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I libri vendono poco, si è capito. Ma forse ci sono responsabilità e soluzioni.

Questo pezzo è uscito su Pagina99.

Per quest’anno non cambiare. Il rito del piagnisteo della presentazione dei dati Nielsen sulla lettura si è svolto come ogni primavera, chiamando a raccolta gli addetti al lavoro e invitandoli a una sorta di lavacro penitenziale. Alla biblioteca Angelica a Roma, in una giornata di sole maestoso, Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il Libro e la Lettura (Cepell), ha officiato il rito, sciorinando una serie di slide – le fotografie del disastro – e commentandole con tono tragico una dopo l’altra: lettori in calo vertiginoso, lettori fortissimi con vocazione suicidaria, librerie di catena in supercrisi, il 40% dei laureati che non legge nemmeno un libro l’anno, il Sud ormai ridotto a una waste land… Sgranando questo rosario nero, Ferrari si è stracciato le vesti: se continua così, ha chiosato ogni tanto per riprendere fiato, accadrà l’apocalisse…
Ecco: sarebbe facilissimo scrivere l’articolo che state leggendo. Mi basterebbe prendere l’articolo che ho scritto l’anno scorso o due anni fa nella stessa occasione, aggiornare qualche percentuale al ribasso e ripetere con sconforto le osservazioni che mi sorgevano dal cuore allora. Scrivevo che mi sembrava assurdo che il capo dell’organismo dedito alle politiche sulla lettura in Italia non sapesse fare altro che descrivere la rovina con attonita sufficienza. Scrivevo che mi sembrava di assistere alla sanzione di una debacle senza che nessuno se ne prendesse almeno una parte di responsabilità: nel 2010, al momento del suo insediamento al Cepell, Ferrari aveva promesso di conquistare in cinque anni un 8% di nuovi lettori, ne ha persi più del 10%. Scrivevo che l’unico modo per invertire la tendenza catastrofica era pensare un piano di alfabetizzazione culturale coordinato con la scuola e l’università, e non iniziative rivolte essenzialmente al mercato come le promozioni e le feste del libro. Scrivevo che la Nielsen fa ricerche di mercato e censisce soprattutto quello che la gente compra, non quello che la gente fa: ossia non ci dicono molto sulla lettura che non riguardi l’acquisto di libri o di e-book, non ci parlano per esempio le abitudini della lettura on-line. Scrivevo che Gian Arturo Ferrari se ne doveva andare, per manifesta incapacità a gestire questo ruolo.
E invece Gian Arturo Ferrari è ancora lì, da ultimo giapponese, anche quest’anno ha speso una parte dei fondi del Cepell per fare questa ricerca Nielsen – l’unica sua idea degna di nota della sua direzione – di cui noi non conosciamo i criteri d’indagine, ma che gli ha confermato che il cielo, anche in lontananza, è foschissimo.
Che aggiungere, quindi? Nulla; mi piacerebbe solo, se posso, invece di rimuginare tra me e me sui tempi bui che verranno, rivendicare un paio di piccole cose. La prima è che Ferrari per esempio ieri ha ammesso che sì le promozioni, i maggi dei libri, le feste, le iniziative commerciali o pseudotali, non servono a molto. Ok, grazie: tre anni fa, quando sostenevo questa posizione in un dibattito pubblico a Radio Tre, GAF mi urlò contro. Seconda cosa: da almeno una decina d’anni, da quando con vari scrittori, editori ci siamo resi conto che la crisi economica stava investendo in modo calamitoso il settore culturale e editoriale, abbiamo pensato di rimboccarci le maniche e svolgere un ruolo di supplenza a una politica inane. Per questo sono nate realtà come Tq, i Mulini a Vento, Monteverdelegge, la Tribù del Lettori, i Piccoli Maestri, il Forum del Libro, o decine di associazioni, di piccoli festival indipendenti, di gruppi di lettura … Chi non ha cercato di cavalcare la crisi, conosce bene cosa hanno fatto e cosa fanno queste iniziative, c’ha partecipato, e sa perché e come funzionano… E ieri Lidia Ravera, l’assessore alla Cultura della Regione Lazio, non ha potuto far altro che riconoscere che le migliori idee di contrasto al disastro sono venute da gente come i Piccoli Maestri o i Monteverdelegge, e ha promesso di finanziarle. Educazione diffusa alla lettura invece di una scontistica aggressiva: che idea incredibile che abbiamo avuto, eh?
E l’ennesimo punto da rivendicare per chi questi anni si è speso con successo, da battitore libero, senza alcun appoggio politico, è che anche il gap di competenze si è allargato. Qualche domenica fa a Libricome si è svolto anche lì l’annuale dibattito sullo stato dell’arte dell’editoria: gli interventi sono stati deprimenti, sia nella parte diagnostica che in quella prognostica. Nel migliore dei casi, si sono dette cose di buon senso. Nel peggiore, come nel caso di Riccardo Cavallero, capo di Mondadori Trade, con una tronfia indifferenza si è detto che gli editori non hanno il compito di educare, hanno il compito di vendere. Insomma, ogni volta che vado a questi incontri, l’impressione che ricavo è che ci sia chi c’ha guadagnato nella crisi, per esempio coloro che – come Mondadori – partendo da una posizione dominante, nel naufragio sono riusciti comunque a occupare una parte più ampia della zattera.
Dall’altra parte però, io sono convinto, le soluzioni esistono. Chi in questi anni – invece di piangere nel ricordo di un’età dell’oro (sì, ci ricordiamo anche di un pessimo articolo di Ferrari sul Corriere che parlava della Fiera di Francoforte, sputando sentenze sulla crisi editoriale italiana) o pensare come succhiare le ultime gocce di un mercato esausto – si è formato, studiando i progetti italiani o internazionali che sono riusciti a riconquistare lettori, chi ha letto per esempio i libri di Antonella Agnoli o ha guardato come funziona l’esperienza londinese di Sergio Dogliani, chi ha speso materialmente una parte importante del proprio tempo andando gratuitamente nelle scuole di periferia, nelle biblioteche sperdute di provincia, chi ha creato con pochissime forze e zero fondi degli osservatori sul libro più attivi del Cepell (il Tropico del Libro, il Forum del Libro, Librinnovando…); ora ha almeno la piccola fortuna di avere una speranza.

