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I Cito, la faccia oscura di Taranto

In attesa del ballottaggio a Taranto, pubblichiamo un articolo di Alessandro Leogrande uscito il 10 maggio sul «Corriere del Mezzogiorno». Qui un assaggio di «L’eterno ritorno di Giancarlo Cito» di Alessandro Leogrande contenuto in «Il corpo e il sangue d’Italia. Otto inchieste da un paese sconosciuto».

In un futuro lontano, gli ultimi vent’anni di politica tarantina verranno ricordati come gli anni del citismo sempre risorgente ogni qual volta è stato dato per morto e sepolto. Questo singolare impasto di leghismo meridionale, xenofobia triviale, recupero casereccio del neofascismo, populismo di periferia, sermoni antipolitici condotti dagli schermi di un emittente televisiva famigliare, è difficile da discernere al fuori dei confini della città jonica. Eppure continua a riprodursi. Oggi la saga dei Cito batte l’ennesimo colpo: Mario Cito, candidato sindaco in sostituzione dell’intramontabile padre Giancarlo (vero candidato “ombra”, benché in carcere per scontare un cumulo di condanne definitive per tangenti e concussione) è approdato al ballottaggio con il 18,9% dei voti.

Alle spalle c’è il precedente delle amministrative del 2007. Allora Giancarlo Cito, ex picchiatore fascista e sindaco sfascista della Taranto plumbea di metà anni novanta, dopo aver scontato una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa, decise di candidarsi nuovamente alla poltrona di sindaco. Quando il Tar gli impedì di correre, ebbe il colpo di genio. Candidare il figlio in sua vece, e condurre in prima persona la campagna elettorale, mantenendo inalterati i manifesti con la propria foto con su scritto “Vota Cito”, “che tanto è lo stesso”. Contro ogni previsione, traendo vantaggio dal tracollo del centrodestra locale, responsabile del crack finanziario del Comune nel 2006, sfiorò il ballottaggio. In questi cinque anni il citismo è rimasto in letargo, con qualche fiammata elettorale qua e là. Poi è tornato in forza alle nuove elezioni amministrative.

In marzo i Cito riprendono le loro trasmissioni elettorali ogni sera, dagli studi di Tbm. Ma a metà campagna elettorale c’è il colpo di scena: Giancarlo Cito viene nuovamente arrestato, questa volta a causa di altre due condanne divenute definitive, e la storia prende un nuovo corso. Il figlio Mario continua la corsa da solo. Colui che è stato sempre identificato come “il muto” (la sua era quasi una candidatura “di copertura”), adesso in un singolare rapporto mimetico con il padre inizia a riprodurne lunghi discorsi, anatemi, perfino i tic. La carcerazione di Giancarlo Cito (ovviamente “ingiusta”) viene rovesciata, in un processo di vittimizzazione dell’intero movimento politico di famiglia (At6 Lega d’azione meridionale) in arma elettorale. La polemica contro i giudici e la “corruzione di tutti i politici jonici”, unito al solito mantra xenofobo contro zingari e cinesi (Cito arriva addirittura a sperare in una sorta di pogrom contro i rom…), diventano i solidi binari della sua campagna elettorale.

C’è un video esilarante mandato in onda su Tbm. Immagini dei Cito si alternano a scene del film “Nel nome del padre” con Daniel Day Lewis, su alcuni militanti irlandesi ingiustamente finiti nelle galere di Sua maestà. La girandola del montaggio alternato (Giancarlo Cito-Daniel Day Lewis-Mario Cito) si conclude con una schermata inequivocabile: Cito libero (il padre), Cito sindaco (il figlio).

Come i tarantini possano ancora sorbirsi tutto ciò è quasi un mistero. Il disagio delle periferie, il vento dell’antipolitica, l’efficacia della telepredicazione continua spiegano solo in parte il mistero di un consenso che si rinnova, mantenendo un suo zoccolo duro. Altrove tutto questo verrebbe bollato come lepenismo (vecchio o nuovo non importa) contro cui erigere un cordone costituzionale. Esistono pure delle forme politiche incompatibili con la Carta costituzionale, e il citismo nella sua complessità ci si avvicina parecchio. Ma a Taranto, e in Puglia, si butta tutto in commedia. Sono vent’anni che il fenomeno At6 viene sottovalutato, senza considerare seriamente le tossine che ha disseminato nel linguaggio e nella cultura politica cittadina.

All’approdo di Mario Cito al ballottaggio hanno concorso vari fattori. Innanzitutto la frammentazione delle candidature (11 in tutto) contro il vasto schieramento di centrosinistra in sostegno del sindaco uscente, Ippazio Stefano. In secondo luogo, il tracollo del Pdl. Alla lunga crisi del post-dissesto si è sommata la crisi più generale del berlusconismo. Risultato: Pdl al 6,8% e domanda di destra che si sposta verso la destra estrema. In terzo luogo, l’irrompere del cartello ambientalista che ha sostenuto la candidatura del leader verde Angelo Bonelli: la sua strategia grillina e fortemente impolitica ha allargato di fatto il perimetro del linguaggio citano.

