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Il Sistema dei Buoni secondo Luca Rastello

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Torniamo a parlare del romanzo di Luca Rastello con un pezzo di Alessandro Leogrande uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

L’ultimo romanzo di Luca Rastello (I Buoni, Chiarelettere) mette in luce uno dei nervi scoperti della nostra contemporaneità: l’ideologia del bene e la frenetica attività dei Buoni (con la b maiuscola), suoi ultimi depositari. Rastello narra di Aza, una giovane donna scampata ai cunicoli di Bucarest, che approda nell’universo italiano di don Silvano e della sua multiforme onlus In Punta di Piedi. Attraverso i suoi occhi, racconta luci e ombre di un vasto mondo che passa per “volontariato”. Descrive i suoi tic, le sue “doppie morali”, i suoi avvitamenti linguistici… Benché sia un romanzo (e del grande romanzo, I Buoni, ha innanzitutto il ritmo), è difficile non scorgere nel Don Silvano dal maglione sdrucito e l’insistenza sul “restituire memoria”, i tratti di don Ciotti e così, nella onlus In Punta di Piedi, la galassia sorta intorno al Gruppo Abele e a Libera (lo stesso Rastello, tra l’altro, è stato direttore di “Narcomafie”).

Tuttavia l’aspetto più interessante del libro non è tanto nel riconoscere chi si celi dietro questo o quel personaggio, quanto nel veder descritta una tendenza, un rischio, un paradosso: quello dei testimoni e degli operatori sociali, cui lo Stato e una politica sempre più debole demandano, da tempo, la “gestione” dei vari disastri umani. Anche quando “si sporcano le mani”, collocano se stessi al di là di ogni possibile critica, istituzionalizzando la propria azione. Il discorso non riguarda solo il volontariato, ovviamente, ma chiunque si occupi a vario titolo – anche nei giornali – di quei mali.

Così, il miglior modo di leggere I Buoni (che forse verrà ridotto a un j’accuse contro i massimi esempi dell’umanitarismo nazionale) è quello di rivolgere le critiche mosse al suo interno innanzitutto contro se stessi. A un certo punto Andrea, uno dei personaggi principali, per certi versi alter-ego dell’autore, dice: “I tossici sono il residuo di un’altra epoca, di un altro mercato: quando erano le droghe il male assoluto. Poi i gusti sono cambiati. Ora se vuoi incarnare il bene assoluto, quello che non si discute a meno di tradimento, devi combattere le mafie.”

Rastello racconta un mondo che rischia spesso di riprodurre meccanismi autoreferenziali (dalla retorica del “noi” al culto del proprio leader). Tutte dinamiche, si potrebbe dire, che attraversano molti gruppi e organizzazioni, ma essa non è affatto una strada obbligata. Non è inevitabile che il Sistema dei Buoni produca ipocrisie, né è inevitabile che al suo interno sia da ritenersi estinta la possibilità di alcun bene autentico, o la presenza di persone seriamente – o tragicamente, se si vuole –  persuase di tali dilemmi. Ciò vale sia per le grandi organizzazioni, che per quelle, soprattutto, ai margini dello stesso Sistema.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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