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
28 Commenti a “I libri vendono poco, si è capito. Ma forse ci sono responsabilità e soluzioni.”
  1. Gioconda scrive:

    I libri vendono poco, ma perché gli editori non osano pubblicare autori alle prime armi ed argomenti scomodi quali inchieste giornalistiche sulla tav, sui mille territori inquinati e devastati che magari susciterebbero un interesse maggiore del solito libro di Trevi candidato all’ennesimo premio magico?
    I libri vendono poco, allora perché si finanziano inutili festival letterari utili solo alle case editrici(tanto per cambiare) e non le scuole, i doposcuola di periferia, le case famiglia?
    E poi scusa, ma l’assessora se ne accorge solo ora, lei che vive di editoria da quando è nata e che nonostante il titolo accessorio si è ritirata a vita privata semiannuale fregandosene della missione che il titolo le concedeva?

  2. se solo si rendessero conto che leggere libri è un po’ come andare a mignotte le cose forse prenderebbero pieghe meno che ansiose.

  3. RobySan scrive:

    G. Marchese, la sua metafora mi riesce incomprensibile: leggere libri è “un po’ come andare a mignotte”. E perché mai?

  4. Dino Sorgi scrive:

    I libri vendono poco perché in Italia si è sempre letto poco. In tempo di crisi i libri vendono meno perché si compra perfino meno cibo. Inoltre c’è la concorrenza delle infinite offerte online a soddisfare il bisogno di lettura di molti.
    La domanda dovrebbe essere sul perché in Italia si legge poco. E le risposte non si possono attendere da una anziana come Lidia Ravera fossilizzata a Porci con le ali, una che sta sulla scena da quasi 50 anni e non ha contribuito alla divulgazione della lettura, ma al contrario, presenziando in tanti salotti televisivi, ha alimentato una visione di cultura spocchiosa, futile, lontana.
    Non bastano gli sconti o le feste del libro a far far nascere la voglia di leggere. Il piacere della lettura è qualcosa che non si può imporre. O c’è o non c’è. In alcuni paesi c’è di più, perché viene contagiato ai bambini di pochi mesi da genitori che sfogliano per loro libri illustrati e li abituano al piacere di una comunicazione quotidiana e costante attraverso quell’oggetto chiamato libro.
    Ora che il libro sta diventando esssenziale solo per i suoi feticisti, ha un senso cercare di creare in Italia la cultura del libro?

