I kamikaze non volevano morire


kamikaze

Il 6 e il 9 agosto sono date tragiche per la Storia del XX secolo, visto che il 6 e il 9 agosto del 1945 furono sganciate le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.
Alla follia del nucleare come strumento di morte, si contrapponeva un’altra follia: quella dei kamikaze.
Per ricordare (se mai ce ne fosse bisogno) come il senso dell’umanità e l’amore per la vita non abbiano razza né colore ma all’occorrenza riguardino tutti, abbiamo ripescato questo articolo di Federico Rampini uscito anni fa per “Repubblica”.


di Federico Rampini

«L’alba deve ancora nascere. Sono le tre di notte. Non voglio morire! Vorrei cercare di vivere una vita piena. No, non voglio morire. Mi sento solo. Non so perché mi sento così solo». Scrive così nel suo diario Hayashi Tadao, nato a Tokyo nel 1922, formato nella prestigiosa università imperiale di Kyoto, arruolato nel 1943 come pilota militare, morto il 28 luglio 1945 in una missione suicida contro la flotta americana. In un’altra pagina del diario si legge: «Sento che devo accettare il destino della mia generazione di combattere in guerra e di morire. Lo chiamo destino, visto che dobbiamo andare a morire senza poter esprimere le nostre opinioni, senza discutere e criticare i pro e i contro, senza poterci comportare secondo i nostri principi individuali. Morire in guerra, morire su richiesta della nazione: non ho la minima intenzione di elogiare questa fine; è una grande tragedia».

Queste citazioni e molte altre, dai diari personali e dalle lettere spedite dal fronte ai propri familiari, sono una miniera di notizie sulla figura dei piloti kamikaze giapponesi nella Seconda guerra mondiale. Sono documenti straordinari venuti alla luce dopo decenni di ricerche. Li ha ritrovati (spesso battendosi per vincere il pudore dei familiari) una storica e antropologa, Emiko Ohnuki, giapponese che insegna negli Stati Uniti alla University of Wisconsin. Ora ne pubblica una selezione nel libro Kamikaze Diaries, che esce dalla University of Chiacago Press.

La lettura di questi testi è sorprendente. Capovolge l’immagine che avevamo dei kamikaze, ed è tanto più interessante nella nostra epoca che usa correntemente questo termine giapponese per designare anche i terroristi suicidi ispirati dal fondamentalismo islamico: i dirottatori dell’11 settembre 2001, o gli uomini-bomba che ogni giorno seminano stragi in Iraq e in Afghanistan. Naturalmente vi sono differenze immense tra il militarismo nipponico che attaccò l’America a Pearl Harbor e la jihad che insanguina il pianeta nel XXI secolo. Ma l’opportunità di penetrare nella coscienza dei kamikaze offre una lezione universale. È un monito a non prendere per buone le apparenze, le verità ufficiali, i fervori propagandistici di chi ha interesse a trasformare il martirio ideologico in un mito.

Lo stereotipo dei fanatici nazionalisti impregnati di odio che con entusiasmo schiantavano i loro aerei sulle navi americane, immortalato da film come Tora! Tora!, non regge alla lettura delle confessioni più intime. Quella caricatura non fu solo costruita dalla propaganda americana durante la Seconda guerra mondiale o da Hollywood nel dopoguerra. Il primo artefice della leggenda dei kamikaze fu lo stesso regime militarista giapponese, che li trasformò nel simbolo più venerato del martirio volontario per la patria imperiale. I vertici del Giappone imperialista crearono una “estetica” della morte in guerra, paragonando i caduti alle gemme dei fiori di pesco usate nei riti religiosi. «In realtà», sostiene Emiko Ohnuki, «erano essere umani torturati dall’attesa di una morte precoce, a cui li condannava il solo fatto di essere nati in Giappone nel periodo più buio della sua storia».

