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I fatti di Parigi e la vista dal locale “Ai Biliardi”

 

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di Matteo Bolzonella

Il 13 novembre 2015 era una serata destinata a fallire, lo sapevo. Ma non immaginavo in questo modo, nessuno immaginava.

Eravamo stati più di quaranta minuti all’esterno del locale Ai Biliardi, nella cruciale decisione di entrare o no (destinata al fallimento pure quella). L’umidità di Venezia mostrava la sua consistenza a goccioline solo di riflesso ai lampioni e cercava di infilarsi nei più classici punti deboli: camicia non infilata a dovere nei pantaloni, colletto aperto, giubbotto comprato qualche settimana fa senza accorgermi che le maniche fossero troppo corte.

Alla fine il festeggiato ha preso la decisione e ha detto che sì, entravamo. Sono le dieci di sera, lui è più che brillo dalle cinque e mezza: è il giorno della celebrazione delle lauree di Ca’ Foscari in piazza San Marco, con tanto di lancio dei cappelli e volo non programmato di uno stormo di piccioni, tre ore pregne di un’atmosfera che oscilla tra l’holliwoodiano e lo spettacolarismo didattico che caratterizza le università americane. Perché investire in personale più qualificato, professori degni di venire identificati come universitari, quando si possono spendere soldi in tutto questo?

(anzi, investire è il termine giusto,dato che tutto questo può portare concretamente a nuove iscrizioni)

I festeggiamenti del nostro amico non hanno preso una bella piega con il passare delle ore, tra schiaffi e bottiglie di prosecco volate in canale (storia lunga, niente di grave comunque): è la sua festa di laurea ed entrare nel locale sembra l’unico modo per salvare il salvabile, nessuno se la sente di contraddirlo, così il nostro piccolo gruppo entra nel locale in silenzio.

«Sette euro free drink» ci dice mentre attraversiamo la calle stretta e lunga che porta all’entrata, e sul mio viso ricompare il sorriso che mostravo qualche ora prima, quando avevo all’attivo una quantità non indifferente di bicchieri di prosecco e la serata sembrava ben indirizzata. Una volta arrivati apro fiducioso il portafoglio e pago i miei sette euro. Il bodyguard mi apre la porta d’ingresso e mentre gli sorrido sento la vibrazione del cellulare sulla coscia, senza suoneria. È l’avvertimento delle notifiche push delle app di news, vedi New York Times e Buzzfeed.

Prendo il telefono e vedo la schermata di blocco schermo con la notifica di Repubblica che mi informa in una frase che Parigi sta bruciando: morti allo Stade de France, in un ristorante che non ho mai sentito nominare, ostaggi in un teatro. Vorrei soppesare bene le parole con cui descrivere come mi sono sentito in quel momento, il problema è che non ne sono in grado. Non saprei come descrivere l’effetto-pausa simile a quello di un film scaricato da Torrent che si blocca senza preavviso: un momento prima osservi il Fantastico Mr. Fox fare lo schiocco di lingua e il fischio che sono il suo «marchio di fabbrica» e un attimo dopo l’immagine pixellata e segmentata del tasso-avvocato ti fa capire che la serata che avevi scelto per passare a casa non andrà come avevi previsto.[1]

Sono consapevole che non dimenticherò quella schermata, quella con la notifica di Repubblica dico: sono istintivamente portato a paragonarla all’interruzione dei programmi che avveniva in progressione minuto per minuto l’11 settembre. Io sono nato il 4 settembre 1993, quel giorno del 2001 avevo da poco compiuto otto anni. La memoria mi ripresenta qualche caotica sequenza d’immagini di quei momenti, come se volesse provocarmi una crisi epilettica, ma ricordo l’intuizione momentanea che fece dedurre alla mia mente di bambino protetto e viziato da una famiglia medio-borghese del nord-est che doveva essere successo qualcosa di veramente importante perché la tv interrompesse la messa in onda dei cartoni animati del primo pomeriggio.

