz e la letteratura post-coloniale per capire come mai le élite culturali d’occidente – specie quelle progressiste – abbiano ridimensionato la loro paura di un cataclisma culturale proveniente dall’esterno. Il tramonto di questo timore è andato tuttavia di pari passo con l’esplosione del suo opposto: le invasioni arriveranno non da fuori ma da dentro. Sarebbe cioè proprio il capitalismo avanzato (lo stato attuale della nostra civiltà) a produrre i neo-barbari, visto che la natura del suo sogno di conquista sarebbe tale da possedere già in sé, a tutti i livelli, i presupposti di un’implosione: “pop will eat itself” recitava meno banalmente di quanto possa sembrare il nome di una band di rock alternativo. Il timore dell’“invasione dall’interno” (che ha avuto anch’esso negli scorsi decenni le proprie degne rielaborazioni romanzesche e cinematografiche: libri come Regno a venire di James Ballard, film come Il demone sotto la pelle di David Cronenberg, per fare solo qualche esempio) godeva di un’ampia e complessa letteratura critica già ai tempi della Scuola di Francoforte, ma ha subito ultimamente un’impennata di cui è difficile non rendersi conto.
L’invadenza dei mezzi di comunicazione di massa e soprattutto la continua rivoluzione tecnologica cui siamo sottoposti, alimenta la paura che un’onda di neo-barbari si stia stringendo sempre più minacciosamente intorno alla cittadella della cultura fino a che di questa non resterà più nulla (l’oggetto del timore sarebbero insomma gli analfabeti di ritorno nati in occidente, cresciuti a pane e televisione, internet e social network, in grado di spedire 50 sms al minuto quanto incapaci di comprendere un testo scritto che contenga più di una subordinata). Alla fondatezza di un tale pericolo è sensato dare qualche credito, se è vero che persino un grande della critica letteraria come Harold Bloom ha paventato – nel suo libro più noto, Canone occidentale – il possibile arrivo di una teocrazia audiovisiva capace di fare piazza pulita della civiltà e del concetto di umano così come siamo stati abituati a intenderli e praticarli dalla fine del Medioevo. Allo stesso tempo però è forte il sospetto, soprattutto in una gerontocrazia dell’intelletto com’è Italia, che tra quelli che urlano “al barbaro!” ci sia anche chi, semplicemente, è incapace di riconoscere i nuovi linguaggi (quelli che racconteranno il mondo di domani) e chi – peggio – si straccia le vesti per conservare la propria posizione di privilegio.

Droctulft passò a difendere Ravenna e Shakespeare era considerato ai suoi tempi un mezzo barbaro assetato di sangue. Siamo sicuri insomma che il pericolo arrivi dalle periferie oceaniche dei supposti analfabeti di ritorno (tra i quali – nascosti com’è fisiologico in una folla di reali analfabeti per vocazione – si muovono i nuovi Céline e i nuovi Stravinskij e i nuovi Carmelo Bene, quest’ultimo a suo tempo percepito come barbarico massacratore del già barbarico Shakespeare) più di quanto non provenga dalle centralissime stanze dei bottoni che forgiano ogni giorno l’immaginario mainstream? Presentarsi sulle scene parlando una nuova lingua – anche una lingua in apparenza rozza e brutale rispetto a ciò che fino a quel momento è considerata la lingua ufficiale della civiltà – non ha niente di incivile se la neo-lingua in questione è in grado di restituire la complessità del mondo. Mi sembra questa la vera chiave di volta ed è qui, insomma, che si gioca la partita. Non è forse rozza e brutale la lingua del Cantico delle creature se la leggiamo dal punto di vista della latinità agonizzante? Eppure sarà proprio questa lingua barbarica (volgare) a raccontare la ricchezza e la meravigliosa complessità di un mondo che ha semplicemente cambiato pelle e codice d’accesso. E d’accordo, le sinfonie psichedeliche dei Pink Floyd potevano suonare barbariche se confrontate con la tetralogia wagneriana, ma per raccontare musicalmente – in tutta la loro ricchezza e confusione – gli anni sessanta e settanta del Novecento The piper at the gates of dawn e Atom Heart Mother sono probabilmente più efficaci del Sigfrido o del Crepuscolo degli dei.

