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I lavoratori di #OccupayIsbn rispondono a Massimo Coppola

Ieri ho provato a fare una sintesi della questione che riguarda traduttori e i lavoratori che protestano per non essere stati pagati da Isbn: è qui. Il pezzo cercava anche di analizzare la lunga lettera che il direttore editoriale Massimo Coppola aveva scritto per scusarsi e spiegare la situazione (non buona) della casa editrice e perché dal 2013-2014 in poi non è riuscito più a pagare molto del lavoro fatto per Isbn.
Il post ha suscitato molte reazioni, alcune anche articolate, nei commenti per esempio, o nella ripresa di riflessioni che allargavano il campo, come quella di Andrea Inglese sul lavoro culturale in generale.
Ho anche ricevuto molte telefonate e mail che m’invitavano a precisare o correggere alcune inesattezze; l’ho fatto, in vari casi era debito.
Il mio intento, prima che esprimere la mia opinione ragionata su questa vicenda, è che ci fosse uno spazio di discussione migliore e più proficuo di uno scambio di tweet. Mi farebbe piacere se si arrivasse a ragionare di lavoro culturale in modo molto laico, anche aspro e diretto, anche in sedi istituzionali.
Quella che trovate qui sotto è la lettera che una dozzina di persone che hanno lavorato per Isbn hanno scritto, in modo collettivo, in risposta a Massimo Coppola. L’ho ricevuta ieri e la ripubblico. I nomi dei promotori sono in calce alla lettera. (C.R.)

Caro Massimo,

apprezziamo molto le tue scuse, anche se giungono tardi. Ci fa piacere che tu sia aperto all’autocritica riguardo alla scarsa chiarezza e assiduità delle comunicazioni da parte della casa editrice nei confronti dei suoi creditori, e soprattutto ci rincuora che tu ti renda conto che chi non è stato pagato – totalmente o in parte – per il suo lavoro abbia tutto il diritto di esprimere la sua amarezza e di pretendere che gli sia corrisposto il dovuto.

Vorremmo però chiederti una cosa: quando parli di “attacco violento da parte di un gruppo ristretto di personeche ci insultano sui meravigliosi social media”, e di nuovo di “attacco personale violento e disinformato”, a chi ti riferisci esattamente?
 Se parli di noi creditori che abbiamo esposto semplicemente i fatti nudi e crudi (titolo del libro tradotto o scritto, entità e anzianità del credito) con l’hashtag #occupayISBN‬‬‬, permettici di dirti che di violenza e insulti non ne vediamo l’ombra. E disinformati non siamo, visto che parliamo di cose che ci riguardano molto da vicino.
 Se definendoci “disinformati” ti riferivi invece al fatto che ignoriamo le dinamiche e le ragioni che vi hanno portato ad accumulare una serie di debiti che non riuscivate a estinguere e a commissionare nel frattempo nuovi lavori, allora, di nuovo, apprezziamo lo sforzo di autocritica e, di nuovo, respingiamo l’accusa di violenza.

I tweet di Hari Kunzru hanno innescato una protesta spontanea ma, per quanto ci riguarda, anche consapevole, una scelta che arriva dopo anni di diffide e decreti ingiuntivi, e dopo lunghi confronti tra creditori (e non solo) sul tema sempre più critico dei mancati pagamenti nell’editoria italiana. Le tante persone che hanno dato vita alla protesta di oggi aspettano da tempo spiegazioni soddisfacenti e dettagli rassicuranti sul piano di rientro previsto, nonché un confronto tra pari con un datore di lavoro che se pure è in difficoltà ha dei doveri contrattuali ed etici nei confronti delle persone della cui opera si avvale per creare profitto.

Ti chiedi perché abbiamo agito così e ipotizzi che dietro ci sia il desiderio di visibilità. Siamo tutti professionisti con anni di esperienza, lavoriamo per numerose case editrici grandi, medie e piccole. Parlando da un punto di vista strettamente opportunistico in realtà abbiamo solo da perdere ad agire così: altri editori potrebbero temere di subire lo stesso trattamento e quindi decidere di non offrirci più lavoro.
 Noi confidiamo nella loro capacità di discernimento e ci teniamo a sottolineare che nell’editoria italiana, tra i grandi come tra i piccoli editori, ci sono tanti esempi di persone che, tra le mille difficoltà oggettive che affliggono chiunque faccia cultura nel nostro paese, riescono a pagare e rispettare i professionisti che lavorano per loro. E ISBN è stata tra questi, almeno fino a un certo punto. Capiamo benissimo che un editore possa attraversare un periodo di difficoltà; la differenza sta nella qualità e nella tempestività della comunicazione e nell’impegno speso nel creare un piano di ammortamento che pesi il meno possibile sulle spalle di dipendenti e collaboratori esterni. Quando si pensa di non poter pagare un collaboratore entro i termini pattuiti, glielo si deve comunicare: il rischio d’impresa non può e non deve ricadere su collaboratori e dipendenti senza il loro consenso informato.

