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I fantasmi di James O’Barr

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera, che ringraziamo.

Come fumetto underground resta il più venduto di tutti i tempi, come film è un cult, e James O’Barr, meglio noto come “l’autore di Il corvo”, ancora oggi deve fare i conti con quella sua creatura. E il problema è che non può ricordarla con serenità: la storia di Eric e dell’amata Shelly, della loro morte violenta e del ritorno di Eric dall’aldilà con il corvo per vendicarsi, nasce infatti da un’esperienza personale, la morte di una ragazza investita da un ubriaco mentre prendeva la macchina per raggiungere il suo fidanzato: O’Barr, appunto. Un evento che gli scatena rabbia, senso di colpa, e quando tutti i “se non avessi…” gli esplodono in testa decide di lasciare Detroit, arruolarsi nei marines e approdare a Berlino, una città isolata perfetta per un uomo che si sente isolato. Siamo nel 1980, un anno dopo vedono la luce alcune tavole piene di ombre e odio, quasi uno sfogo. Quando poi O’Barr scopre la storia vera di due fidanzati uccisi per un anello da pochi dollari, da quelle tavole nasce la storia di una vendetta «nel nome di un grande amore». È Il corvo. Ma dovrà aspettare il 1988, e molti rifiuti, prima di vederlo pubblicato, e il 1994 per vederlo interpretato da Brandon Lee.

Oggi, a ventisei anni dalla pubblicazione e a ventidue dalla prima proiezione, O’Barr vive disegnando, dipingendo, scrivendo fumetti, e in fondo non ha mai abbandonato il suo pupillo. E se un paio di anni fa in Italia è uscita l’edizione definitiva di Il corvo, con oltre 60 tavole inedite e un finale nuovo, in qualche modo assolutorio, ora arriva in libreria Il corvo. Libero secondo, edito da BD. Due racconti di cui ha scritto la sceneggiatura, ambientati uno nella contemporaneità, negli Usa, l’altro nel passato, in un campo di sterminio. E non c’è Eric. C’è il corvo, il cui lavoro sembra non poter mai finire. «Ed è inevitabile – dice O’Barr toccandosi la visiera del suo immancabile cappellino – Perché finché ci saranno violenza e ingiustizia nel mondo servirà sempre un personaggio che deve fare la cosa giusta, qualcuno con una coscienza, con accanto a sé un qualche grillo parlante».

Chissà cosa direbbe Collodi di questo accostamento, mr O’Barr. Intanto però vorrei capire perché stavolta ha deciso di affrontare la pedofilia e la shoah.

Perché per me sono due dei crimini più orribili che posso immaginare. Genocidio e pedofilia. E purtroppo i racconti sono basati su fatti realmente accaduti. Il primo, Curaro, è una storia accaduta a Detroit nel 1968, con una bambina trovata violentata e uccisa di cui non si è mai scoperto nemmeno il nome. E neanche il colpevole. Sulla sua lapide è scritto «ci manchi piccola 1565», cioè il suo numero di riconoscimento. Ed è vero anche che esiste un poliziotto rimasto ossessionato da questo caso, tanto da aver distrutto la sua vita per cercare di risolverlo, anche familiare. Pensa che portava la sua famiglia in vacanza in luoghi dove pensava potessero proseguire le indagini. Ne ho letto la storia una ventina di anni fa, e ho immaginato che un giorno il fantasma della piccola tornasse col corvo ad aiutare l’ispettore Salk nella sua ricerca, non tanto per vendetta, quanto per dare pace a quell’uomo. Purtroppo però non so se lui abbia letto il mio fumetto.

E l’altro racconto, Scuoiando i lupi?

È ambientato nel campo di sterminio di Sobibór, in Polonia. È un campo dimenticato, meno noto di Auschwitz e Dachau, e mi sembrava il posto perfetto per dare giustizia a qualcuno, in questo caso ai tanti ebrei che vi sono morti. Ho inventato la storia pensando a questo.