Il problema è che la lingua ufficiale coincide spesso con quella del potere, e la lingua del potere (politico, giornalistico, culturale eccetera) è esattamente l’antitesi di una lingua in grado di restituire complessità, e dunque bellezza, sia che la lingua del potere si esprima attraverso l’idiozia monolitica dello slogan, sia che baratti la reale complessità del mondo con i vuoti a rendere del bizantinismo o dell’estetica spettacolare. Chi è in definitiva il vero barbaro? È un barbaro chi fa scempio di ogni complessità parlando dal pulpito del proprio potere ufficiale (di solito, proprio in nome della cultura e della molteplicità) o chi, ridotto il proprio mondo in macerie grazie alla distruttività culturale di quel potere, ne tira fuori una nuova lingua, rozza e volgare e clandestina quanto vogliamo, ma spesso più ricca e vitale di chi fatica a comprenderla e ad accettarla? Sono più barbarici i nuovi rap di Fabri Fibra o le prolusioni di un ministro della cultura? Era più distruttivo American Psycho o i “pedagogici” editoriali contro Bret Easton Ellis pubblicati a proprio tempo su quotidiani che fanno della pornografia e dell’ultraviolenza la propria fonte d’ispirazione neanche troppo occulta? È più blasfemo Totò che visse due volte di Ciprì e Maresco o il macabro esercizio collettivo di sciacallaggio e pedofilia mediatica (da parte di intellettuali, psicologi, sociologi, giornalisti…) andato in scena recentemente in Italia intorno all’omicidio di Sarah Scazzi?

Se si vuole trovare la vera Apocalisse del mondo in cui viviamo, sarebbe meglio così guardare ai luoghi, centralissimi e ufficiali, da cui promana la nostra lingua ufficiale – e si scoprirà che il cuore della nostra Apocalisse quotidiana è come l’occhio di un ciclone: non un luogo violento ma un luogo morto, disabitato, dove non accade assolutamente niente, ed è quel niente che governa o pretende di governare il movimento che si espande verso lo spazio circostante. A ben guardare, però, si tratta di una contro-Apocalisse, un’Apocalisse rovesciata rispetto a quella evocata da Artaud (lì entrava la peste in città sovvertendo follemente ogni ordine; qui regna una stasi e un ordine che assomiglia all’assenza di vita, per cui la famosa “rivelazione di senso” non è semplicemente impedita fino a prova contraria, ma resa impossibile in via definitiva). Contrastare l’espandersi di questo niente è di conseguenza la vera battaglia culturale a cui siamo chiamati. Fino a quando si riuscirà a evitare che l’occhio del ciclone diventi il ciclone stesso, tra i nuovi barbari in marcia dalle periferie ci sarà sempre un Droctulft o (ancora meglio) un Charlie Parker. La presenza di ognuno di essi impedisce al crollo nel vuoto di essere compiuto e definitivo, dunque scongiura la possibilità che sia reale in maniera assoluta.

Per ultimo. Tra le conseguenze delle invasioni barbariche ci fu la fondazione di Venezia.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
14 Commenti a “I barbari e la peste”
  1. christian raimo scrive:

    Il pezzo di Nicola su civiltà e barbarie è di un laicismo quasi commovente. Soprattutto messo a confronto con il salmodiare da epigoni di Baricco e dei suoi contro-cantori, tipo Scalfari e Battista…

  2. martie scrive:

    L’ho letto con curiosità, grande Nicola!

  3. Larry Massino scrive:

    Sarebbe assai assai opportuno ripartire da bei ragionamenti come questo. A maggior ragione non capisco il recente attacco de Lagioia a Melissa P, una ragazzina assolutamente ininfluente da questo punto di vista (del quale attacco non ho forse compreso il contenuto ironico?) Bisogna prendersela con chi difende l’attuale sistema della cultura ” alta “, non solo Baricco e Scalfari, ma tutta la cultura che di fatto difende lo status quo, quella che pretende i finanziamenti pubblici sostanzialmente a danno di chi produce fuori dai circoli culturali che hanno diritto ad accedervi per ovvia vicinanza e direi pure collusione con il sistema politico (si spartiscono tutto, anche i finanziamenti alla cultura, basti leggere circa l’inchiesta sulla cricca e in particolare Balducci-De Santis, nella quale è coinvolto praticamente tutto il sistema di produzione del cinema d’autore). Bisogna prendersela coi salotti ” culturali ” della televisione, che si danno la parola da soli, a vicenda, fungendo da legittimatori reciproci. Bisogna prendersela con le recensioni letterarie di scambio, che non sono un bello spettacolo da vedere neanche in chi si atteggia a quasi ” barbaro “. Non mi va di fare altri nomi, ma credo capisca chiunque a quali nomi alludo. Comunque sia, viva i barbari Shakespeare e Carmelo Bene.

  4. gino scrive:

    OT

    christian, mi scusi, la collana relativa alla narrativa sudamericana quando parte?

