GIURAMENTO GOVERNO MATTEO RENZI

I “futures” dell’informazione

di Ida Dominijanni

Non so come prendere i se, i ma e i chissà che sui giornali del giorno dopo il giuramento del governo hanno preso il posto dell’entusiasmo cieco e incondizionato sparato fino al giorno prima. Lo incasserei volentieri come un segno di (tardivo) rinsavimento, non fosse che mi pare piuttosto una conferma del regime up and down, drogato e bipolare (nel senso psichiatrico, non politologico del termine) in cui versa l’informazione politica nazionale, televisiva e stampata. Mai si era visto nel giornalismo italiano un livello di doping come quello sfoggiato sull’avvento di Matteo Renzi. Temo che questo livello non si spieghi solo con la nefasta, ma ormai normale, fascinazione per il leader di turno già sperimentata, oltre che in passato su Berlusconi (ma Berlusconi almeno divideva il campo), più di recente su Monti e su Letta (qualcuno si ricorda le prime pagine infiocchettate sul vecchio Professore e la sua sobrietà, perfetto pendant di quelle odierne sul giovane sindaco e la sua velocità?). Si spiega piuttosto con la compiuta interiorizzazione, da parte del sistema mediatico, di quel principio prestazione-godimento (Laval e Dardot, La nuova ragione del mondo, Deriveapprodi) che domina la razionalità, l’economia e l’antropologia politica neoliberali, un circuito compulsivo di produzione concorrenziale, consumo insensato e godimento (auto)distruttivo a cui nulla e nessuno sfugge. ”Il denaro non dorme mai”, spiegano al giovane Belfort prima che diventi Il lupo di Wall Street, e dunque non bisogna mai cessare di scommettere e di alzare la posta, non importa su che cosa né per chi, l’importante è spassarsela. E’ la logica dei futures e vale ormai anche per il circuito politico-mediatico: lo show della politica non dorme mai e la regola è scommettere e alzare la posta, non importa su che cosa, l’importante è divertirsi, prima nel montare e subito dopo nello smontare il giocattolo.

Inutile chiedersi dunque quanto durerà la luna di miele fra il nuovo governo e quello che resta dell’opinione pubblica: durerà poco, quanto durano le oscillazioni dei titoli in borsa, i rendimenti dei derivati, la fiducia nei broker, e quanto dura un piacere dell’esaltazione pronto a ribaltarsi in piacere della distruzione. Poche ore dopo l’insediamento infatti il borsino del governo è già vistosamente in calo. E tutto quello che era stato enfatizzato della nuova leadership – mito del fare, velocità, energia vitale, corporeità: per inciso, tutte virtù oggi esaltate in Renzi dalle stesse penne che per anni le hanno attaccate in Berlusconi – lascia il campo a tutto quello che era stato messo fra parentesi nell’eccitazione per la sua epifania: l’impronta fratricida (‘peccato originale’, secondo il Vaticano) del cambio della guardia a palazzo Chigi, la fumosità dei programmi, la mediocrità dei ministri e delle ministre, le continuità nascoste sotto la retorica nuovista, l’impaludamento prevedibile della “doppia maggioranza”, l’incerta sorte delle riforme istituzionali e la piega misteriosa della politica economica. Sì che le sole chances che restano sul piatto sono quelle puntate sugli unici dati certi della situazione: l’età media (peraltro non bassissima) dell’esecutivo, e la sua mezza coloritura rosa. Merita dunque tornare su questo. Giovani e donne, rottamazione e parità di genere: quanto contano, di che cosa sono segno, in che rapporto stanno queste due ”evidenze” del renzismo che avanza?