I kamikaze, più spesso chiamati dai giapponesi tokkotai (“forza speciale d’attacco”), erano un corpo di élite creato sul finire della guerra, quando ormai era imminente l’invasione americana. Fu l’ammiraglio Onishi Takijiro a concepire delle squadre speciali che operavano su aerei, alianti e sottomarini, tutti predisposti fin dall’inizio per non poter ritornare alla base. Gli aerei, per esempio, venivano riforniti di carburante per una missione di sola andata. La motivazione non era, come talvolta si è creduto, quella di risparmiare carburante in un Giappone ormai allo stremo delle risorse. In realtà l’ammiraglio Onishi teorizzava che «l’anima nipponica, dotata di una forza unica per fronteggiare la morte senza esitazione, era l’unico strumento capace di fare un miracolo, di salvare la patria ormai circondata da una flotta americana protetta da radar che la rendevano pressoché inespugnabile». Almeno in questo c’è un’analogia possibile con Al Qaeda e le fazioni violente dell’integralismo islamico: l’idea che l’animo sorretto da una fede assoluta può diventare invincibile, che il proiettile umano è l’arma più letale.

Ma il materiale umano mobilitato per l’operazione tokkotai non era obnubilato dall’odio. La leva di giovani piloti lanciati contro la U.S. Navy apparteneva a una élite sociale formata nelle migliori università del Paese, con una cultura cosmopolita marcatamente filoeuropea, non di rado permeata di idee libertarie e radicali. Diari e carteggi rivelano una generazione che ha studiato il latino, il francese e il te de sco, ha letto in lingua originale Goethe, Marx, Poincarè e Adam Smith. La dimestichezza con i grandi filosofi occidentali è tale che uno dei canti goliardici dell’epoca era intitolato Deshanko, l’abbreviazione delle iniziali in giapponese di Descartes, Kant e Schopenauer. Anche quando in alcuni emerge una visione nichilista, essa è spesso ispirata dall’eredità di autori occidentali come Nietzsche (proprio come in alcuni pensatori estremisti del mondo arabo). Prima di morire il giovane kamikaze Takushima Norimitsu scrive versi d’amore alla sua fidanzata a cui ha dato un soprannome francese, Antoinette. Cita Montaigne: «Il cuore senza amore è vuoto. L’amore insegna la bellezza e ci riempie di vita». Nel diario confessa: «In una notte fredda d’inverno penso a Gauguin, alle sue isole del Sud piene di forti ritmi, di esseri nudi, del mare cristallino, penso a Baudelaire e alla sua visione freudiana dell’amore. Vedo i dipinti di Botticelli come mele splendenti. Da Vinci era capace di rappresentare Dio. Raffaello ha una sensibilità femminile». Noncurante dei rischi della censura e delle sanzioni disciplinari, mette nero su bianco delle opinioni eretiche sulla guerra: «Oh Francia, amica della cultura. Sei stata sconfitta ma io ammiro la grande cultura che nessuna potenza militare può distruggere. Voi francesi siete amati perché siete gli amici dei valori cosmopoliti». Diventa ancora più esplicito e più duro parlando del proprio Paese: «I giapponesi sono sentimentali, è un vantaggio per i dittatori. L’idea che un patriota debba sacrificare la vita è un pensiero per delle masse stupide. È un tipo di follia narcisistica. Odio il nazionalismo. La nazione sta prendendo il sopravvento sugli individui. Lo spirito di destra è come l’alcol. L’eccitazione delle destre è come gli urli degli ubriachi. Oggi i giapponesi non sono capaci di parlare e di criticare. Il popolo giapponese non ha accesso a informazioni sufficienti per giudicare i fatti, l’opinione pubblica è stata soppressa. La demagogia è diventata la forza motrice della nostra società» (30 giugno 1944). Altro che automi addestrati per uccidere.