  5. Nicola scrive:

    Per Larry. Per inciso. Il mio famoso attacco a Melissa P. di questi giorni non c’è stato. Semplicemente, è stata ripresa da Gli Altri e da Ritanna Armeni sul Riformista, una cosa che dichiarai a voce quasi 10 anni fa (credo fosse il 2002) durante un pranzo dopo un Ricercare e che finì su un piccolo blog. Melissa P. – con la quale mi ero chiarito appunto molti anni fa – l’ha ritirata fuori in un’intervista di questi giorni, il che ha scatenato i furori della Armeni che è intervenuta come se io questa cosa l’avessi detta pubblicamente oggi.
    Io, tanto per spiegare la situazione, me ne stavo più che tranquillo a farmi i fatti miei quando mi è caduta in testa questa cosa proveniente da un passato e cavalcata soprattutto come fosse roba di oggi.
    Ho scritto alla Armeni per farle capire come erano andate le cose, ma lei ha preferito non risponderle.

  6. Nicola scrive:

    …volevo scrivere “non rispondere”.

  7. Larry Massino scrive:

    Nicola grazie per il chiarimento. Stando così la cosa, l’articolo su gli altri e il successivo della Armeni sono pure mascalzonate: ritiro quanto avevo postato sul riformista. Ci ero cascato, dalla Armeni non me l’aspettavo.

  8. Allora risulta necessario prendere sul serio il coraggio di Droctulft. Almeno per chi, oggi, coetaneo di Frederic Moreau, ha poco in comune con la sua lingua. Insomma vorrei smettere di sentirmi un barbaro solo perchè i miei polpastrelli sono fin troppo attivi. Solo perchè vago tra i Griffin e i Doctor House, tra i The Mentalist e i Blob. Se vedo a distanza e digito quotidianamente e poi tento di non perdere il vis a vis nè il primato del dire nè la complessità (spesso più noumenica che fenomenica) resto complice col potere, sono un invasore intimo ? Basta avere vent’anni più di me (“gerontocrazia dell’intelletto” ?) per cantare il coro dell’apocalisse portata dai nuovi barbari, estetocrati ignari, giovani postatomici, scurnacchiati untori … Confesso che queste sirene colpiscono le mie orecchie, ma io non mi sento del tutto in colpa!

  9. Enrico Macioci scrive:

    Un articolo illuminato e illuminante. Il nostro destino si gioca nel tipo di linguaggio che riusciremo a esperire per comprendere ed esprimere questo nuovo tempo, questo passaggio antropologico che si va compiendo a velocità sempre più folle, questo gorgo precipite.
    Il cambiamento è il presupposto d’ogni salvezza, ma comporta una fase di profonda crisi – quella appunto che stiamo attraversando senza ancora possedere i necessari strumenti culturali, e dunque un po’ da ciechi, da zoppi, da affamati, un po’ come il padre e il figlio de LA STRADA di McCarthy. Speriamo di migliorare presto, ne va della nostra salvezza.

  10. maria scrive:

    È un barbaro chi fa scempio di ogni complessità parlando dal pulpito del proprio potere ufficiale scrive Nicola, io aggiungerei che è barbaro chiunque non abbia il senso della complessità, anche se parla da un pulpito privo di potere.

  11. Larry Massino scrive:

    Quello che dice Maria non è corretto in questo contesto, nel quale si auspica fondamentalmente una ribellione ” dolce ” contro i tenutari di un vecchio sistema di riferimento. Se non ho capito male… In una qualunque fase di trapasso, la complessità – che è di sistema e non può essere di persona – può anche essere ignorata. Altrimenti il richiamo ad essa si rivelerebbe un’arma micidiale in mano ai privilegiati, un’arma reazionaria e restaurativa, in nome della quale diverrebbe di fatto criminale ogni azione di ribellione, sia da parte di singoli individui che da parte di soggetti sociali.

  12. maria scrive:

    @larry

    io credo che il senso della complessità possa essere anche di una sola persona e ciò non impedisce certo la ribellione , la forma che poi tale ribellione può assumere è altra cosa e non deve essere necessariamente articolata in modo canonico. Per me, dunque, il senso del complesso comunque enunciato non è affatto reazionario-

    Può darsi però che mi sia allontanata dal fulcro del denso articolo di Nicola Lagioia, per via dei molti collegamenti che esso offre, ma il passo che ho quotato mi ha colpito particolarmente forse perchè Nicola parla di potere ufficiale e siccome io sono convinta che non esiste il signor Potere ma tanti poteri anche il potere non ufficiale potrebbe rivelarsi barbaro , certo poi il testo di Lagioia può essere letto e affrontato da cento punti di vista e magari tutti con un fondo di verità, infatti voglio ri-leggerlo:-)

  13. Sebastiano Lisi scrive:

    Questa lettera è stata spedita a Repubblica qualche giorno dopo la risposta di Baricco a Scalfari. Ovviamente non è stata pubblicata; credo, immodestamente, per la sola ragione che che a scriverla non è stato un nome riconoscibile nell’ambito della ecclesia giornalistico-culturale.

