Kehlmann

“I fratelli Firedland” e il conflitto tra verità e menzogna: intervista a Daniel Kehlmann

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera, che ringraziamo (fonte immagine).

Leggendo I fratelli Friedland viene da chiedersi davvero quanto sia rimasto di vero nella nostra società, e quanto non sia invece solo convenzione, immagine, o peggio. Sembra una questione da letteratura “postmoderna”, ma Daniel Kehlmann non ama essere definito “postmoderno”. Tedesco, quarant’anni, capelli corti, curati, un viso sorridente e diversi romanzi all’attivo tradotti in decine di lingue, tra cui il best seller La misura del mondo.

Con I fratelli Friedland, suo ultimo libro tradotto in Italia per la Feltrinelli, affronta il presente, tra difficoltà e orizzonti incerti, costruendo un’allegoria per riflettere sulla crisi, che non è solo economica, ma anche sociale, familiare, umana. Racconta la storia di una famiglia che di fatto non esiste: c’è un padre, Arthur, che ha tre figli da due madri. Tanto lui quanto le due donne sono figure assenti per i figli, due gemelli (Ivan e Eric) e un fratellastro (Martin), che a loro volta non sono solidali tra loro, ma in conflitto. Una condizione che sembra perpetrarsi negli anni, mentre Martin diventa un sacerdote, Ivan un mercante d’arte di successo e Eric un mago della finanza. Se i primi due non si costruiscono una famiglia, il terzo sposa una donna e ha una figlia, Marie, ma di fatto restano per lui due sconosciute. E quando arriva la crisi economica ognuno si ritrova solo con le sue bugie: Ivan con la menzogna del mercato dell’arte, Martin con un sacerdozio senza fede, Eric con la finanza truccata dello “schema Ponzi”.

Kehlmann, il suo romanzo racconta una situazione un po’ angosciante.

In effetti potrebbe sembrare così, ma non sarei così pessimista: non è un romanzo su tre persone terribili. Ivan ad esempio è un bugiardo perché è convinto che l’arte sia una menzogna, ma è anche un ottimo pittore, e Martin è un buon sacerdote che sa aiutare i fedeli, anche se non crede in Dio.

Certo, ma sembra che la menzogna sia per loro una condizione normale.

Mi piace pensarli come impostori, più che come bugiardi. Nel conflitto tra verità e menzogna non credo però che sia la seconda a vincere su tutto, anche se effettivamente i tre fratelli sembrano viverla. Sarebbe troppo facile dire che la verità non trova spazio. E poi, in fondo, nel romanzo la maggioranza delle persone in fondo dice la verità!

Resta il fatto che i bugiardi non mancano. E sembra non esistano appigli per chi cerca sicurezze.

In effetti, pensando agli ambiti che affronto nel romanzo, cioè la fede, l’arte, la scienza economica e la famiglia, non sono appigli a cui i personaggi possono affidarsi. Ed è curioso che l’unico a dire delle verità sul presente e sul futuro sia un mago, un ipnotizzatore, Lindemann. Al suo spettacolo assistono i tre fratelli e il padre l’ultima volta che escono insieme. Subito dopo, Arthur li abbandonerà scomparendo per lungo tempo, come seguendo le parole che aveva detto l’ipnotizzatore durante lo show, che di fatto aprivano squarci sul loro futuro. In fondo è una figura importante Lindemann, e ritorna altre due volte nel romanzo, l’ultima delle quali in un luna park: è un guitto, cieco e sordo, che fa il cartomante. Davanti a lui c’è Marie, figlia di Eric, e dovrebbe leggerle le carte ma non ci riesce, non può predirle il futuro perché non vede nulla, né sente le domande che lei gli fa. È una situazione ironica, ma anche liberatoria: se lui non può dire cosa sarà di lei, come aveva fatto con suo nonno, suo padre e i suoi zii, lei allora è finalmente libera, padrona di essere ciò che vuole. A ben vedere, quindi, la situazione è ironica ma permette una visione ottimista del futuro, che è da scrivere, rimboccandosi le maniche e risolvendo le situazioni difficili.

Al luna park davanti a Lindemann c’è Arthur con Marie, che da padre assente è diventato un nonno presente.

Succede così nella vita: spesso genitori poco bravi sono nonni amorevoli che sanno costruire ottimi rapporti coi nipoti. Potrei definirlo un elemento realistico della mia storia. In qualche modo Arthur riconosce che l’aver abbandonato i suoi figli, l’essere scomparso per dedicarsi alla scrittura, per diventare un autore di successo, in fondo è stata una scelta poco brillante. La qualità dei suoi libri, per quanto vendutissimi, non la giustifica. Per questo cerca di recuperare con la nipotina.