  5. @RobySan: perché la lettura deve essere innanzitutto un piacere! Se non si recupera la dimensione edonistica della lettura non vedo per quale altro motivo una persona dovrebbe perdere il proprio tempo e impiegare le proprie risorse per i libri. Leggere, insomma, per usare una metafora meno colorita, deve tornare a essere una torta al cioccolato. Un editore non deve essere bravo solo a vendere, quello serve pure, ma deve essere sopratutto bravo a scegliere e proporre i libri per il piacere che dalla lettura potrà scaturire. Altrimenti i lettori andranno altrove in cerca di altri piaceri.

  6. Libreria Ulisse scrive:

    Quotiamo @Marchese , ormai si pubblica per lo più per motivi commerciali/finanziari. Noi in libreria cerchiamo il libro che scarti di lato , si impenni , usi una scrittura articolata ma comprensibile , il libro di foto alla Monika Bulaj , il libro per ragazzi come “Oh Boy ” che sovverta concetti desueti di famiglia e solidarietà , ” La felicità di Emma ” dove un post femminismo della globalizzzazione ride dei luoghi comuni. Certo , questi libri si devono conoscere e soprattutto saper proporre , ma esistono e saperli scovare è la cifra per una politica di piacere e di non appiattimento , per condurre e riportare alla lettura nuovi e stanchi lettori.

  7. Federica scrive:

    Non so. Non mi convince tanto questo articolo. Intanto una cosa: la metodologia di indagine è stata ampiamente illustrata, per conoscere i criteri d’indagine bastava leggere l’indagine. Giusto per amor di precisione. Ma soprattutto: il fatto che la Ravera abbia citato queste esperienze, senza nulla togliere al loro valore e i riferimenti dell’autore, a me fanno pensare che purtroppo chi si occupa di libri fa ancora molta fatica a capire l’umanità che continua ad acquistare i libri, o quella che ha smesso di acquistarli (cioè prima lo faceva) da chi è composta, e prosegue invece con un autoreferenzialismo sempre più di nicchia per cui chi lavora nell’editoria si guarda, guarda se stesso, i suoi amici e colleghi, i suoi circoli e circoletti, invece di provare a osservare e intercettare il mondo.

  8. Federica scrive:

    Vabbè ho scritto in un italiano imbarazzante, chiedo scusa, spero mi capiate lo stesso.

  9. gianni a. scrive:

    Soltanto a me sembra che all’origine di questo post ci sia in gran parte un’acredine personale verso Ferrari, e che questo renda in qualche misura meno credibile la pur valida analisi?
    E poi, se le soluzioni esistono, non è il momento di proporne qualcuna?
    Sennò anche questo è l’ennesimo piagnisteo, scusate.

  10. Fabrizio scrive:

    In Italia si legge poco! Vero. Ma siamo sicuri che la realtà sia così disastrosa? siamo sicuri che in crisi sia la lettura e non piuttosto l’editoria? Qualcuno i dati Nielsen di quest’anno li ha confrontati con i dati della stessa Nielsen degli anni scorsi e, soprattutto, con i dati ISTAT? Lo dico con l’amore di un lettore e con la piccola presunzione di capirci qualcosa di numeri…ma sono pronto a essere smentito. Non fermatevi ai comunicati stampa. Il rapporo Nielsen di qualche giorno fa, almeno per le slide pubbliche, è molto lacunoso e contraddittorio, con i precedenti e con i dati ISTAT, sia per la popolazione di riferimento che per i consumi culturali, compresa la lettura. Qualche esempio: oggi Nielsen parla di vendite a volume nel 2013 pari a 112mio in calo di 9mio vs 2012…ma secondo la stessa Nielsen nel suo rapporto del maggio 2013 le vendite a volume nel 2012 erano state pari a 101,536mio (!!!) e nel 2011 a 109,121mio. I dati Nielsen non tornano nemmeno con quelli ISTAT sulla popolazione di riferimento. Insomma, credo che un tema così importante meriti riflessioni approfondite, numeri (veri) alla mano, contestualizzate rispetto alla situazione geneale del Paese, per evitare che si diagnostichi una malattia curandone però un’altra. Per evitare l’uso strumentale di dati poveri, opachi e contraddittori magari solo per chiedere benefici fiscali o sovvenzioni a un’industria (generalizzo) che negli ultimi anni si è fatta trascinare nella corsa alla svalutazione della cultura, nella guerra dei prezzi, da logiche di marketing che non sempre si adattano alle peculiarità del consumo culturale.

