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“I cani romantici”, le poesie di Roberto Bolaño

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Oggi Roberto Bolaño avrebbe compiuto 63 anni. Lo ricordiamo con questo pezzo che affronta un tema meno battuto ma non meno importante per la sua vita artistica: la sua produzione poetica (fonte immagine).

di Giorgia Esposito

Los perros románticos (I cani romantici) è il primo libro di poesie pubblicato in Spagna da Roberto Bolaño. La prima edizione, Zarautz, Fundación Social y Cultural Kutxa, 1993, che gli vale il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, contiene quarantacinque poesie, scritte fra il 1977, anno in cui Bolaño arriva in Europa, a Barcellona, e il 1990.

Le poesie sono raggruppate in cinque capitoli tematici: Poetas, Detectives, Amores, Hospitales, Crepúsculos. Soltanto ventitré componimenti confluiranno, insieme ad altri venti testi inediti, nelle due edizioni successive: Barcellona, Lumen, 2000 e Barcellona, Acantilado, 2006.

A partire dalla seconda edizione, Los perros románticos, non più suddiviso in capitoli tematici e accompagnato dalla prefazione del poeta e critico letterario Pere Gimferrer, contiene le poesie scritte fra il 1980, anno in cui Bolaño lascia Barcellona per trasferirsi a Girona, e il 1998, anno di pubblicazione de Los detectives salvajes.

In un’intervista, rilasciata il 20 luglio 2003, al quotidiano cileno “El Mercurio”, Bolaño dice: «La mia poesia e la mia prosa sono due cugine che vanno d’accordo. La mia poesia è platonica, la mia prosa è aristotelica. Entrambe abominano il dionisiaco, entrambe sanno che il dionisiaco ha trionfato».

Tutta l’opera di Bolaño – entrambe le cugine che vanno d’accordo – canta la sconfitta dell’apollineo, attraverso una molteplicità di voci: da quella del calzolaio che, in Notturno Cileno, non vede realizzata la sua Collina degli Eroi, alla voce della madre della poesia messicana, Auxilio Lacouture, che, in Amuleto, si trova faccia a faccia con l’ombra dei suoi figli – una massa di bambini, unita solo dalla generosità e dal coraggio – che cammina inevitabilmente verso l’abisso.

Ma l’abisso, ricorda Bolaño in Tra Parentesi, è anche l’unico posto dove si può trovare l’antidoto alla malattia che affligge Apollo. Per essere poeti occorre scandagliare il fondo inesistente del portafiori di Poe, quello che contiene tutti i crepuscoli e le porte segrete dell’inferno, che il poeta può contemplare, ma giammai varcare: più in là c’è solo la morte, e con essa innumerevoli storie di «generazioni sacrificate sotto la ruota e non raccontate» («I passi di Parra», I cani romantici).

Bolaño era un sopravvissuto, un testimone, impegnato in una lotta contro il tempo, contro la malattia, che ha voluto dare voce ai poeti morti bambini, a quelli che non hanno potuto raccontare, ai cani romantici che hanno attraversato, con lui, le strade polverose del Messico, inseguendo assassini, puttane e poetesse.

Nelle poesie de I cani romantici il lettore trova il canto dei personaggi che costellano la produzione in prosa dell’autore: dalla prostituta adolescente, Lupe, all’abitante della città degli assassini, il Verme, fino ai poeti troiani, i figli dimenticati di Walt Whitman, Violeta Parra e José Martí. Ai sopravvissuti spetta l’ufficio della memoria, sebbene si tratti di memoria della sconfitta.

La raccolta, la cui stesura precede il breve periodo di fama di cui ha goduto Bolaño in vita, è un gesto d’amore nei confronti della letteratura e della possibilità di riscatto che l’atto di scrivere comporta. «La tua amicizia mi raccoglierà / dalla terra incolta dell’oblio», scrive nella poesia Musa, «Perché con te posso attraversare / i grandi spazi desolati / e sempre troverò la porta che mi ricondurrà / alla Chimera».

Bolaño tratteggia, nel genere a lui più congeniale, la poesia, il proprio percorso d’iniziazione poetica e le immagini che lo hanno definito, a cominciare dai «detective perduti nella città oscura / Ho sentito i loro gemiti, la nausea, la discrezione / Delle loro fughe», il detective che, come il poeta, attraversa e contempla l’orrore, tornando «sulla scena del crimine / Da solo, tranquillo / Come nei peggiori incubi, / L’ho visto sedersi per terra e fumare / In una stanza piena di sangue secco / Mentre le lancette dell’orologio / Viaggiavano rattrappite nella notte / Interminabile» (Detective).