Prima ha parlato di “ironia”, la usa spesso nei suoi testi, dove si incontrano anche molte citazioni, più o meno esplicite. Sono caratteristiche del “postmoderno”, anche se lei ama poco questa parola.

È una parola abusata a tal punto che ha ormai perso ogni significato. Tra l’altro, il fatto che in un testo si trovino echi di altri testi è un fatto vecchio come il mondo, ed è proprio della letteratura. Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare è pieno di citazioni, ad esempio. Vogliamo definirla un’opera postmoderna? Se vogliamo essere sinceri, l’atto stesso di scrivere è un tentativo di dare risposta ad altri testi. Per quel che mi riguarda, considero fondamentale mettere in scena dei personaggi convincenti. Non basta giocare con le citazioni, possono essere un arricchimento, ma a un romanzo serve consistenza.

Parlando di citazioni: l’incipit del suo romanzo e il capitolo “Famiglia” echeggiano Cent’anni di solitudine di Marquez, ma al contrario. L’incipit nega la possibilità del ricordo, “Famiglia” racconta una saga familiare non verso la sua estinzione, ma verso la sua origine.

Riguardo a “Famiglia” non me n’ero accorto, ma è vero. Il senso inverso a quello di Cent’anni di solitudine però non era voluto, è nato nella scrittura, non come risposta a Marquez. Cercavo solo una parodia del romanzo tradizionale. E devo dire che ero consapevole di aver citato Marquez e il suo Buendìa nel mio incipit, ma non mi ero accorto di averlo fatto al contrario. E anche questo è vero.

Sono variazioni sul tema, come l’idea delle “storie dentro storie”, presente nei Fratelli Friedland, ma già in Fama. Racconto in nove storie.

Credo che l’idea del romanzo nel romanzo sia una soluzione che permette di aprire una finestra che da una stanza apre su nuovi paesaggi. È la possibilità di aprire dall’interno il romanzo. Per intenderci: Arthur scrive romanzi con uno stile e toccando dei temi molto diversi dai miei, allora il fatto di riportarne dei passaggi all’interno del mio libro è come portare una boccata d’ossigeno diverso alla mia storia. E mi piace.

Sempre sulle variazioni: in Fama era già presente il tema del doppio, ma nei Fratelli Friedland si complica: ci sono due gemelli e un fratellastro.

Già. I due gemelli peraltro sono spesso una sola figura, complementari, intercambiabili, identici fisicamente, con capacità telepatiche. Martin invece è la negazione dell’intraprendenza degli altri due. Per il lettore seguire la storia di questi tre è come assistere al gioco delle tre carte, anche perché continuano a scambiarsi i ruoli di chi litiga, chi aiuta e chi ha bisogno. Il fatto è che mi affascina il tema dell’identità, e i gemelli sono un modo per affrontarla. Però ho inserito anche Martin, e ad essere sinceri non so perché, se non che questa storia l’ho avuta sempre con quei tre in testa, con due gemelli e un fratellastro. A posteriori potrei dire che si tratta di un gioco tra due personaggi identici e una variazione, ma sarebbe una risposta facile. Posso solo dire che ho sempre saputo che Martin ci sarebbe stato, diverso dagli altri due, e che sarebbe stato un prete sempre affamato, con problemi di obesità, come infatti è. Mi piace pensare che esista un’elaborazione inconscia delle storie che fa sì che ci arrivino così come sono.

I tre fratelli hanno due madri diverse, come i Karamazov. Il titolo italiano richiama Dostoevskij: cosa pensa dell’accostamento?

Mi piace, e in fondo era necessario. Il titolo originario è F., e sarebbe stato incompatibile con l’editore Feltrinelli, che ha per logo proprio quella consonante. Poi I fratelli Karamazov è un romanzo immenso, ed è stato davvero una fonte d’ispirazione per il mio. Basti ricordare che uno dei fratelli di Dostoevskij si chiama Ivan e un altro è prete, anche se con una fede ferrea. Quindi non poteva esserci scelta migliore. E se qualcuno storce il naso, per fortuna la copertina di Emiliano Ponzi con tre bambini davanti a un mago da luna park sdrammatizza tutto, e ricorda che non dobbiamo prenderci troppo sul serio!

 

 

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