ISBN ha il merito di aver portato in Italia titoli interessanti e coraggiosi, è vero. Però il merito del prestigio di cui gode una casa editrice non va solo ai proprietari e ai direttori, ma anche ai dipendenti, ai traduttori, agli autori. Chi ha amato i libri di ISBN ha amato anche il lavoro di persone di cui spesso non si conosce il nome; persone che per contratto non partecipano agli utili e che non dovrebbero nemmeno pagare in prima persona nel caso di errori o sfortune imprenditoriali.

Dici poi che dalla primavera del 2014 avete iniziato un piano di abbattimento dei costi e avete deciso di non pubblicare nuovi titoli. Ma ci risulta che proprio nel periodo in cui sostieni di aver abbattuto i costi di ISBN era attivo lo Standard Shop, una libreria/spazio eventi che di certo ha richiesto investimenti, mentre la casa editrice ha partecipato a fiere di settore (compresa Più Libri Più Liberi, a dicembre 2014), ha pubblicato un annuncio in rete per una posizione da editor, ha fatto colloqui e infine assunto una persona nuova in redazione (gennaio 2014).

Ti chiediamo poi qual è la logica dietro la decisione di saldare i debiti a rate corrisposte a varie persone contemporaneamente. Noi crediamo che sia giusto onorare i debiti nell’ordine in cui sono stati contratti, che la priorità spetti, cioè, a chi attende da più tempo. Se in un periodo di crisi alcuni editori riducono i debiti di tutti invece di saldare quelli dei creditori di lunga data, da un lato si scoraggiano gli autori dall’adire le vie legali per il recupero di piccole somme e dall’altro si indeboliscono le istanze di pagamento.

Ti dici sorpreso dal fatto che le persone regolarmente pagate non abbiano scritto un rigo per dirlo. Forse perché essere pagati per il proprio lavoro è una non notizia (pagare chi lavora non è una virtù eccezionale e degna di nota, ma la doverosa norma). E forse anche perché le persone che fino a un certo punto sono state pagate sono in buona parte le stesse che poi hanno maturato un credito e non hanno ricevuto comunicazioni tempestive e complete riguardo all’evolversi della situazione.

Ti lamenti del fatto che ISBN sembri l’unico nemico del lavoro culturale. ISBN non è un nemico del lavoratore culturale, ma una casa editrice che avrebbe potuto e dovuto gestire molto meglio un lungo momento di difficoltà.
E in questo non è assolutamente sola. Chiunque si interessi anche marginalmente alle notizie del mondo dell’editoria sa che non è così (vedi i casi di Zandonai, Castelvecchi e Voland). È interessante vedere i vari modi in cui gli editori hanno gestito la faccenda con i media e le richieste in pubblico e in privato da parte dei loro creditori. Nessuno vuole fare di ISBN un capro espiatorio. La crisi ha colpito tutti e forse in special modo i piccoli editori, ma va detto che sono molte le piccole realtà virtuose e di successo. 
È importante confrontarsi con i propri colleghi per far fronte a questa contingenza non favorevole. Noi lavoratori dell’editoria l’abbiamo capito da diverso tempo, e infatti cerchiamo di fare rete e scambiarci informazioni utili. Che nel nostro paese la cultura torni a occupare un ruolo centrale sta a cuore a tutti noi, e se ora non è così, sarà anche colpa della crisi e delle politiche sbagliate, ma è solo correggendo certe storture che si può cominciare a invertire la rotta e dare vita a un circolo virtuoso.

In conclusione vogliamo allontanarci dal caso specifico, per fare una riflessione sul lavoro culturale in genere, visto troppo spesso in questo paese come un hobby, una missione, una grazia ricevuta, un’occasione per acquisire fama e prestigio sociale. Tutto, insomma, tranne che come lavoro. Sì, ci piace scrivere, tradurre e curare libri, a volte ne siamo orgogliosi. Ma è un lavoro, che si basa su anni di studi e su un bagaglio di competenze acquisite. È un lavoro. Un lavoro come tutti gli altri e come tale va retribuito il giusto, nei tempi pattuiti. In denaro e non in visibilità o qualche rigo in più da aggiungere al curriculum.

