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I militanti jihadisti

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Questo articolo è apparso su Lo Straniero. (Fonte immagine)

Come molti uomini e donne di ogni parte del globo a poche ore dalla strage anche a me è venuto di dire immediatamente, istintivamente: “Io sono Charlie”. Ma sono anche ebreo, vorrei aggiungere. Guardando le immagini in tv, ho pensato che uno degli slogan più belli del Maggio francese, subito dopo l’espulsione di Daniel Cohn Bendit dal paese, fu “Siamo tutti ebrei tedeschi”; e che nei giorni tremendi di inizio gennaio il radicalismo jihadista si è scagliato non solo contro gli ebrei per il solo fatto di essere ebrei, contro chi faceva gli ultimi acquisti in un market kosher prima del sabato, ma anche contro uno dei prodotti più irriverenti e libertari dell’onda lunga di quel medesimo Maggio: un giornale come “Charlie Hebdo”.

A uccidere gli uni e gli altri sono stati dei ventenni entrati nelle file del jihad islamico, di cui poco sappiamo e di cui ancor meno siamo stati disposti a capire qui in Italia, paese come sempre mediamente più provinciale, chiuso in se stesso, miope di altri, benché collocato al centro del Mediterraneo. Da tempo siamo indifferenti all’esplosione di quest’area, la nostra: non solo non comprendiamo cosa si agita in Siria o in Iraq, ma anche nelle teste di coloro i quali vanno a combattere in quei paesi e poi fanno ritorno in Europa.

Non è solo un problema di intelligence, si è come inceppata la comprensione del nostro presente. E di conseguenza la capacità di affrontarlo. Nel profluvio di parole spese dopo gli attentati, è evidente l’essere stati colti impreparati, tutti, di fronte alle cause profonde di un simile gesto, e a quanto ci dice della crisi europea in atto.

I terroristi islamisti sono degli assassini, ovviamente. Ma agiscono in base a un’adesione a un credo assoluto, che riempie un vuoto esistenziale e mentale. Un tempo questo vuoto era occupato dalla politica, anche nelle sue forme totalitarie e fanatiche più asfittiche e deleterie. Oggi è occupato dal radicalismo religioso. Abbiamo bisogno di leggere le biografie dei nuovi combattenti che vogliono portare la guerra nel cuore di quelle stesse città in cui spesso sono cresciuti, così come un tempo si è appreso qualcosa del brigatismo non solo attraverso il racconto delle sue azioni, ma soprattutto attraverso l’analisi dei suoi testi e delle vite di chi è finito nella vasta galassia dell’eversione.

Tuttavia è un’operazione complessa. Solo a mala pena riusciamo a ricostruire i lineamenti di un “album di famiglia” che non è certo il nostro, che non ci riguarda neppure nei suoi elementi basilari, ma che costituisce comunque lo sfondo delle scelte di centinaia di potenziali militanti. E qui ha ragione Amos Oz a separare l’islam in quanto religione dalla militanza fanatica, benché questa militanza fanatica (più o meno formalmente politica) ricrei i suoi dettami, e le sue parole d’ordine, a partire dalla rielaborazione di un guazzabuglio religioso.

È la loro cultura ferocemente reazionaria che spaventa, prima ancora delle loro azioni. La loro assenza di autocritica, il disprezzo della donna e di ogni forma di laicità, il maschilismo disperato ed esasperato, il voler distruggere in blocco gli ultimi due secoli di Storia come un prodotto monolitico del satana da abbattere. I valori dell’Occidente sono un’espressione pomposa e ambigua. Ma “Liberté, Égalité, Fraternité”, no. Quelle sono delle cose maledettamente concrete, e oggi ostaggio degli attacchi dei fanatici e reazionari di ogni credo e forma. Loro vogliono abbatterle, non raggiungerle laddove non sono realizzate (e sappiamo bene quanto il secondo e il terzo termine della triade siano oggi malmessi in Francia, in Italia, in Europa).

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Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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