I dolori del giovane Philip

Pubblichiamo una recensione di Daniele Manusia su «Goodbye, Columbus» di Philip Roth (Einaudi).

di Daniele Manusia

Per chi sostiene la teoria che gli scrittori non fanno altro che riscrivere sempre lo stesso libro, o quanto meno che affrontano gli stessi temi da un’angolazione diversa, Goodbye, Columbus sarà una valida conferma. Pubblicato per la prima volta nel 1959, la raccolta di racconti con cui Philip Roth ha esordito e che gli è valsa, a 26 anni, il National Book Award, potrebbe essere uno dei suoi ultimi brevissimi libri, dettati in tutta fretta (ma sempre perfetti) dalla paura di morire. I dolori del giovane Philip erano gli stessi attorno a cui avrebbe fatto girare i successivi cinquant’anni di carriera letteraria. Soprattutto, la consapevolezza che ogni tentativo dell’uomo di rendersi libero sia destinato a fallire.

Leo Epstein, fondatore di una fabbrica di sacchetti di carta, guarda sua moglie svestirsi prima di andare a letto: “Si infilava dalla testa la camicia da notte bianca, sopra i seni cascanti che le arrivavano alla vita, sul didietro che sembrava un mantice, sulle cosce e i polpacci venati di blu come una carta stradale. Ciò che un tempo si poteva pizzicare, ciò che un tempo era piccolo e sodo, ora poteva essere punzecchiato e stiracchiato. Ogni cosa penzolava”. A quasi sessant’anni, angosciato dalla forza di gravità che inesorabilmente trascina verso terra la carne della moglie e da quello che succede nella camera da letto della figlia (“Di notte il rumore delle cerniere che si aprivano e si chiudevano bastava a tenere sveglia una persona”) Epstein viene preso dalla fregola di portarsi a letto la bella vicina. Il sesso come metafora di riscatto. Ma il giovane Roth aveva già la consapevolezza che non esiste riscatto, che nessuno slancio vitale è destinato a portare buoni frutti. Quando Epstein si ritrova in un’ambulanza e la moglie chiede spiegazioni al medico, quello risponde: “Signora, non faccia domande. Un adulto non può comportarsi come un ragazzo”.

I tentativi dei personaggi di Philip Roth scadono sempre nel ridicolo. La loro urgenza iniziale, quella carica di cui sono dotati, che li porta a lottare contro le tradizioni (Roth sarà accusato a partire da questo primissimo libro di essere un self-hating jew, un ebreo antisemita), le convenzioni, o semplicemente contro il loro destino, non è affatto ridicola. Le conseguenze lo sono. E non c’è niente di peggio che ridere di un povero disperato.

Nel racconto lungo che dà il titolo alla raccolta compare un altro Leo, un personaggio minore, zio della ragazza ricca con cui esce il protagonista povero. Leo Patimkin venditore di lampadine porta a porta, è ubriaco a una festa di matrimonio: “La zona di Leo era il mondo, ogni città, ogni palude, ogni strada grande e piccola. Poteva andare a Terranova, se voleva, o nella baia di Hudson, e su fino all’Ultima Thule, e poi scendere dall’altra parte del globo e bussare a finestre ghiacciate nelle steppe russe, se voleva. Ma non l’avrebbe fatto. Leo aveva quarantotto anni e aveva imparato la lezione. Inseguiva angosce e dispiaceri, d’accordo, ma se ne avevi già abbastanza quando arrivavi a New London, quali nuove cose brutte potevi aver voglia di trovare a Vladivostok?”

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
2 Commenti a “I dolori del giovane Philip”
  1. Pietro scrive:

    Io sto leggendo “Una vita di uomo”. Pirotecnico, vertiginoso, folle nel suo lucidissimo attacco contro tutto e tutti: mogli, amanti, genitori, psicanalista. Si salva solo la letteratura, l’unica cosa buona della sua vita. Letteratura come redenzione e annullamento di sè.

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