  11. gianni a. scrive:

    Il fatto che diminuiscano sensibilmente pure le vendite dei classici rende evidente, a mio parere, che la crisi è (anche) della lettura e (non solo) dell’editoria.

  12. Fabrizio scrive:

    Scusate, un typo nel mio commento precedente: secondo Nielsen il totale copie acquistate nel 2013 è stato pari a 122mio (slide 19 del rapporto) e non 112 come ho scritto prima. La sostanza, ovviamente, non cambia. Anzi.

  13. RobySan scrive:

    Bene, Marchese; agli editori sarà sufficiente, allora, trovare un adeguato numero di scrittori che faccian le puttane o, meno coloritamente, i pasticcieri.

  14. Fabrizio scrive:

    Vabbè! alla slide 15 “totale copie acquistate” 122mio – alla slide 19 libri acquistati 112 mio. Affidabile come metro per esprimere giudizi ‘sto rapporto! La finisco qui!

  15. @ RobySan: ma la scrittura questo è…. sin dai tempi di Omero… un modo di combinare parole per raccontare storie agli altri con l’intento di far trascorrere al lettore qualche ora di piacere e diletto. S’, gli scrittori sono come dei cuochi o come geishe al servizio dell’altrui sollazzo. A mio modesto parere, spesso il calo di vendite è dovuto al fatto che si pubblicano troppi libri noiosi.

  16. Nickk scrive:

    @Marchese: La lettura è anche scambio di idee, cultura e informazione: lo scrittore non è necessariamente puttana, ma anche amico, guida, consigliere o maestro…Se solo si dessero una calmata con la pubblicazione di certe troiate!

    Secondo me manca molto la qualità, o meglio, viene dato più spazio che a ciò che cattura più facilmente l’attenzione che ai giorni nostri corrisponde a opere mediocri, stili pressoché inesistenti e storielle all’acqua di rose, perché crisi o no, basta vendere. Chi non si accontenta deve fare una propria faticosa ricerca, quando invece si dovrebbe essere guidati, consigliati, senza il timore di ritrovarsi davanti all’ennesima cazzata, presentata come chissà che cosa.

  17. riccardo scrive:

    Buongiorno
    sono un Editore e mi pare che il signor GAF non abbia scoperto nulla di nuovo. Come in tutte le esperienze commerciali ci sono dei picchi e delle cadute. La legge del mercato è valida per qualsiasi prodotto si commercializzi. In questo caso, però, il libro non è un semplice “oggetto commerciale”, è molto di più. Per questo fa bene chi si interroga sul perché i libri si vendano di meno e sul perché, apparentemente, in Italia si legga di meno. Dico apparentemente perché concordo sul fatto che i dati forniti non sono proprio precisi o comprensibili al 100%. Ma, detto questo, mi riaggancio a quanto detto da Gioconda, secondo la quale bisognerebbe puntare sugli autori esordienti… oppure, come altri, puntare sul territorio. Non cito il nome della mia casa editrice, ma posso assicurarvi che i piccoli-medi editori fanno – se sono dinamici – proprio questo: puntare su scrittori emergenti (o esordienti) e sul territorio, andando nelle scuole, nei comuni dove magari manca anche una biblioteca degna di tal nome, aderendo e contribuendo a formare filiere della conoscenza e della diffusione del libro. Purtroppo, la verità è che i cosiddetti grandi (Mondodori, Rizzoli, Feltrinelli, il gruppo Gems etc.) occupano fette di mercato tali che agli altri – a chi investe sul talento, sulle belle storie e non sulla pubblicità – rimane ben poco. A voglia di cercare bei romanzi o saggi interessanti se tanto, poi, questi nelle librerie non ci arrivano o, se ci arrivano, finiscono sommersi da caterve di opere di calciatori/personaggi televisivi/attori/politici/magistrati ultra sponsorizzati e ultra vezzeggiati dai Fazio di turno. Noi, ogni anno, facciamo dalle 150 alle 200 presentazioni di nostri titoli in tutto il territorio nazionale, pubblichiamo autori alle prime armi ma che abbiano qualcosa da dire (senza chiedere finanziamento alcuno, infatti siamo fieramente No EAP = No editori a pagamento) e solo ora, dopo 5 anni di durissimo lavoro, siamo riusciti ad avere una distribuzione nazionale e un poco di visibilità sui media… ma non vi dico che fatica. Eppure, questo lavoro certosino, molto spesso è vanificato non tanto dal lettore distratto, dal lettore che magari ora ha pochi soldi in tasca (e mica possiamo fargliene una colpa), quanto da certi meccanismi che premiano le Clerici di turno, i vincitori di premi farlocchi (perché pilotati) e danno in mano la gestione della nostra cultura – spesso e volentieri – a librai che se vendessero verdura al posto dei libri, neppure se ne accorgerebbero… (e qui parliamo in principal modo delle librerie di catena). Noi siamo fiduciosi che la perseveranza possa dare i suoi frutti, ma occorre anche scardinare certi monopoli. Ma occorre anche che questi monopoli non lascino dei vuoti mostruosi dove si possano infilare editori a pagamento/self publisher e quant’altro… ma su questi aspetti ci sarebbe da aprire un altro discorso.
    Saluti a tutti