Per attraversare invitti il «breve racconto del terrore», che è la storia, occorre una grande dose di coraggio: «Un coraggio innominabile e inutile, è vero, / Ma ritrovato ai margini / Del sogno più remoto, / Nei reparti del sogno finale, / Sul sentiero confuso e magnetico / Degli asini e dei poeti» (L’asino). Affinché il detective torni sulla scena del crimine e il poeta canti la bellezza nascosta oltre l’orrore, per riscattare, alfine, la storia dall’oblio, serve la maggiore delle virtù, il coraggio: «La virtù maggiore della mia specie traditrice / È il coraggio, forse l’unica reale, palpabile fino alle lacrime, / Fino agli addii» (La mia vita nei condotti di sopravvivenza).

In continua oscillazione fra il romantico «cammino dei cani» e il sinistro, ma inevitabile, «sentiero dei serpenti», il poeta si trova smarrito: «Mi trovo nel posto dove si vede solo con la punta delle dita, pensai. Qui non c’è nessuno.», cosciente di aver intrapreso una strada che lo condurrà verso una meta ineludibile: «la moto nera mi portava / direttamente verso la distruzione. Non più lune tremanti / sulle vetrine, non più camion della spazzatura, non più / desaparecidos. Avevo visto la morte copulare con il sogno / e ormai ero avvizzito» (L’ultimo selvaggio).

Viaggiano i poeti Mario Santiago (Ulises Lima ne I detective selvaggi) e Roberto Bolaño, a bordo di una moto, che è “un asino nero che viaggia senza fretta / Nelle terre della Curiosità”, ai confini del sogno, dove risuona un motivo: «Un’allegra canzone d’addio. / E può darsi siano gli atti di coraggio / A dirci addio, senza rancore né amarezza, / In pace con la loro assoluta gratuità e con noi stessi. / Sono le piccole sfide inutili – o che / Gli anni e l’abitudine hanno fatto sì / Che credessimo inutili –  A salutarci, / A farci segnali enigmatici con le mani, / A notte fonda, su un lato della strada, / Come nostri figli amati e abbandonati, / Cresciuti soli in questi deserti calcarei, / Come lo splendore che un giorno ci attraversò / E che avevamo scordato» (L’asino).

Se il riscatto collettivo avviene con l’esercizio della memoria, è l’amore a salvare l’individuo: «sei come lo zoppo che l’amore ha reso eroe: / non tornerai mai nella tua terra (ma qual è la tua terra?), / non sarai mai un uomo saggio, anzi, neanche un uomo / ragionevolmente intelligente, ma l’amore e il tuo sangue / ti hanno fatto fare un passo, incerto però necessario, in mezzo / alla notte, e l’amore che ha guidato quel passo ti salva.» (Il signor Wiltshire).

Di seguito, I cani romantici e Pioggia, tratte dalla mia tesi di laurea magistrale in traduzione conseguita presso l’Università di Torino.

I cani romantici

A quel tempo avevo vent’anni
ed ero pazzo.
Avevo perso un paese
ma mi ero guadagnato un sogno.
E se avevo quel sogno
il resto non contava.
Né lavorare né pregare
né studiare all’alba
assieme ai cani romantici.
E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito.
Una stanza di legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
E a volte guardavo dentro me stesso
e visitavo il sogno: statua resa eterna
da pensieri liquidi,
un verme bianco che si contorceva
nell’amore.
Un amore sfrenato.
Un sogno dentro un altro sogno.
E l’incubo mi diceva: crescerai.
Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, con i cani romantici
e qui resterò.

Pioggia

Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca e affretti
il passo. Come se quelle squallide nuvole piangessero?
Impossibile. Ma allora, da dove questa rabbia,
questa disperazione che ci condurrà tutti all’inferno?
La Natura cela alcuni dei suoi processi
nel Mistero, suo fratellastro. Così questa sera
che reputi simile a una sera da fine del mondo
prima di quanto immagini ti sembrerà soltanto
una sera malinconica, una sera di solitudine smarrita
nella memoria: lo specchio della Natura. O forse
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né i tuoi passi
che riecheggiano sul cammino della scogliera hanno importanza.
Adesso puoi piangere e lasciare che la tua immagine si dissolva
sui parabrezza delle auto ferme lungo
il Paseo Marítimo. Ma non puoi perderti.

Commenti
4 Commenti a ““I cani romantici”, le poesie di Roberto Bolaño”
  1. RobySan scrive:

    Alcune altre qui.

  2. Stefano Pulli scrive:

    sarebbe possibile avere una copia delle poesie da te tradotte? o esiste un’edizione italiana di cui non sono a conoscenza? grazie Giorgia per l’articolo

  3. Stefano Pulli scrive:

    <3 grazie infinite volte

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