Il resto della serata del 13 novembre 2015 l’ho trascorso su un divanetto del locale – di cui, oltre alla selection musicale scriteriata, ricordo solo un quadro 30×40 con la stampa di un volto di Modigliani di cui non conosco il titoloe che dava un tocco inelegante e kitsch all’ambiente – assieme ad un amico, a consumare la batteria dello smartphone e aggiornare in continuazione la bacheca di Twitter e dei profili dei principali quotidiani nazionali e non. Niente mani sui capelli o lacrime che non si possono fermare: era solo l’inizio, il numero delle vittime e degli ostaggi aumentava ad ogni refresh.

Ogni tanto il nostro festeggiato passava e ci guardava con una smorfia d’incosciente rimprovero sul viso: avrei sinceramente voluto alzarmi, prenderlo per il colletto della camicia buona, urlare fino a superare i decibel delle casse e dirgli quello che stava succedendo, di tutti quei refresh e dei numeri che salivano e scendevano tanto da farti sospettare che prima o poi Twitter avrebbe fatto un aggiornamento in cui si potevano utilizzare frecce verdi verso l’alto o rosse verso il basso, come se da quelle cifre potesse in qualche modo dipendere una delle più importanti quotazioni in borsa della storia; avrei voluto dirgli che a qualche centinaio di chilometri di distanza decine di persone innocenti tanto quanto noi, che andavano ad un concerto in un palazzetto come avevo fatto io due anni fa (i Sigur Ros live sono qualcosa di fenomenale e il Pala Arrex di Jesolo si è rivelato una location ottima) o che bevevano qualcosa fuori come era successo a noi nemmeno un’ora prima, morivano assassinate nel momento stesso in cui, con gli occhi chiusi rivolti verso il pavimento, lui aveva alzato la mano e il dito indice nella direzione del dj in segno di apprezzamento; che nello stesso istante in cui quel tizio che sembrava d’una decina d’anni oltre l’età media in sala ordinava qualcosa da bere al bancone del bar e sorrideva alla spero-maggiorenne traballante ragazza che aveva a fianco, più di ottanta persone erano vive, allineate come carne da macello, singhiozzavano vittime di spasmi e convulsioni, maledicevano quel concerto e i loro esecutori, schiacciate dalla consapevolezza di star vivendo gli ultimi, insensati istanti della propria vita e che migliaia di persone rinchiuse all’interno di uno stadio avevano un folle terrore di poter anche solo provare il sentore di questa consapevolezza.  Avrei voluto alzarmi, dirigermi al bancone prendere per il collo anche quel trentenne sconosciuto che ora ci provava spudoratamente e urlare pure a lui tutto quello che stava succedendo. E invece l’unica parte del corpo che riuscivo a muovere era il pollice. Refresh.

Volevo che chiunque fosse dentro Ai Biliardi si fermasse, che qualcuno andasse al fianco del dj, che gli facesse togliere le cuffie e gli urlasse qualcosa all’orecchio e che lui poi decidesse di spegnere la musica; volevo che tutti trovassero un posto a sedere e si mettessero a guardare i cellulari come stavamo facendo io e il mio amico; volevo che tutti condividessero quello che stavamo provando noi, che provassero la stessa angoscia, quella stretta asfissiante alla gola che c’impediva di fare qualsiasi cosa che non fosse starsene su quel divanetto immobili.

Oppure era un’altra cosa che volevo?, mi chiedo ora. Non è che in verità volessi essere io al loro posto? avere la possibilità di non affrontare il peso di essere testimone consapevole di fronte alla Storia, anche se solo per una sera? Sapevo che dalla mattina dopo non sarebbe stata più la stessa cosa, come ora so che non sarà mai più la stessa cosa e che quando me ne andrò in un altro locale avrò sempre l’impressione di vedere la stampa 30×40 del Modigliani appesa da qualche parte fra le pareti, illuminata saltuariamente da luci strobo.