In questo racconto cita Wagner, l’Anello del Nibelungo, in particolare il “Gotterdammerung”, il “Crepuscolo degli dei”. Che legame ha col suo Corvo?

Il personaggio che torna per vendicare sé, la moglie e la figlia, lo cita perché il comandante del campo che li aveva uccisi amava ascoltarlo, soprattutto compiendo i suoi crimini. L’opera di Wagner era usata dai nazisti come una sorta di propaganda sulla superiorità tedesca. Un’idea falsa, e un’interpretazione inaccettabile della musica di Wagner. Volevo quindi usarla ironicamente, mostrando l’arroganza della presunta superiorità nazista distrutta da una persona che consideravano inferiore.

Però, come il criminale T-Bird nel primo Corvo, tanto il pedofilo quanto il comandante nazista fino all’ultimo non perdono la loro arroganza. Sembrano anzi irridere la vendetta.

Questo è un comportamento tipico dell’uomo. Sono tutti coraggiosi finché non arriva il momento di fare i conti sul serio. L’arroganza non gli permette di ammettere con se stessi la realtà in cui si sono infilati. Non sono degli esseri superiori, intoccabili, ma ne sono convinti fino alla fine.

Ci sono poi altri legami tra questi racconti e Il corvo. Ad esempio: la bambina nel campo di sterminio ricorda la giovane Sherri, e il corvo invita Salk a chiamare sua moglie come Eric con il poliziotto Albrect.

È vero, l’ho fatto apposta. Ci sono motivi e situazioni ricorrenti nei miei lavori, e in particolare proprio la telefonata è significativa, perché in entrambe i casi si tratta di persone che devono trovare pace, a cui viene detto di riconciliarsi con la rispettiva moglie. Il vero amore è fragile, e qualche volta non lo rispettiamo, pensiamo magari che se lo perdiamo possa sempre tornare, ma non è così. Nella mia esperienza personale ho imparato a cercare i momenti perfetti mentre accadono, non nel ricordo, nella nostalgia.

Parliamo dei disegni: stavolta non li ha fatti lei, ma Antoine Dodé e Jim Terry.

Scuoiando i lupi volevo farlo io, ma non ne avevo il tempo. Sto lavorando su tre storie contemporaneamente, tra cui anche un’altra del Corvo, che ha però per protagonista una donna. Così ho cercato un artista simile a me e, visto che ero stato mentore di Terry in più occasioni, ho pensato di dargli la chance per incontrare il grande pubblico. Per Curaro ho invece trovato Dodé, autore che ora ha iniziato a lavorare per la Disney, che ha una sensibilità analoga alla mia ma uno stile diverso, più da favola. L’avessi disegnato io sarebbe stata più terrificante, mentre con lui la bambina fantasma sembra un personaggio di Miyazaki. Ha fatto un sacco di ricerca per questa storia: siamo in America negli anni settanta e lui ha recuperato fotografie di oggetti e interni di case del periodo, un lavoro fantastico. Sono molto soddisfatto di entrambi: sinceramente, io gli ho mandato le sceneggiature dicendo di interpretarle. Certo, se vedevo sequenze che non mi piacevano glielo dicevo, ma ho avuto fiducia in loro, e non volevo umiliarli. Ho sempre detestato i chitarristi bravi che ti prendono la chitarra e ti dicono cosa fare.

Veniamo al reboot del Corvo. Con il fumetto era uscito dalla depressione, ma la morte di Brandon Lee sul set del film le aveva portato una nuova crisi. Come si sente ad affrontare di nuovo quella storia?

Provo una certa ansia. Quel che è successo è successo, ne sono uscito ma ci ho messo molto tempo. Sia per la mia fidanzata che per Brandon Lee. Quindi non è una questione di superstizione, ma effettivamente questa storia si è sempre portata dietro tragedia e morte. Non mi chiedo se il film sarà bello, o chi sarà l’attore, ma ogni volta che ci penso è come rigirare il coltello nella piaga.

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