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“I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Da oltre vent’anni Eugenio Scalfari si confronta pubblicamente con l’Io. In saggi, romanzi, articoli, ha più volte indagato la via per conoscere l’Io e sottrarsi al suo dominio. Ma poiché quella via è possibile solo nei casi in cui l’individuo riesca a liberarsi della memoria con cui presume di controllare se stesso e il mondo, è evidente che Scalfari non riuscirà mai in quello sforzo titanico di cui ha esplorato la teoria.

A novantadue anni, infatti, mentre, come dice lui, lotta contro l’anagrafe, la sua memoria è prodigiosa. Benché ripeta che “come a tutti i vecchi a me capita di ricordare benissimo fatti lontani ma non quelli più vicini”, in tre ore e mezza di chiacchiere, divagando sulla ripubblicazione del suo primo romanzo (Il labirinto, Einaudi, pp. 241, euro 19) e tutto quello che si porta appresso, Scalfari mi sconcerta con racconti dettagliatissimi, dalle memorie più lontane a quelle più vicine.

Ricorda perfettamente l’espressione che vide stampata sul volto di Arrigo Benedetti seduti in un taxi fra Ivrea e Torino dopo un incontro con Adriano Olivetti mentre si lottava per la creazione dell’Espresso. E ricorda nei minimi dettagli le parole con cui Alberto Asor Rosa pochi mesi fa durante un colloquio telefonico gli ha consigliato di far ristampare questo libro con cui esplorò per la prima volta la forma romanzo. Passa dalla storia d’America a quella d’Italia, da Lincoln a Trump, dai miti greci a Nietzsche, e quando il telefono squilla risponde a sua moglie e le dice: “Scusa sono già le due? Mi spiace faccio tardi. Come sai, divago”.

La divagazione. La forma romanzo. Il labirinto uscì nel 98. Due anni prima aveva lasciato la direzione di Repubblica. Era il tempo che prima le mancava?

No. Già nel 94 avevo pubblicato Incontro con Io. Non un romanzo ma il primo capitolo di una scrittura a metà fra la saggistica parafilosofica e l’autobiografia. La realtà è che io avevo deciso di lasciare la direzione del giornale molto prima, ossia nel momento in cui avessi maturato la pensione. Sapevo bene chi volevo come successore. Così, a inizio 90, volai a Parigi e chiesi a Bernardo Valli di prendere le redini del giornale. Lui era recalcitrante. Voleva continuare a viaggiare. Gli chiesi di dormirci su. Il giorno dopo mi disse che capiva quanto ci tenessi e malvolentieri accettava.

Tornai a Roma felice. Ma nel frattempo era successo qualcosa di enorme. Era cominciata la “guerra di Segrate” con Berlusconi che si alleò con i Formenton per avere il controllo della Mondadori. Dovetti rimanere alla guida del giornale per la gioia di Bernardo. Rimandai al 94, quando avrei compiuto settant’anni. Ma nel dicembre del 93 Berlusconi entrava in politica. Se avessi lasciato mi avrebbero accusato di connivenza con l’uomo che stava per vincere le elezioni. Rimandai ancora. Ma lo dissi chiaro e tondo: anche se rinasce Gesù Bambino quando compio vent’anni di direzione mollo. E così fu.

E scrisse questo libro.

Di cui adesso, rileggendolo, ho colto tutta l’attualità. Nel libro non parlavo esplicitamente del mito greco ma se andiamo a ripercorrere la storia del labirinto costruito da Dedalo a Creta su commissione del re Minosse ci chiarisce molte cose. Il labirinto deve nascondere il Minotauro, figlio di Pasifae moglie di Minosse ingravidata da un toro. Ma quel che a noi importa viene dopo. È la storia di Arianna e del filo che aiuta Teseo a introdursi nel labirinto e più tardi di Teseo che tornando a Atene abbandona Arianna. La ragazza si sveglia sola e trova un giovane bellissimo. Teseo l’ha lasciata ma Dioniso la prende con sé e la trasforma in una costellazione. Il filo resta in terra. È lì per chiunque voglia, ogni volta, prenderlo e portarci fuori dal labirinto. Perché siamo perduti in un labirinto. Ora più che mai. Serve qualcuno che prenda il filo e voglia salvare città, paesi, continenti dalla merda.

È uno dei miti che sono fondamento della nostra civiltà occidentale.

L’Europa è il cuore di questa civiltà. Quando mi dicono che è l’America m’incazzo. Ma la conoscete la storia? Chi arrivò in America a sterminare le etnie indie? Da dove? Quante lingue si parlavano in America? Una nazione unica? Macché. Quando Lincoln a capo dei nordisti s’impegna nella guerra di secessione, i morti ammontano a seicentomila, quasi il doppio di tutti i morti americani di prima e seconda guerra mondiale insieme. E per cosa? Per l’abolizione della schiavitù e l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge. Figuriamoci. Un secolo dopo serve ancora Martin Luther King a combattere per i neri. E l’uguaglianza di tutti? Ci vuole Kennedy perché un cattolico diventi presidente. E una donna? Forse ci riuscirà Hillary.

“I fatti nudi e crudi non esistono proprio” scrive nel Labirinto “Esiste solo la fantasia di chi li racconta”. Detto da un grande giornalista fa un certo effetto.