    Su Baricco e i nuovi barbari.

    Egregio Dottor Eugenio Scalfari,

    Stando alla distinzione baricchiana, ma solo per “vile” comodità giornalistica, “barbarico imbarbarimento” e “profondità superficie,” in mancanza d’altro, sostiene il nostro, quale luogo retorico rinvenibile in cui il “senso” sarebbe smarrito o disperso ma felice e contento di giocare al tramonto e all’alba delle civiltà, dico subito che, a mio giudizio, la differenza che taglia a longitudine tutta la questione è solo fra discorso sul senso, chiacchierata if you like, e comprensione cattura restituzione del senso dovunque gli pari di starsene. In breve fra discorso sulla cosa oggetto di pensiero e pensiero della cosa oggetto di discorso. Esempio: che il senso profondo di quanto accade all’umano stanziare e vagare, nella modernità, andasse sempre più rintracciato alla superficie della vita è stato mostrato da chi, attraverso sondaggi ed escavazioni della superficie fonda dell’esistere, ha visto nella superficiale chiacchiera e nella tecnica che avvolge la superficie dell’intero globo una dimensione esistenziale dell’esserci, singolo e collettivo, pervasiva del tempo contemporaneo. O da chi dalla superficie profonda della giornata di un non qualunque Bloom ha tratto – non detto o fatto discorso – portandola ad espressione, la profondità superficiale di tutte le questioni possibili perenni, grandi e minute che si sbattono nella testa, nel cuore e anche ad altezza d’inguine di ogni comune civilizzato o imbarbarito mortale, per vario grado e in vario modo. O da chi con interminabile sublime giro di periodi ha mostrato – non detto o fatto discorso – narrando la superficialità di un mondo, che la profondità di abissi di senso della sua sostanza poteva tutta stare e consistere in una curva di sopraciglio o nel gesto variato che regge e muove un ventaglio. O da chi rinchiuso in una stanza in fondo a un tunnel tenendo tutto nella simulazione – o dissimulazione – di un’esposizione da verbale di cancelleria o da cronaca di una visita in un villaggio, alla superficie ha fatto arrivare – non detto o fatto discorso – il ribollire sordo e infuocato del magma di angosce speranze desideri paure che lavica e fa pietra la mortale esistenza. Da chi, e qui la finisco, ha detto mostrandolo – non fatto discorso – che tutta la profondità di senso sta nell’uso quotidiano, cioè superficiale, del nostro linguaggio. Qui mi fermo, ma l’elenco potrebbe contenere ancora molte figure di pensiero che nel secolo scorso hanno scavato in profondità, non per il gusto di coltivare gli abissi di senso, ma per catturare tutto il senso possibile della superficialità della vita in svolgimento, che sta tutto li, con tutto il resto ammassato e confuso, a fare senso; pensando la cosa, appunto, non certo facendone occasione per una culturale chiacchierata, intesa in neutra accezione.
    Questo per quanto riguarda quel “crocevia della profondità”, che a me sembra più un dedalo di vie, ma dipenderà forse dalla diversa conformazione urbanistica dei quartieri frequentati, e che Baricco sembra vivere e sondare con timorosa curiosità solo perché sembra esserci ora arrivato, e forse è questa la ragione, come lui stesso ammette, non solo quindi esigenze giornalistiche, della semplificazione del tutto. Infatti, fra qualche anno, dice di esserne sicuro, ne scriverà meglio. Aspettiamo e speriamo. Comunque, si tranquillizzi Baricco, non c’è proprio il rischio che colpisca a morte alcunché, già un’intera schiera di barbari, secondo la baricca classificazione, se ne sono occupati e preoccupati per tutta una buona pezza di tempo a cavaliere fra metà ottocento e metà novecento, tralascio i nomi per non aggravare la pazienza di chi legge, già da me messa a dura prova. Semmai, a me, quella di Baricco, la mossa la parola il gesto, sembra una lisciata di pelo, neanche contropelo, della superficie dei tempi presenti, altrimenti come farebbe ad avere un successo snob presso la folla acculturata che frequenta anche i centri commerciali (basta visitarne i negozi di libri) e segue i reality, quasi con la stessa passione con la quale legge Baricco? Attenzione, non ho nulla contro il successo, dico solo che Baricco non è Jobs o l’inventore di Google, che