 

Firme promotori

Chiara Manfrinato
Federica Aceto
Barbara Ronca
Anna Mioni
Francesca Valente
Vincenzo Latronico
Sara Sedehi
Paolo Caredda
Andreina Lombardi Bom
Tiziana Lo Porto
Carolina Cutolo
Lorenzo Bertolucci

Commenti
19 Commenti a “I lavoratori di #OccupayIsbn rispondono a Massimo Coppola”
  1. Gloria scrive:

    Quante enrgie, tempo e parole sprecate! Quanto studio inutile eambizioni sbagliate! Ma lo volete capire o no che l’editoria è finita?! Con l’avvento del formato digitale i libri si compreranno online per 90 centesimi, e se io, per esempio, mi chiamo Feltrinelli, che cazzo me ne fotte di tenere in piedi tutto un ambaradan di librerie sparse sul suolo nazionale e pagare commessi, distributori, stampatori e compagnia bella? Inoltre i software di traduzione ed editing diventano sempre più sofisticati e da qui a pochi una grande casa editrice potrà andare avanti con un organico composto da uno sparutissimo gruppo di persone.
    E’ finita, belli; aprite gli occhi.
    Intanto negli Stati Uniti e in Inghilterra ci sono ragazzini di 21 anni che girano film con delle videocamerine e ramazzano milioni di dollari e sterline. Ma di che cazzo stamo a parlà?!
    Prima cambiate direzione e meglio sarà per voi. Non vi rendete conto di quanto è umiliante tutto questo baccajare per quattro spiccioli? Ma che cazzo state facendo delle vostre vite? E annamo!

  2. Antonio De Curtis Focas Comneno scrive:

    “Intanto negli Stati Uniti e in Inghilterra ci sono ragazzini di 21 anni che girano film con delle videocamerine e ramazzano milioni di dollari e sterline.”

    Possiamo fare soldi a palate. Uh, che palate!

  3. minima&moralia scrive:

    Discussioni sì, insulti no. Il motivo per cui abbiamo cancellato alcuni messaggi.

  4. Gloria scrive:

    Allora dovreste cancellare il commento di Focas Monacas, che è un vero insulto “travestito” da sfottò. Sto soltanto cercando di aprire gli occhi a chi legge. Quelli come Focas Monacas vivono un’adolescenza prolungata avendo come unico orizzonte di vita il poter contare le monetine a fine mese; e anche voi, quanto a livello di consapevolezza, mi sembra che non scherziate affatto.

  5. Marta scrive:

    Scusa Gloria, ma se pensi che un libro si possa tradurre con dei “software di traduzione ed editing”, ovviamente non sai di cosa si sta parlando e che tipo di competenze abbia un lavoratore di questo settore. I software di traduzione sono ben lungi dall’essere utilizzabili nel campo dell’editoria, e la figura del traduttore non è neanche lontanamente sostituibile. In ogni caso, anche fosse così, non vedo perché qualcuno dovrebbe rinunciare a chiedere ciò che gli spetta per un lavoro già svolto.

  6. Antonio Soncina scrive:

    “Quanto studio inutile *eambizioni* sbagliate!”

    “da qui a pochi [giorni? Mesi Anni?] una grande casa editrice potrà andare avanti…”

    Però magari serviranno sempre gli editor ;^)

  7. Elena scrive:

    Per Isbn ho tradotto Mule di Tony D’Souza, uscito a giugno 2012.
    La mia esperienza qui, in commento al pezzo di Antonio Prudenzano sul Libraio.
    http://tinyurl.com/o2zx8j7

  8. bartolomeo lossertin scrive:

    a proposito del commento di Gloria:

    i software di traduzione non potranno mai sostituire un traduttore, perchè un testo non si traduce mai solo lettera per lettera. fai tu una prova con i vari software in circolazione e poi vediamo il risultato. i libri online non vengono venduti solo a 90 centesimi, ma anche a 10 euro, a volte anche di più, e resta il fatto che la qualità di un libro si baserà sempre su una filiera professionale. non ho ben capito cosa faccia incazzare così tanto Gloria, personalmente trovo sacrosanto rivendicare i propri diritti ad essere retribuiti. Il problema forse è proprio in quello che scrive lei stessa a chiusura del suo commento: ci sono milioni di ragazzini con videocamerine che fanno milioni. L’idea che oggi chiunque possa fare qualsiasi cosa anche senza competenza e a costo zero è la vera ragione per cui si arriva a fare ragionamenti di questo tipo.

