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I due vuoti

di Christian Raimo

Quando è cambiata la considerazione delle questioni collettive come temi a cui approcciarsi con strumenti della psicologia e non con quelli della politica? Un testo molto interessante che prova a periodizzare questa mutazione per la quale alle grandi questioni politiche immaginiamo di dare delle risposte individuali e psicologiche, come volessimo uscire dalla storia, quella storia che è conflitto, dialettica, è il saggio del 2003 di Frank Furedi, Il nuovo conformismo. In realtà il titolo originale è più eloquente: Therapeutic culture cultivating vulnerability in an uncertain age, la cultura terapeutica che induce alla vulnerabilità in un’età incerta. Le prime righe del libro sono uno statement molto chiaro:

Viviamo in una cultura che prende molto sul serio le emozioni. Talmente sul serio che quasi ogni difficoltà o avversità viene vista come una minaccia diretta al benessere emotivo.

La ricostruzione che Furedi fa del lungo e articolato processo di riduzione delle questioni sociali a temi di interesse individuale è convincente e a tratti drammatica. Nel dibattito politico sono via via scomparsi vocaboli come coscienza o odio di classe, e hanno preso il campo termini come autostima o resilienza.

Negli anni ottanta il regime thatcheriano appoggiava le iniziative che offrivano consulenza psicologica ai lavoratori che rischiavano di perdere il posto. Molti commentatori vi lessero il tentativo di contenere e disinnescare la reazione dei disoccupati, convincendoli ad adattarsi a un’esistenza precaria. Sembrava che l’impegno del governo fosse rivolto più ai disoccupati, che dovevano essere aiutati ad affrontare la loro condizione, che alla creazione di nuovi posti di lavoro. All’epoca questi interventi vennero duramente criticati. Molti consulenti confidarono che i disoccupati non erano interessati al loro aiuto. Ma verso la fine degli anni ottanta e novanta queste iniziative di counseling erano ormai istituzionalizzate e molto ricercate dai lavoratori. I sostenitori più convinti della necessità di un supporto terapeutico nel posto di lavoro sono i sindacati non i “capitalisti”.
Si tratta di una politica che immagina la società come una comunità di traumatizzati, e che quindi propone una gestione sociale attraverso la cura. Furedi fa cento esempi di come soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti dagli anni ottanta in avanti si sia affermata l’idea che lo Stato debba provvedere al benessere psicologico dei cittadini, trasformando di fatto la società in un gigantesco setting, un mondo morbidamente huxleyano più che orwelliano, una distopia virata all’empatia. Per prima la Thatcher ebbe l’intuizione che poteva minare nel profondo la cultura del lavoro del movimento operaio, usando questo grimaldello.

Tra il 1984 e il 1985 il Regno Unito è attraversato da un leggendario sciopero dei minatori: dura 51 settimane, coinvolge 165mila lavoratori, e finisce con una resa da parte del sindacato della National union of mineworkers, sconfitto dall’intransigenza della iron lady. Ma c’è un elemento poco ricordato di quella vicenda emblematica della vittoriosa onda lunga delle scelte neoliberiste e dell’uscita di scena dalle platee della Storia della classe operaia: uno degli elementi che Margaret Thatcher usò per sfiancare i sindacati fu la proposta di spesare le spese psicologiche degli operai che avrebbero perso il lavoro. Non più conflitto, non più diritti, non più coscienza di classe, ma una serie di individui soli, vittime del tempo, pronti più che ad autodeterminarsi, a farsi consolare, circonfusi da un affetto tossico come il gin di stato di 1984.
Gli studi pioneristici, che affrontavano in termini già terapeutici, la questione dell’impatto psicologico della disoccupazione, come Understanding the unemployment di John Hayes e Peter Nutman (1981) forniscono una legittimazione teorica a un intervento politico che ha fatto scuola.
È banale tracciare come una data spartiacque del nostro secolo lungo la famosa intervista di Margaret Thatcher del 1987 a Women’s own, una rivista femminile simile a Confidenze. Ma leggiamolo tutto il passo, cosa che spesso non facciamo:

Penso che abbiamo attraversato un periodo in cui per troppi bambini e persone abbiano c’è stata una tendenza a dire: “Ho un problema, è compito del governo affrontarlo!” o “Ho un problema, otterrò una sovvenzione per farcela!”, “Sono un senzatetto, il governo deve ospitarmi! E quindi un sacco di persone hanno scaricato i loro problemi alla società, e chi è la società? Non esiste la società! Ci sono singoli uomini e donne e ci sono famiglie e nessun governo può fare nulla se non attraverso le persone, e le persone devono guardare per prime a sé stesse. È nostro dovere badare prima a noi stessi e poi badare anche ai nostri vicini. Le persone pensano troppo ai diritti senza ricordarsi dei doveri, perché non esiste un diritto se prima qualcuno non ha rispettato un dovere.

L’aspetto che si coglie meno della svolta thatcheriana è come questa abbia riscritto non solo i rapporti di forza all’interno della società e della politica, ma anche le autorappresentazioni. Quando la lady di ferro sostiene che la società non esiste ma ci sono solo individui, ci lascia con due vuoti: quello dell’assenza di una comunità su cui poter contare e quello per cui dobbiamo dare un senso alle nostre storie individuali. Quei due vuoti sono ancora lì.

Commenti
3 Commenti a “I due vuoti”
  1. Carlo Capello scrive:

    Analisi precisa che condivido. Questo mio articolo antropologico parla proprio dello stesso tema e potrebbe interessarti
    http://www.rivistailluminazioni.it/2019/06/24/carlo-capello/

  2. Mariateresa Bigal scrive:

    Buongiorno,
    ho trovato l’articolo molto interessa e convincente, del resto l’opinione comune che la nostra sia un insieme di individualità piuttosto che una società è abbastanza diffusa. Questo chiaramente ci impoverisce tutti perchè ci toglie la sicurezza di poter contare sulla solidarietà degli Altri, rende fragile la nostra percezione dei legami e delle relazioni e quindi della nostra stessa possibilià di ricevere dagli altri ma anche di dare , attraverso lo scambio relazionale. Mi sembra che cio’ che un tempo l’individuo chiedeva alla famiglia e poteva restituire alla famiglia (sostegno emotivo, affettivo, cure, supporto economico…) effettivamente ora sia chiesto allo Stato, perchè le famiglie sono estità sempre piu’ fragili. Da un punto di vista antropologico e psicologicoall’interno delle generazioni si instaurava un legame basato sul Dono in cui la generazione precedente donava affetto, cure, supporto… alla generazione successiva in un perpetuo scambio di dare- avere ( faccio riferimento alla teoria di Cigoli sui legami generazionali, ma sono un po’ troppo pigra per fare una citazione esatta). Questo cicuito virtuoso pare oggi si sia spezzato ed è quasi scontato chiedere consolazione allo Stato. C’e’ anche una percezione dello Stato che non rende giustizia alla storia tormentata dei popoli per la costruzione delle unità nazionali. E’ diventato uno stato- mucca, basato sulla soddisfazione dei bisogni individuali, come è ben spiegato nell’articolo. L’individuo pero’ così viene anche spogliato delle sue identità di indiviuo appartenente a un gruppo, a una comunità piu’ vasta e di individuo che agisce nel mondo con il suo pensiero, la sua volontà e la sua azione concreta.
    Fine!

  3. Giorgio scrive:

    Vedi che quando non ti arrabbi contro Veltroni sei forte.

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