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La Storia secondo Jonathan Lethem

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Quando nel 2009 aveva pubblicato Chronic City, l’impressione era stata che Jonathan Lethem avesse finalmente portato alle estreme conseguenze i temi e la voce che fin dai tempi di Brooklyn senza madre (1999) l’avevano reso uno dei migliori scrittori newyorkesi della sua generazione: l’intrecciarsi della storia personale alla Storia collettiva, il vertiginoso mescolarsi della realtà e delle sue rappresentazioni, la musica rock, la fantascienza. L’estremizzazione di queste tematiche aveva tuttavia portato a conseguenze ambigue.

Lethem, che è nato nel 1964 in una comune hippy di Brooklyn da un artista e da un’attivista politica, era riuscito a infilare in quel romanzo un’astronauta dispersa nello spazio, uno collezionista di dischi morto di singhiozzo, una guerra che non esiste e una tigre gigantesca che si muove nelle viscere della metropolitana di New York. Nel 2003 aveva pubblicato quello che forse è il suo capolavoro, La fortezza della solitudine, trovando un perfetto equilibrio tra l’intimismo di una storia di integrazione sociale nella Brooklyn degli anni Settanta e il fantastico di una storia di supereroi; alcuni anni prima, nel 1998, aveva scritto uno stupendo romanzo di formazione ambientato su Marte, Ragazza con paesaggio. Considerato nell’arco di questo sviluppo, Chronic City era sembrato il corrispettivo letterario di un acido sottratto al cimitero della psichedelia americana e preso con quarant’anni di ritardo in un luogo i cui contorni si erano fatti nel frattempo sempre più inquietanti: in questo senso I giardini dei dissidenti rappresenta il tentativo di invertire la rotta e dirigere la propria scrittura verso altri e più sicuri lidi.

Così il romanzo racconta settant’anni di storia di attivismo politico di sinistra negli Stati Uniti, dalle paranoie del fantomatico Partito Comunista Americano sorto dalle ceneri della guerra alle incertezze morali e all’ondivaga voglia di partecipazione del movimento Occupy, di cui Lethem è un dichiarato sostenitore, passando per la stagione euforica degli anni Sessanta e il riflusso dei Settanta. Le location vanno dal Queens proletario (il complesso abitativo dei Sunnyside Gardens, costruito negli anni Venti nell’ambito di un piano voluto tra gli altri da Lewis Mumford) al Greenwich Village della controcultura beatnik, da una comune di quaccheri nel New Jersey fino a Dresda e al Nicaragua della guerriglia sandinista.

Al centro di questo percorso spazio-temporale si situa la storia di tre generazioni della famiglia Angrush-Zimmer-Gogan: dalla figura matriarcale di Rose Anrgush, ebrea polacca comunista e sovversiva nel luogo e nel tempo sbagliato, alla figlia hippy Miriam Zimmer fino al nipote Sergius Gogan, insegnante di chitarra quacchero e pacifista. In un romanzo corale che viaggia con disinvoltura nello spazio e nel tempo è scontato che certe cose funzionino meglio e altre peggio, ma capire cosa esattamente funziona meglio e cosa peggio fornisce in questo caso una chiave di lettura più ampia dell’intero romanzo.

Ecco il punto: nonostante tutte le ricerche d’archivio che questo libro è costato (un lavoro che più volte Lethem ha detto di trovare alieno al suo modo di lavorare), nonostante la strabiliante precisione storica che non diventa mai un didascalico affastellarsi di eventi e date grazie a un talento di narratore che ormai è del tutto maturato, ogni volta che si trova a che fare con una qualche forma di rigidità (ideologica, morale, sociale) la voce di questo autore sostanzialmente anarchico sembra andare in stand-by, abbassare la potenza dei motori al minimo sindacale per poi infiammarsi di nuovo ogni volta che trova un punto di fuga o una maniera di frantumare le regole: l’anello magico che forniva il pretesto narrativo della Fortezza della solitudine è l’esempio più facile, i movimenti fantasticamente kafkiani e rizomatici degli animali marziani in Ragazza con paesaggio è il più preciso.