  9. Gloria scrive:

    Sfottete, sfottete…..solo questo sapete fare. Ve ne renderete conto nel giro di pochi anni.

  10. Gloria scrive:

    ….i sintomi del tracollo definitivo del settore editoriale ci sono già tutti: sto soltanto invitandovi a indirizzare il vostro tempo e le vostre energie altrove, per non fare la stessa fine che ho fatto io. Prima vi svegliate dal sogno di poter realizzare le vostre vite seguendo il percorso professionale dell’operatore editoriale e prima vi salverete.
    Per Bartolomeo: i software di traduzione non sostituiscono (almeno per ora, in futuro si vedrà) il traduttore, ma ne facilitano e riducono il carico di lavoro, con conseguente pretesa dell’editore di adeguare i compensi ad un impegno ritenuto, così, più “soft”, in una corsa al gioco al ribasso che nei prossimi tempi diventerà ancora più evidente e a chi non sta bene “avanti un altro”. Siete liberi di farvi tutti i castelli in aria che volete, ma vi garantisco che lo scollamento tra voi e il principio di realtà è più che evidente. Se poi qualcuno prova un gusto particolare nel passare la vita a farsi fottere e a correre dietro ai creditori è un altro conto: dei gusti non si discute. Tutti qua gli orizzonti di vita? Auguri!

  11. Eve scrive:

    “[ISBN] ha pubblicato un annuncio in rete per una posizione da editor, ha fatto colloqui e infine assunto una persona nuova in redazione (gennaio 2014).” Sono fra le persone selezionate e hanno sostenuto il colloquio con Massimo Coppola nel gennaio 2014. Non sono stata assunta ma, leggendo le parole di Coppola sul sito ISBN, le tempistiche non mi tornano. Non ero al corrente delle difficoltà economiche in cui versava la casa editrice e credo di non sbagliare se affermo che, forse, anche altri professionisti convocati in Via Conca del Naviglio non lo fossero: chi investe energie, soldi e tempo in un obiettivo lavorativo sapendo che forse non verrà pagato? Non vedo rispetto nell’offrire lavoro ̶ perché di lavoro si tratta – sapendo già che forse non si potrà onorare il contratto…e mi pare di capire che, all’inizio del 2014, la situazione economica della casa editrice fosse già tale da un po’. L’editore ha il polso della situazione generale, NON il singolo traduttore, l’aspirante editor, l’autore, che sono figure esterne alla redazione, a meno che non si abbia la grande fortuna di essere molto inseriti e venire a conoscenza per vie informali di notizie di questo tipo. L’unica eccezione è quella in cui il singolo venga messo a conoscenza dall’editore e si assuma il rischio consapevolmente: nel mio caso questo non è avvenuto. Soltanto adesso so che il dipendente che prima ricopriva quella posizione probabilmente è andato via anche per ragioni economiche, prima non lo sapevo e mi sarei risparmiato stress, viaggio, colloquio (per me, tra parentesi, spiacevole), aspettative deluse. ISBN non è l’unica casa editrice ad attuare alcune prassi, è vero, ma né questo né il suo catalogo certamente di valore sono ragioni sufficienti per giustificare Coppola, così come altri editori. Stimo molto i lavoratori che hanno firmato questa risposta e le accuse di ricerca di visibilità sono assurde, ormai le cattive e le buone prassi dell’editoria italiana si conoscono e chi è nel settore sa che sono sempre le stesse: è utopico pensare di scrivere un documento proprio sul lavoro culturale condiviso dalle associazioni di categoria, come ad esempio Re.re.pre, Strade, i vari comitati di giornalisti precari, utilizzando i gruppi organizzati che noi stessi abbiamo creato per rappresentarci? Ormai è chiaro da tempo che si naviga a vista e che siamo tutti nella stessa barca…

  12. Valentina scrive:

    Cara Gloria, lavoro nella traduzione e localizzazione da anni, ho esperienza con software di traduzione automatica e, mentre la possibilità di utilizzarli per alleggerire il carico di lavoro nella traduzione tecnica esiste, anche se il discorso è più complicato di così, certamente per la traduzione editoriale sono inutilizzabili. Tradurre un libro è un processo molto più complicato perché si stanno trasmettendo parole, pensieri, sentimenti dell’autore che una macchina non sarà mai in grado di comprendere e quindi di tradurre. Almeno che si giunga al momento in cui l’intelligenza artificiale supera quella umana, ma a quel punto è probabile che l’umanità si sia già auto-distratta.

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