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I Fanciulli di sabbia di Lorenzo Muratore

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Fanciulli di sabbia è il primo romanzo di Lorenzo Muratore (Ventimiglia, 1941), composto nell’arco di decenni e giunto fino ai giorni nostri, dopo qualche peripezia, per più di una “congiuntura”. Vi si raccontano l’adolescenza e la formazione del personaggio di Gabriele negli anni centrali del secolo scorso, nell’estremo Ponente della penisola. Luoghi e avvenimenti reali sono però trasfigurati da una lingua rigogliosa di intertesti e di arcaismi, che si rivelano talvolta fiammanti neologismi, com’è stato osservato da uno degli autorevoli lettori delle pagine inedite dell’autore. Il volume edito da Nerosubianco è impreziosito da una postfazione di Marino Magliani e dalla riproduzione di due ideografie dell’artista Guido Seborga.

Ecco un estratto delle divagazioni di Gabriele:  (fonte immagine)

[…]

Per un divagamento alla sua noia, avrebbe voluto pedalare sino alla Città medioevale. Ad arrampicarsi alla rupestre chiocciola, in bicicletta, s’era persuaso che gli si serrerebbe il respiro; posò la bicicletta al Bar del Ponte.

Voleva ammirare ancora una volta quei grandi e bruni palazzi, alti come quelli delle fortezze, ove non indovinava se egli s’adagerebbe con piacere alla ricordanza, o se invece non s’arresterebbe, ove non può penetrare.

Qui ebbe la dura sorpresa di vedere che le arche di pietra e quelle dipinte mura non erano più abitate da alcuno, e che anche le insegne vi erano tolte.

Miracoli erano che, stupendo lo sguardo, quasi lo sbigottirono.

Ne chiese persino ad un passante. Che disse:

– Ormai si è avviata al suo naturale tramonto. –

– La Chiesa? – domandò Gabriele.

– Non la Chiesa. La Città… Anzi, tutte le Città. E nel modo che dei loro moti, che furono famosi, non resta oggi segno; parimenti anche questa città è caduta; anzi si era mutata in un villaggio; e dunque il Vescovo, con tutta la sua piccola corte, ne era fuggito via.

C’era però chi favoleggiava cose, che quel passante da principio non voleva dire.

Che mezzo secolo prima un vescovo non riuscisse a stare lontano da un ragazzetto, che era adornato di sì strana o meravigliosa bellezza, da lasciare attoniti per la sua indicibile leggiadrìa; di cui essendosi spasmodicamente invaghito, ed essendo divenuto ubriaco per tanta dolcezza, era giunto al punto da seguirlo.

Ciò gli risuscitò in qualche modo un altro ricordo, anche se gli restava sempre un tunnel buio.

Diceva a se stesso: non è questo che ti sta a cuore, o Gabriele.

Erano, certo, risoluzioni gravi, preparate nel silenzio del cuore. Ma non poteva il nuovo Vescovo, invece, riposarsi, e lasciar crollare tutto? Questo era il cupo concetto fisso nel cuore di Gabriele.

Per amor proprio, preferiva crederci però.

Miracoli sono le inesplicabili vicende che turbano i sensi; e già era scorsa la fama e dicevasi di contro, che in quel Castello si aggirasse uno spirito, il quale talvolta esplodesse in grandi schiamazzi di fulmini sbigottiti, e che talvolta, silenziosamente, certe notti illuni uscisse a perdersi tra quelle tacite ombre, o forse, in seno alle tenebre, per grembi ascosi delle nobili pietre; e che fosse quegli il Vescovo d’un tempo, il quale fermasse il piede nelle cavità ombrose, e giacesse nelle dolcezze di desideri indistinti, ancora riluttante a lasciare il giaciglio profumato; ove udisse ancora quel ragazzo con quelle piccole voci soavi: questo era il misterioso mutarsi delle cose nel cuore della notte.

Un buon baracchino fatto di qualche brandello di muro – ma un posto vale l’altro nella valle senza uscita -, di sassi, di rami d’albero, coperto e ben mascherato alla vista del nemico, adesso lo attendeva lassù. Aveva tapezzato l’interno a forza di stracci e con un prodigio di abilità vi aveva persino preparato il caffè per degli ospiti: un sacco lungo abbastanza per distendervisi nei momenti di calma, e di cielo sereno; se bene in quella familiarità fatale colla natura il rischio di incontrare il brulichìo dei pidocchi insieme allo schiamazzo furente delle formiche: gli sprimacciasse le morbide coltrici di certi dubbi che scuotono a volte il sonno.

Il bagliore strofinato lassù, di quella nube profonda che tornava in quel Castello, con quel nonnulla di gloria che va posandosi nel cuore, lo lusingava: anche se non era cosa certa e condivisa, gli era però l’unica che, essendo udita, non scomparisse nei primi brevi brividi dell’alba.

Questa traccia madreperlacea che balugina nella calotta dei pensieri, gli diceva anche però che non poteva esserci alcun nesso tra la grande ombra e quei lumi radi, sperduti per il nebbione, sul fil di ragno della memoria; staccati, lontani: su quella sottile pena si posò impavida, nel silenzio mattutino, l’idea; per cui il giorno dopo, decise di scendere al mare.