Così, nonostante i buoni propositi di sobrietà letteraria e ortodossia storica, i personaggi che funzionano meglio non sono l’umanissima, sfaccettata, a tratti commovente Rose, che dovrebbe costituire la giustificazione narrativa e genealogica del libro, né Miriam nella versione libertina degli anni Sessanta, codificata da caterve di rappresentazioni mediatiche e pericolosamente vicina (per l’odio che riversa su di lei più che per l’attrazione fatale di cui riesce a farla oggetto) alla madre di Lethem morta quando lo scrittore era tredicenne; ma sono il cugino ebreo Lenin “Lenny” Angrush, dadaista inconsapevole, numismatico e mangiatore di acciughe; sono il professore universitario nero omosessuale obeso e misantropo Cicero Lookins, paradigma vivente della diversità che insegna nei corsi del dipartimento di Studi Culturali; sono Miriam quando partecipa a un surreale quiz in uno studio televisivo che sembra fatto di cartapesta, come a tratti e in trasparenza sembra fatto di cartapesta tutto il mondo che i personaggi attraversano, tutto il pesantissimo ventesimo secolo con le sue ideologie e il suo richiamo al realismo: non per niente un termine, ‘realismo’, che Lethem non apprezza («it doesn’t work for me», dice in un’intervista).

Quindi, con buona pace di Philip Roth a cui questa indubbia consacrazione letteraria è stata più volte accostata (e Roth c’è indubbiamente per la precisione dei dettagli, per il tono da epica familiare ebraica e sempre affacciata sull’orlo del disastro, per il senso della Storia come lo sfondo di un diorama), la voce di Lethem rimane per fortuna la stessa a cui ci ha abituati in questi ultimi vent’anni: improvvisa e spiazzante, radicalmente antiborghese eppure, al contrario del suo padre letterario che resta ancora e nonostante tutto Philip Dick, sempre affilata e ormai quasi incapace di cadute di stile, solida e compatta nel suo implicito tracimare in un elettrizzante paradosso da ogni recipiente in cui si cerca di costringerla. Di questa impossibilità di rimanere dentro i ranghi il romanzo patisce non poco in termini di coerenza e solidità narrativa: significativamente nell’universo lethemiano i personaggi più umani sembrano anche i più improbabili, e viceversa.

Il punto d’equilibrio in cui questa potenza narrativa può esprimersi pienamente senza frantumare le sue strutture e disperdersi nella rappresentazione scritta di un terremoto non è ancora stato raggiunto, o non ha ancora trovato un equivalente adatto alla maturità della scrittura giovanile dei primi romanzi. Il risultato è che come la comunista Rose sviluppa un’attrazione sessuale per le figure che incarnano il potere, Il giardino dei dissidenti sbanda verso l’imposizione dell’ordine laddove Chronic City aveva sbandato verso la frantumazione totale. Fortunatamente non ci riesce davvero e lì, dove non vorrebbe e dove probabilmente nemmeno vorrebbe, si trasforma nel perfetto romanzo lethemiano che potrebbe essere ma che ancora non è.

Gianluca Didino è nato nel 1985 in Piemonte. Ha vissuto otto anni a Torino e da tre vive a Londra. Suoi articoli sono stati pubblicati su “Internazionale”, “IL”, “Studio”, “Nuovi Argomenti”. Ha curato la rubrica VALIS sul “Mucchio Selvaggio” e attualmente collabora con “Il Tascabile” e “Pagina 99”.
Commenti
3 Commenti a “La Storia secondo Jonathan Lethem”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Trovo Chronic City un romanzo straordinario, uno dei migliori romanzi americani degli ultimi vent’anni. Però se ne parla sempre poco, pochissimo. E’ di un’originalità sconcertante, è lirico e commovente. E’ anche molto profondo. Forse mi sbaglio o forse è poco noto, chi sa.

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