E poi, con velocità impressionante, ecco la paura. La mia paura. Ho cominciato a guardarmi attorno con quello che dev’essere sembrato uno sguardo stralunato, cercando di soffermarmi su chiunque, senza un particolare criterio. Perché non qui? Perché non ora? Perché non un attacco su scala internazionale? Le più irreali e romanzesche trame holliwoodiane mi si sono dipinte sugli occhi, dall’interno.Artista: anonimo, forse il mio subconscio, soggetto: i peggiori scenari possibili. Provando a trattenermi ho incrementato la portata dei rivoli di sudore che mi attraversavano la schiena, così ho deciso di andarmene fuori, rimettere in tasca il cellulare e guardarlo solamente nell’intervallo fra una sigaretta e l’altra. Poi, dopo un lasso di tempo che non riesco a definire ora, l’amico festeggiato, assieme al resto della compagnia, è uscito e ci siamo tutti indirizzati verso piazzale Roma. Lui era concentrato sul camminare, sulla sua andatura traballante e la parlata biascicata. Io non facevo altro che guardare indietro, alle nostre spalle, ad ogni ponte.

Giuro, non so proprio come sentirmi a proposito di quel terrore che mi ha preso: ci sono dei momenti in cui me ne vergogno, parecchio, mi dico che oltre che irrazionale è stata una reazione da codardi e forse pure da complottisti. In altri momenti invece mi dico che sono umano, che forse chiunque, anche chi venerdì se n’è stato a casa, a letto, in una città come Milano o nel più piccolo dei paesi di campagna, con il proprio compagno o la propria compagna a fianco, ha provato quello che ho provato io.

Nemmeno un’ora dopo, quando la batteria segnalava con un rosso irritante il 10% di carica, un’altra notifica, questa volta con suoneria annessa: è Facebook che mi dice che due miei conoscenti che sono a Parigi sono vivi e stanno bene, un ragazzo ed una ragazza. Con lui ci salutiamo allo stesso modo quando ci incrociamo da forse otto anni, sempre con un certo imbarazzo;con lei non ci ho nemmeno mai parlato, ha quattro anni in meno di me ed è amica di mio fratello minore.

D’istinto penso a tutte quelle persone a cui quella notifica non è arrivata ed esco a fumare un’altra sigaretta.

Poi è arrivato il giorno dopo, meno confuso. Ci ho pensato su parecchio tempo: non era meglio aspettare a dare un’occhiata alle bacheche di Facebook e Twitter? Sapevo ci avrei trovato porcherie da farmi rivoltare lo stomaco, che il numero degli “Amici” sarebbe diminuito, che forse era meglio rielaborare la cosa in autonomia, senza sentirsi incazzato verso qualcuno e d’accordo con qualcun altro.

E da sabato, per tre giorni ho visto un sacco di altre cose, oltre agli aggiornamenti degli stati: ho visto video di gente appesa alla finestra del Bataclan che tutti i telegiornali identificano come «simbolo di attaccamento alla vita», di persone che trascinano corpi grondanti di sangue, di sparatorie, di gente che piange e che posa mazzi di fiori per terra e poi si mette ad ascoltare un tizio che suona Imagine di Lennon al pianoforte all’aperto; ho visto l’immagine dei cadaveri uno sopra l’altro all’interno del Bataclan; ho visto servizi giornalistici che mi hanno inacidito la bile, tanto mi è sembrata disperata la ricerca dell’esclusivo; ho visto mia madre guardare Barbara d’Urso alla guida di Pomeriggio Cinque che lanciava servizi, introduceva ospiti e gestiva gli interventi con l’espressione che le vedo addosso ogni santa domenica; ho visto una marea di articoli di riepilogo dettagliatissimi; ho visto un sacco di hastag pieni buone intenzioni; ho visto gran parte delle immagini profilo degli amici di Facebook tingersi a strisce blu, bianche e rosse[2]; ho visto condivisi troppi video ripresi dalla fotocamera interna di un pc di gente sconosciuta che parlava alla scrivania della sua camera da letto gesticolando animatamente e che non ho avuto la pazienza e il coraggio di aprire e guardare (ne ho guardato qualche sprazzo di anteprima senza audio); ho sentito mio padre e la mia ragazza chiedermi in due modi completamente diversi se è proprio necessario che io me ne vada a Roma a studiare a febbraio.