Ma io l’ho sempre ripetuto. Esiste solo l’interpretazione dei fatti che cambia a seconda di ciascuno di noi. Guarda, ne ho parlato anche col Papa. Lui mi diceva: lei crede che la verità sia relativa, ma per chi ha fede la verità assoluta esiste. Gli ho risposto: Santità, ognuno di voi quella verità la interpreta a modo suo. Lei interpreta quella verità da rivoluzionario e quasi da profeta ma poi affronta le resistenze dei vescovi. E lui mi ha risposto: ha ragione, ma siamo tutti d’accordo sul fatto che c’è una verità assoluta. Il problema è di come la si applica ai fatti in corso.

Nel suo libro è molto presente Nietzsche.

Dio è morto? Ma se è morto significa che era vivo. Cito Carrére ora. Dio ce lo siamo inventato noi. E finché esisterà una sola persona che lo inventa, Dio continuerà a esistere. Molti lo inventano per assicurarsi un aldilà. Il Papa allora mi ha chiesto: lei non crede in qualcosa oltre questa vita? E gli ho spiegato che credo che esista il caos, un caos in cui tutte le forme si disfano e da cui ne escono perennemente di nuove – intendo organiche e non organiche. Lo mostra la contraddittorietà del mondo. Viviamo in un labirinto costante, caotico.

E il compito dell’individuo è conoscere. Il suo eroe è Odisseo.

L’Odisseo dell’Odissea, non quello dell’Iliade. L’uomo che attraverso l’incontro con cinque donne diventa maestro di saggezza. Atena, Circe, Calipso, Nausicaa e infine Penelope. Ma è Atena la più importante. Perché trasforma l’uomo furbo in quello raccontato da Dante: l’uomo che cerca virtù e conoscenza. Io e Calvino, compagni di banco, lo dicemmo così: l’adolescenza è l’incontro con Atena. Noi abbiamo incontrato Atena insieme.

Atena prevale anche su Eros?

Sì, prevale. Eros mi è molto caro. Non nella forma del Cupido che aiuta Afrodite, ma nella forma dell’Eros cosmogonico, quello che nasce prima degli dèi olimpici e che è “Signore dei desideri di uomini e dèi”. Tuttavia Atena per me prevale.

Nel suo libro la morte è il centro. Forse perché ai nostri tempi la si rimuove?

No. La morte è presente al bambino fin dal momento in cui inizia a far esperienza del pericolo, e più tardi in maniera chiara quando fa esperienza del lutto e vede morire una parte di sé che sprofonda con il morto che se la porta appresso. È necessaria la morte per capire la vita di un uomo. Come potremmo capire l’Innominato dei Promessi sposi senza la sua morte e la sua conversione? E Don Rodrigo che solo alla fine invoca Dio? François Villon, un poeta che amo molto, ripete spesso che l’individuo può distinguere tutto quel che è fuori di sé ma se stesso non lo conosce mai.

Dobbiamo rinunciare allora?

Per nulla. Vedi, quando eravamo ragazzi, con Calvino, in una sala da biliardo, dopo che uno dei nostri amici bestemmiò per un punto sbagliato, decidemmo di cercare Dio. L’ho raccontato spesso. Calvino disse che dovevamo chiamarlo Filippo perché non potevamo dire di essere in cerca di Dio. Dopo una ventina di giorni fummo d’accordo. Filippo noi non lo troviamo. Continuiamo il viaggio? Decidemmo che ognuno era libero di cercarlo da sé. Io scelsi che avrei continuato a cercarlo. Oggi penso che il vero Filippo è quello che sta dentro di noi.

Lo ha detto al Papa?

Non proprio. Non gli ho parlato di Calvino. Però ho visto che Crozza deve averlo sospettato. Perché quando imita il Papa che porta il frigorifero alla vecchina, a un certo punto, quando è costretto a tornarsene a casa di nuovo con il frigorifero in spalla, gli suona il telefono. Fa rispondere a un suo aiutante che gli dice: “Santità, c’è Scalfari”. Allora lui si nega e gli fa: “No, no, digli che non ci sono, santiddio, sennò mo quello riattacca con la storia di Calvino”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
4 Commenti a ““I fatti nudi e crudi non esistono”. Intervista a Eugenio Scalfari”
  1. Riccardo scrive:

    Illuminante il raffronto con le divinità greche, in effetti Eros è temporaneo e Atena lo pervade, illuminando di saggezza ogni nuova esperienza.

  2. Lalo Cura scrive:

    un’intervista sconvolgente (almeno per me), di quelle che cambiano la vita (la mia, dopo la lettura, già non è più la stessa di prima)

    una conferma che diventa una certezza granitica (1) e una rivelazione (2):

    (1) come sospettavo, il pulsionale & afrodisiaco es è la vera madre del fabiofazzismo;

    ma, soprattutto,

    (2) un tale parto non poteva che essere gemellare: il fusarismo è lì ad attestarlo in modo inconfutabile

    il cordone ombelicale che li unisce? il filippismo, savasandìr: l’essenza della sinistrina-frufrù-pretapansè

  3. anna scrive:

    Il mondo è molto cambiato: una volta quelli così li curavano.
    A meno che non avessero conquistato la Gallia o vinto la battaglia di Jena.

  4. mauro scrive:

    Il vero Filippo è quello che abbiamo dentro di noi, dovrebbero saperlo quelli che da qurant’anni leggono Repubblica

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