L’altro kamikaze Hayashi Ichizo è chiaro nelle sue ultime parole: «È facile parlare della morte in astratto. È la morte vera quella che mi fa paura, e non so se posso superare questa paura. Ma ho raggiunto il punto di non ritorno. Devo gettarmi su una nave nemica. Per essere onesto non posso dire che il desiderio di morire per l’imperatore sia genuino, che sgorghi dal mio cuore. È stato deciso per me, che io debba morire per l’imperatore». Hayashi si uccide in azione all’età di 23 anni, il l2 aprile 1945, al largo di Okinawa. Lungi dal fervore fanatico, il vero clima che regna la sera prima di morire è quello descritto in una lettera di Kasuga Takeo che descrive il dormitorio dei piloti nella base aerea di Tsuchiura: «Alcuni bevono il saké singhiozzando, altri urlano di rabbia, altri ancora piangono a dirotto. Pensano ai genitori, danno l’addio alle fidanzate. Sono scene di disperazione». Resta il mistero del perché tanti giovani giapponesi si sacrifichino nell’operazione tokkotai.

Risultano rari gli episodi di insubordinazione aperta o di diserzione. Secondo la studiosa Emiko Ohnuki gli stessi diari aprono uno squarcio su quel che accade nelle loro menti durante l’ultimo capitolo della guerra del Pacifico. Anzitutto, la tradizione militare del Sol Levante ha sempre idolatrato il martirio: «I soldati tedeschi venivano addestrati a uccidere, a quelli giapponesi si insegnava prima di tutto a morire». Rifiutarsi di offrire la vita in sacrificio rappresenta «un crimine che si estende per cinque generazioni e va punito fino a cinque gradi di parentela e affinità». Rendendo un’intera famiglia allargata responsabile del comportamento del soldato, si crea su di lui una pressione formidabile: tirarsi indietro vuol dire disonorare i propri cari ed esporli a castighi infamanti. Il regime fu anche abile nel propagare la leggenda che gli americani si scatenavano in torture e stupri di massa nei territori conquistati: la suggestione fu così efficace che, al primo sbarco dei marines, in molte isole dell’arcipelago nipponico ci furono suicidi collettivi (gyokusat), come quello dell’isola di Saipan dove gli abitanti si gettarono in massa da una rupe. L’altro elemento che scatta nei giovani piloti quando si avvicina l’ora della prova suprema, è la solidarietà con i compagni che hanno già affrontato il martirio. Takushima Norimitsu il 15 ottobre 1944 scrive: «La notizia della morte del mio compagno Shoda è un colpo al cuore. Era il più idealista e patriota di noi tutti. Vive ancora fra noi. La sua uniforme e i suoi oggetti personali li tengo nella mia stanza».

Via via che i bombardamenti americani si intensificano e la resa si avvicina, il sacrificio supremo diventa per questi giovani un modo di condividere la stessa tragedia della popolazione civile. Una volta che il territorio della madrepatria sta per essere invaso, anche nei più critici scatta l’accettazione del martirio. Hayashi Tadao scrive in versi: «Abbiamo ricevuto la vita da questo paese /Perché dovremmo esitare a dargli le nostre vite?/ Stupido Giappone / Insensato Giappone / Per quanto io sia impazzito / Noi che ti apparteniamo / Dobbiamo alzarci a difenderti».

A differenza dell’Islam, nessuna delle principali religioni praticate in Giappone promette una vita ultraterrena. Nella versione nipponica del buddismo è scomparsa da tempo la fede nella reincarnazione. Lo shintoismo è una religione che si occupa di questo mondo, non di quello che accade dopo. L’impero del Sol Levante prometteva ai giovani kamikaze che essi si sarebbero trasformati in fiori di pesco nel giardino attorno al sacro tempio nazionale Yasukuni di Tokyo, ma dai loro diari è evidente che nessuno prendeva sul serio quella favola. Pur guardandosi dal tracciare accostamenti azzardati, la storica che ha rivelato queste lettere vorrebbe che ci servissero da lezione. «I manifesti diffusi dai leader dei gruppi terroristi odierni», scrive Emiko Ohnuki, «affermano che coloro che muoiono negli attentati suicidi hanno la certezza di una ricompensa in paradiso. Ma tra gli attuali terroristi suicidi quanti ragazzi sono degli autentici volontari? Quanti sono in realtà assassinati da chi gli ha fatto il lavaggio del cervello? I manifesti ideologici vanno presi con cautela. Nella Seconda guerra mondiale i leader militari giapponesi che mandarono quei ragazzi alla morte (ma non rischiarono le proprie vite), così come gli americani che costruirono la fama del kamikaze come dell’Altro, del diverso assoluto, tutti contribuirono a presentare un ritratto del pilota tokkotai che sembra coerente. Invece non corrisponde affatto con la coscienza che essi avevano di sé, con la comprensione che avevano del senso, o dell’insensatezza, dei loro atti».