Questo era il segno; che non può fallire: diceva tra sé; poteva anche ravvisarlo prima: era ovvio, che non da un piccolo vescovato potesse essere giunto in Vaticano; ma che ci fosse di mezzo una persona del generone.

Scese dunque proprio dinnanzi a quella Villa maestosa la quale ne l’oro delle spiagge tranquille s’adagiava beata.

Si alzava nel silenzio del demone mattutino, la perigliosa musica d’una carnalità arrogante.

Il vero è che il combattimento per la memoria tal volta esce dai gangheri; e aggiunge un fremito improbabile, qualcosa come una diafana coreografia musicale di nubi. Sotto brillano l’acque infinite perdentisi via, che ci vorrebbe un inchiostro che portasse con sé una stilla d’incenso per dire come penetrava il sole tra i densi chiostri nelle impronte del carnato; e bisognerebbe che la muraglia tiberina di quella immensa reggia sul mare avesse voglia di parlare; e invece dalle commettiture delle pietre non usciva che un aulico silenzio perplesso; ma lo spettatore si fa dire ciò che più desidera da quelle stranie voci che gli giungono: una verità che lo faccia esistere oltre il rumore della strada; e il desiderio morde, invocando una dolce e terribile nemica, le cui poppe, come i grandi scogli rilucono al niveo chiarore; ed il cui flessibile fianco di antilope azzurrognola e recurva, reca un gesto più lungo.

L’unica cosa certa era che quella vicinanza estiva lo facesse delirare; ma Tea profferendo le parole con affetto sempre vi rendeva a sé ubbidienti, per transfiggervi poi come da chiodi acuti, con la sua fugace altalena di gentilezze; e che, assieme, s’adagiarono a prendere il sole; e che quella, col tepore del petto che dolce respira, tolte dai lacci stretti, e colle mammelle erette delle ancora tondeggianti poma, splendeva nuda come la luna, o quasi; spandeva odore d’abituzzi notturni.

Il combattimento per la memoria certamente aggiunge un discorso improbabile.

Qui accadde però che egli mille anni fa si mise a scrivere di certi segni sulla sabbia, che la risacca cancellava sempre di nuovo. Ed anche il suo pensiero fisso era lì sulla sabbia, idolo immobile.

Forse, quello che possiamo afferrare noi, è sempre qualcosa di postumo; e Gabriele non possedeva più quella gioia che hanno ad esempio i ricercatori spaesati che scoprono un tesoro mai visto. Egli era uno che aveva dimenticato una parte di sé, e che, tra mille sofferenze, cerca di ricordarla; e tuttavia la nozione di realtà si era talmente indurita, che ogni meraviglia che avesse ricordato sarebbe divenuta per lui come vera e propria finzione, e come una favola; se, al di sotto della scorza dell’età gli appariva qualcosa, tra la compiacenza di mille pensieri di grandezza e d’orrore, erano quei sentieri di sabbia che lo attraevano: lì eran passati i cocchi trionfali d’un più raro e tacito passeggero, anche se, occorre dirlo, Quegli temeva le dignità, e cercava di scansarle; cedette poi al comando espresso del Papa, che lo voleva come uno di loro; sfiorati dalla sua ombra terapeutica, e dalla bellezza di Tea quei luoghi divenivano magici.

Commenti
5 Commenti a “I Fanciulli di sabbia di Lorenzo Muratore”
  1. Lalo Cura scrive:

    appena l’ho letto ho pensato subito a l’enfant de sable di ben jelloun, anche se non credo che il riflesso mnemonico, quasi spontaneo, sia stato dettato soltanto dal titolo… magari c’entra qualcosa l’atmosfera fiabesca dell’estratto, il recupero di un’oralità diffusa, colta e/o popolare, attraverso la scrittura e le strategie retoriche messe in atto nell’opera (come immagino sia)

    mi intriga molto, non resta che leggerlo

    lc

  2. SoloUnaTraccia scrive:

    Chefficata… un Feritoammorte in salsa ligure, co’sta prosa poetica da sbrodolo…
    su carta non rende… ci vuole l’audiolibro. Pannofino è libero?

  3. Lalo Cura scrive:

    questo libro, per sua fortuna e grazia, non c’entra niente con la letteratura, specialmente con quella italiana degli ultimi due-tre decenni
    appartiene totalmente alla scrittura, a quella che, come sempre più raramente avviene, sa farsi arte, cioè creazione, apertura, sconfinamento, sovversione silenziosa delle forme e del sentire
    è un libro semplicemente meraviglioso – ecco perché non se lo filerà nessuno, soprattutto i critici addetti alla contemplazione del proprio ombelico e, a tempo perso, alla compilazione di antologie e canoni a conduzione amical-familista
    e anche questo, volendo, è un segno della bellezza di questo centinaio di pagine di fuga ininterrotta dal banale e di consapevole, commovente esilio

    lc

  4. jurij scrive:

    Lalo ha colto nel segno e le pagine di Muratore lasciano il segno in chiunque le incontri… speriamo i lettori si facciano coraggiosi e riescano a procurarsi il libro, critici o non critici.

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