  18. @Nickk: le sue parole mi trovano d’accordo se declinate per una buona saggistica. O per la scrittura filosofica e didattica. Ambiti in cui la lettura DEVE essere utile.
    Diverso, a mio avviso, l’ambito strettamente narrativo, dove l’impianto etico/moralistico/pedagogico non può diventare il principio cardine di ogni forma di scrittura che deve essere, e qui sono d’accordo invece sul concetto di qualità, eminentemente estetico e quindi direi edonistico. Sì, per me raccontare storie è un po’ come prostituirsi, lo ribadisco, intrattenere il lettore col piacere, e sin dai tempi di Omero è così. Senza piacere non ci sono buone narrazioni. Non c’è motivo per cui una persona sana di mente dovrebbe spendere denaro per un libro e occupare il poco tempo libero per la lettura. In un secondo momento potranno emergere, a giudizio del lettore, conclusioni di tipo morale/etico, ma non necessariamente, a mio modesto parere. Io non so da dove viene questa smania della letteratura utile… utile a che, poi? La letteratura è inutile per definizione. La chimica è utile, la matematica è utile. La filosofia è utilissima. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole.

  19. Nickk scrive:

    @Marchese: Spiegata così, ha già più senso. Ma ci sono molte opere di narrativa che lanciano anche dei messaggi, delle idee, ci aiutano a capire o ci regalano un nuovo punto di vista, ecc. Anche per me l’estetica ha una sua rilevanza: diciamo che vedo l’uno funzionale all’altro. Il solo edonismo nella vita come nella letteratura (e non parlo solo di saggistica o filosofia), stanca e lascia un vuoto, un senso di incompletezza che il lettore che non si accontenta cercherà altrove. Poi è anche vero che non tutti hanno le stesse esigenze. E sul fatto che la letteratura o la chimica siano inutili, beh se fossimo elefanti o pappagalli sì, le darei ragione.

  20. No no, ho scritto che la chimica è utile. La letteratura è il lusso. Il gioco. Il superfluo. Il godimento. Ma c’è chi senza il gioco non riesce a sopravvivere. Per cui la letteratura è inutile ma necessaria.

  21. Nickk scrive:

    @Marchese: Sì, giusto, mi è sfuggito un inutile in più. Io resto fermo sul dire che il godimento è solo una parte della letteratura. Grazie per aver chiarito il tutto.

  22. davide calzolari scrive:

    “”gli scrittori sono come dei cuochi o come geishe al servizio dell’altrui sollazzo. A mio modesto parere, spesso il calo di vendite è dovuto al fatto che si pubblicano troppi libri noiosi.””

    ben detto,Giovanni Marchese!

  23. davide calzolari scrive:

    @ nickk: tutto sto edonismo nella letteratura italiana,mica si vede..

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