E poi, oggi, lunedì 16 novembre 2015, ho visto gran parte del mondo – indirizzata dalla copertina di Libération – farmi sentir parte di qualcosa per la prima volta, volente o nolente che fossi: i ragazzi uccisi al concerto erano della generazione Bataclan, quella dei ventenni di oggi che l’11 settembre l’hanno vissuto da bambini, che sono – o dovrebbero essere – generalmente (generalmente sottolineato) più aperti ad una società multietnica e alle sue implicazioni sociologiche, cosmopoliti insomma, tolleranti verso il credo altrui e terrorizzati al pensiero di dover affrontare una guerra vera, che i videogiochi della loro adolescenza hanno saputo riprodurre così bene.

Insomma ero io, mi hanno detto, dentro a quel teatro c’era il mio cadavere.

Non so se questa generazione Bataclàn sia la trovata del momento o l’intuizione di un qualcosa che legherà me e altri milioni di individui per i prossimi dieci anni. Non so nemmeno se mi va l’idea di venire integrato all’interno di una categoria sociale circoscritta in modo convenzionale e arbitrario, soprattutto se la causa scatenante di tale circoscrizione è una strage d’innocenti, anche perché in tutta sincerità l’educazione medioborghese ricevuta a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila, l’adolescenza passata tra i primi smartphone della storia e le versioni primordiali dei social network odierni e la fase di passaggio verso la tanto agognata età adulta che sto vivendo in bilico tra la dimensione domestica degli affetti quotidiani e la conoscenza continua e diretta degli sviluppi di meccanismi globali le cui proporzioni mi provocano un terrore a volte paralizzante (vedi Ucraina, Siria, Stato Islamico, Charlie Hebdo), mi hanno sempre spinto da un lato verso l’egocentrismo, verso la difficoltà a identificarmicome parte di un nucleo sociale coeso che non sia la mia famiglia,abituato a non aspettarmi altre etichette del genere dopo quella piuttosto imbarazzante di “nativi digitali”; dall’altro verso la consapevolezza della necessità di un sentimento europeo concreto di unità e coesione.

Sono del parere che la generazione Bataclan possa esistere (come credo che tanta gente non vi si sentirà parte o la concepirà in modi differenti), che,nel caso,sia appena uscita dall’utero e che gli attentati del 13 novembre possano rappresentarne un parto cesareo.

Ripenso a quelli che erano in quel teatro il 13 novembre 2015, in quel ristorante, a tutta la gente che stava con me al locale Ai Biliardi (escluso ovviamente l’ultra trentenne focoso al bancone) e a tutti gli altri giovani europei che quel giorno rispettavano il rito pagano del Venerdì Sera nei modi più diversi.
Abituati a seguire liti chilometriche combattute a suon di commenti su Facebook e godercele per bene alla scrivania con tanto di popcorn, predatori naturali di produzioni seriali televisive, fruitori di un intrattenimento mai così diversificato e vicino all’essere completo, spettatori ultraviziati da streaming e servizi on demand. Quella che con tutta probabilità è la generazione (cronologica) percentualmente più colta e allo stesso tempo disoccupata nella storia occidentale.

Se è vero che ci hanno attaccati per tutto ciò che rappresentiamo, non ce la faccio ad ignorare l’evasivo accenno di senso di colpa che, fuso ad un orgoglio smorzato, ho la sensazione di condividere con qualcun altro.

 

[1] Con le dovute distinzioni.

[2](molte di queste persone avevano da poco aggiornato il loro stato con frasi che mi sono sembrate piuttosto fuori luogo, che poi li avevano cancellati visti i pochi ma ben costruiti commenti negativi che a quanto pare hanno avuto maggior peso del centinaio di Like che li approvavano);

Commenti
Un commento a “I fatti di Parigi e la vista dal locale “Ai Biliardi””
  1. Marinella scrive:

    Riflessione straordinaria!

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