Al ballottaggio Stefano (giunto al 49,5% dei voti al primo turno) ha la vittoria in tasca. Il centrosinistra ha già ottenuto quasi il 55% dei voti (più del suo candidato sindaco) e una solida maggioranza in consiglio comunale, quale che sia l’esito del ballottaggio. Eppure stupisce come l’exploit di Cito non desti alcun allarme. A nessuno sulle rive dello Jonio sembra venire in mente di gridare “Non” (come fece il quotidiano progressista francese “Liberation” in prima pagina, dopo l’approdo di Le Pen al secondo turno presidenziale del 2002, invitando a votare al ballottaggio per il non certo amato Chirac). Dei 9 candidati esclusi dal secondo turno, solo Dante Capriulo (ex assessore della precedente giunta Stefano, sostenuto da Rifondazione e due liste civiche) ha sostenuto che voterà contro Cito. Tutti gli altri non intendono esprimere, al momento, alcuna indicazione per il ballottaggio. Per gli ambientalisti di Bonelli, Cito e Stefàno “pari sono”. Anzi dalle loro dichiarazioni “ecologiste e democratiche” si evince che il sindaco del post-dissesto sia addirittura peggio di un neofascista condannato in via definitiva per mafia. L’ex ministro Raffaele Fitto e il Pdl, noncuranti delle dinamiche implosive della seconda repubblica, la corsa cioè verso le ali estreme, valutano invece la possibilità di stringere un accordo al ballottaggio con Cito jr.

Perché mai dovrebbero meravigliarsi, gli storici futuri, se il citismo, col suo cumulo di odi e rancori, ha avuto a Taranto una vita tanto lunga? La Terza repubblica dovrebbe nascere su un minimo comun denominatore: le istituzioni e il loro continuo svillaneggiamento (nutrito di una xenofobia che fa paura) pari non sono. Le indicazioni per i ballottaggi sono il primo banco di prova.

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
Commenti
4 Commenti a “I Cito, la faccia oscura di Taranto”
  1. Andrea scrive:

    Avete parlato di Puglia e male nel corso del tempo, con una certa parzialità di fatti.
    Caso Emiliano, un articolo bonario di Lagioia, che data l’assenza dal territorio ha riportato fatti a metà, nei confronti del sindaco Emiliano, reo, in realtà, di aver distribuito cemento per la città senza una grande logica visti il totale dei metricubi di cemento e vista anche la quantità di gente, a usufruire di tale cemento, nettamente inferiore. Metricubi per pochi intimi non per la gente. Quindi gli interessi poltronistici ed economici ad avere un rapporto con i De Gennaro risultano chiari. Diceva Lagioia che Emiliano può riscattarsi, può fare meglio, dovrebbe andarsene perché come è valso per Berlusconi vale per Emiliano, niente personalismi, niente favoritismi, pulizia, onestà.
    Ma la retorica è buona per ogni stagione.
    Passiamo al Cito chi era chi non era, non ha grande importanza.
    La gente a Taranto muore per il semplice fatto che ha fame, il nostro governatore Vendola deve spiegare, oltre i suoi intrighi con don Verzé, i suoi compromessi per mandare avanti la regione, il clientelismo degli ospedali, i soldi destinati a bollenti spiriti, che intenzioni ha con i tarantini. S’è sentita per caso la parola riqualificazione dell’Ilva? Per riqualificazione intendiamo riqualificare anche il lavoro per gli operai, posti di lavoro garantiti. Deve spiegare l’ecologia dov’è con gli inceneritori sparsi per la Puglia in accordo con la Marcegaglia, deve spiegare la perplessità che si ha a capire come la gente abbia votato Stèfano il quale nella sua coalizione vanta Puglia per Vendola e SEL. Vendola se decide di far capolino dalle quelle parti, a Taranto, credo debba munirsi di gran coraggio viste le contestazioni subite. Questi voti a Sel inspiegabili da chi vengono, da quali rapporti clientelari? Perché nell’articolo si fa menzione di un Cito fascista, di un Fitto che lo appoggia e non si menziona l’immobilismo del Vendola, attento agli inceneritori.
    Se si decide di dire, che lo si dica con i sacri crismi e non abusando di una certa parzialità.
    Che sia chiaro, le derive xenofobe sono da condannare tutte.

  2. gianluca scrive:

    Ottimo commento, Andrea…..Forse a qualche signore gli sta bruciando la sedia là dove si è seduto…..

  3. Nicola Lagioia scrive:

    @Andrea – credo tu ti sia perso questo secondo mio post (http://www.minimaetmoralia.it/?p=7452) sulla faccenda, che non mi sembra così bonario come dici (né nei confronti del sindaco del pres. di regione), che toccava la questione dei degennaro etc. Poi ovviamente ogni integrazione e precisazione è gradita.

  4. Eva scrive:

    Invece è bene pensare seriamente a “chi era e chi non era Cito”: un picchiatore fascista, un concentrato pericolosamente carismatico di celodurismo in salsa tarantina e uso spregiudicato della tv come mezzo di manipolazione, più che di informazione. Un politico che nel 1997 viene processato per concorso esterno in associazione mafiosa, nel 2010 per violenza privata e tentata concussione e nel 2011 e 2012 per concussione, e che oggi è detenuto. Nel 2007, il Tar gli vieta di candidarsi alle comunali, a causa delle sue…diciamo…”disavventure” giudiziarie e lui, con nonchalance, candida il figlio Mario a sindaco della città, in una lista chiamata “Cito”: un cognome che non scende nello specifico e che rappresenta una garanzia di continuità. Raggiunge il 15% dei voti e non arriva al ballottaggio. Ci riesce oggi, con una serie di slogan e di anatemi, spesso xenofobi, che fanno di Mario la fotocopia di Giancarlo.

    Concludo dicendo che, se non ci fosse del marcio in questa terra, non ci sarebbe bisogno di parlarne male (ed è sempre bene e giusto parlare di ciò che non va).

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