Commenti
5 Commenti a “I kamikaze non volevano morire”
  1. Eva scrive:

    Requiescant in pace.

  2. Andrea scrive:

    Archiviare il kamikaze come esponente di un’elite colta e sensibile, riluttante a ogni fanatismo, mi pare francamente ridicolo. Esistono altre fonti che testimoniano l’opposto. Il Bushido non è certo un’invenzione della propaganda militarista nipponica.

  3. wif scrive:

    Non volevano morire ma nella logica della guerra, anche in occidente, vigeva tra gli antichi, il detto (in greco e in latino è lo stesso) “Chi per la patria muor vissuto è assai” La logica dell’eroe che si sacrifica non è così lontana dal kamikaze. Del resto chi butta bombe micidiali e poi ricomincia tranquillo la sua vita mi sembra assai peggiore.

  4. Vittorio Deriu scrive:

    Rampini è il solito saccente radical-chic che non concepisce che al mondo esistano o comunque siano esistiti uomini disposti a sacrificare anche la loro vita per un ideale, fosse anche sbagliato. Persino nelle strade di Berlino occupate da una marea di soldati sovietici c’erano gruppi di combattenti che resistevano pur sapendo di andare incontro a morte sicura. E non erano neppure tutti tedeschi, ma francesi della “Charlemagne” o finlandesi della “Nordland”. Come giustamente ha osservato Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera, la cultura vigente nel mondo occidentale si deve riappropriare della realtà, nel senso che non basta esorcizzare a parole la guerra e la violenza perché queste non esistano.

  5. Sauro Morganti scrive:

    intanto i fiori erano di ciliegio e non di pesco.
    Comunque che non tutti i Kamikaze fossero volontari nel senso occidentale del termine è pacifico, che vi fossero defezioni o guasti ” strani” agli apparecchi anche.
    Resta il fatto che alcune unità raggiunsero risultati sorprendenti e Rampini ed altri intellettuali non realizzano che, per centrare una nave mentre il tuo aereo viene crivellato di colpi e devi ricordarti di armare spoletta, cercare angolo di impatto e, soprattutto, mantenere lucidità e occhi spalancati fino all’ultimo, non basta essere costretti !
    le unità con defezioni, quando andavano sull’obbiettivo, in genere fallivano l’attacco o addirittura non armavano le spolette nel caos e nella paura.
    Occorre una lucida volontà per poter affondare 5 navi e danneggiarne pesantemente altre 23 come è accaduto alle Filippine, la determinazione e il considerarsi morto prima di partire che le caste guerriere possedevano grazie a percorsi spirituali finalizzati a quello è determinante, qualcuno lasciava i suoi beni ai compagni con scritto ” proprietà del defunto tenente ecc ”

    Provi, l’autore dell’articolo, ad immaginarsi di essere costretto a fare il kamikaze in auto ( diciamo) contro un camion che si muove, mentre decine di mitragliatrici e cannoni lo bersagliano.
    Crede che riuscirebbe a centrarlo stando concentrato solo sulla sua sventura ?
    Crede che ignorerebbe le ferite, che cercherebbe il punto migliore, che si atterrebbe al manuale ?

    Ovvio che poi anche loro erano uomini e non andavano a morire con leggerezza lasciando le famiglie verso il quale sentivano un debito di gratitudine sconosciuto in occidente ma questo cosa c’entra ?

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