vendono le loro invenzioni barbariche, ma uno che vende le civilissime pagine che scrive, uno che scrive insomma, come lei, e come me in questo momento. E chi lo legge? I nuovi barbari? Ma se non hanno letto neanche Flaubert! figurarsi Baricco. E anche su un’eventuale paventata dolance di snobismo a lui rivolta, Baricco si tranquillizzi pure, nessuno, a meno di non essere un totale imbarbarito ignorante, ma questi non leggono neanche i cartelli stradali, gli darebbe mai dello snob. Ma perché mai si preoccupa? – mi chiedo e le chiedo -; scrive così bene piatto – pardon – piano e chiaro che mai alcuno potrebbe pensare che vuole snobisticamente selezionare e separare. E se Baricco sembra darsi a tratti l’aria un po’ barbaricca-snob dell’intellettuale “ritoccato” – neanche fosse un attore, dice compiaciuto; e se lo fosse davvero, invece? – in posa barbarica sul tramonto della civiltà occidentale a scrutare futuri prossimi – già tutti passati – nessuno si adombri, perché egli, nell’eventualità, vi sta con calco lieve, quasi sospeso, in touch direbbe lui, come la tecnologia Apple. Sì, un pensiero e una scrittura touch quella di Baricco, “tipicamente” senile, come quando ormai nonni e già anziani si pensa di poter mostrare ancora valentia giocando sempre a cavalluccio con i nipotini, piuttosto che meditare Pascal e prepararsi alla morte, dovessero pure passare molti anni; anzi, tanto di più – ed è il mio augurio a tutti gli anziani, nonni e non – se molti anni ancora avessero a passare.
    Non so, ma a me questa cosa dei barbari che sopprimono “il luogo e il mito della profondità” mi suona tanto figura dello schermo per ingaggiare polemica tenzone, non si capisce, almeno io non capisco, bene con chi. E comunque, cercando di venire alla fine, mi sembra che a Baricco, se qualcosa invece ho capito, piacciono i barbari, ma vorrebbe anche che noi tutti – lei per primo, che dei barbari, non per anagrafe, non avendo Lei l’età del figlio di Baricco, ma honoris causa farebbe parte, secondo il lauro riconosciutogli dal nostro – lo riconoscessimo per tale, anche se a me, lo confesso, non sono chiari quali sarebbero i suoi meriti barbarici. Perché, se barbaro è colui il cui sistema di pensiero “non elimina il senso ma lo ridistribuisce su un campo aperto” in cui, dico io, non sopprime il luogo della profondità, ma lo trae in superficie, lo porta fuori e mostra, perché solo così la superficialità della vita, anche tutta quella che accade intorno noi e in cui anche noi stiamo confitti, può ricevere comprensione e sapere, allora barbaro è, ancora oggi e per domani, Proust, Joyce, Kafka, Musil, a suo modo anche Borges e – perché no? – anche il buon Barney Panofsky, con la sua versione dei fatti, e a pensarci anche Richard Ford con la sua trilogia. Questo per stare ad alcuni dei pochi “scrittori” che un poco conosco. Ora se di questa razza e stazza – non in tutti di pari peso – sono i barbari, perché del senso non hanno fatto discorso, ma avuto pensiero e cura, ciascuno a suo modo, cogliendolo nella profondità della superficialità per dargli espressione e mostrarlo, allora il ragionare di Baricco, che è soltanto discorso sulla cosa oggetto di pensiero, polito e corretto, una bella coltivata chiacchierata fra amici, mi sembra figurare, così come questa mia – stando alla suddetta distinzione – come un aspetto dell’imbarbarimento della vecchia civiltà, una schiuma “chimica”, letterariamente gradevole – certo non questa mia -, che degli elementi dell’epoca combina, cattura o produce nessun nuovo senso, né in superficie né in profondità. Un ragionare che nella ricercata e pretenziosa rottura di schemi della nostra tradizione – “ribellione” – mostra tutta la corrività politica di un correttissimo pensiero: lo “scarico” fisiologico di un epoca – tramontante per l’intenso e lungo riverbero che ancora rilascia – di fatto tramontata; un’epoca auto-fagocita, che sta finendo di mangiare se stessa, ma che ancora tutto trangugia e digerisce.
    Non sempre bene.
    La lettera – pure questa mia – ne è prova.

    Cordialmente,
    Sebastiano Lisi

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  1. […] Via Minimaetmoralia […]



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