 Giovani adulti e donne pari

La rottamazione, l’ho già scritto e lo ripeto, resta a mio avviso il tratto più autentico e più significativo del renzismo. Purché però non la si analizzi in chiave edipica – nella chiave cioè di un conflitto con i padri che porta alla loro uccisione simbolica e all’acquisizione della loro eredità -, perché nella rottamazione di edipico c’è ben poco: non ci sono padri riconosciuti ma solo fratelli maggiori giudicati incapaci, non c’è un’eredità da assumere ma solo un passato di cui liberarsi, non c’è conflitto con chi è venuto prima ma solo, appunto, rottamazione, non c’è un’esigenza di rivoluzione dell’ordine costituito ma solo l’urgenza di entrarci e di prenderne il comando. Non lo dico con rimpianto o nostalgia: se questo è il quadro, c’è solo da prenderne atto. Ma senza però attribuire a questo sommovimento generazionale una vocazione o una portata trasformatrice che non ha, perché non vuole averla: il desiderio che lo anima non è un desiderio di cambiamento, bensì un desiderio di governo dell’esistente. Un brano di Karl Kosìk (da Un filosofo in tempi di farsa e di tragedia, segnalatomi da Natalina Lodato che ringrazio), aiuta a vedere la differenza fra quelli che qui indico schematicamente come conflitto edipico e rottamazione postedipica:

“La gioventù si rivolta contro i padri, o perché nauseata dalle relazioni “patriarcali”, che le appaiono ossificate, non dignitose, limitate e vuole cambiarle, oppure fa provocatoriamente intendere essere giunto ormai il tempo in cui i “vecchi” si facciano da parte e lascino i loro importanti posti alla generazione che avanza. In ciò consiste la differenza tra i giovani adulti e la gioventù: questa apporta il cambiamento, i giovani adulti non conoscono gioventù, si limitano a maturare negli uffici, nelle funzioni, nella somiglianza ai propri padri che sono riusciti, ma hanno superato i limiti di età. I giovani adulti si augurano di maturare il più rapidamente possibile in situazioni già pronte e di stabilirsi in esse come nel proprio regno. Non affacciano alcuna nuova idea, non abbondano in immaginazione, ma sono ambiziosi e impazienti. Da qui i loro ripetuti appelli agli adulti; affidate alle nostre mani le vostre già avviate imprese. Non conoscono il tormento della ricerca e del dubitare giovanili, non hanno incontrato la felicità della rivolta giovanile, la differenziazione, il disincanto. Dalla tenera età soffrono di saccenteria, gli piace ammaestrare, dinanzi a loro la realtà si dispiega come cosa data e utilizzabile. Ma con loro la sorte non è stata benigna: non ancora carichi di anni, sono vecchi anzitempo.”

Il cruciale tassello che bisogna aggiungere è che in questo quadro post-edipico e post-patriarcale cambia completamente anche la posizione femminile: l’esclusione delle donne non c’è più perché non serve più. Se l’Edipo è svaporato, se il patriarcato è finito, finisce anche il patto fra i fratelli parricidi basato sull’esclusione femminile: le donne sono ammesse al gioco della spartizione del potere, diventano perfino un fiore all’occhiello e una risorsa del potere: a patto che a loro volta dismettano il conflitto con i loro «pari».

Se non si capisce questo cruciale passaggio di spoliticizzazione del conflitto fra i sessi, non si capisce il senso di questa improvviso salto nella pace perpetua del 50 e 50 graziosamente concesso dal giovane premier. L’ha colto bene Francesco Merlo nella sua cronaca su Repubblica del pomeriggio di Renzi al Quirinale, descrivendo le otto ministre come «donne normali di un paese normale, pronte a perdersi nella politica (e magari, aggiungo io, anche a prendersi cura della politica) e al tempo stesso rassicuranti e pacificanti custodi dell’irruenza del capo»: non per caso in un’intervista di qualche giorno fa una renziana convinta rivendicava fieramente la sua funzione di «vestale» (sic) del leader.

Stupisce invece che di questo passaggio non si accorgano alcuni commenti femminili attardati a difendere una presunta «conquista» di quantità in un governo che peraltro considerano indifendibile per qualità. Mai come in questo caso la parità di genere getta la maschera e si rivela per quello che è, un principio di neutralizzazione del conflitto fra i sessi. La cui politicizzazione del resto cominciò giustappunto quando alcune donne si rifiutarono di fare le vestali del ciclostile: attorno al ’68, l’epoca che Matteo Renzi non ha mai nascosto di voler definitivamente rottamare.

 

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