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I mondi paralleli

di Marco Mantello

Cari lettori, oggi vi offro in sacrificio l´incipit del quarto romanzo del mio ciclo di sei. La società europea comincia a scoprire il Lone Wolf Terrorism, e sembra percepirlo come qualcosa di staccato dalla sua organizzazione, dalle sue percezioni di un´identità culturale, dalla sua struttura economica, dai suoi sistemi educativi. Fantasmi singoli come residui di fantasmi collettivi, negli occhi di una ragazzina di 15 anni… Buona lettura.

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I mondi paralleli

di Marco Mantello

Il giorno in cui Emy Alluwi cominciò a pensare di essere una farfalla cieca era un giovedì dal cielo di latta nella città di Bonn. Dalla vetrina di uno dei tanti negozi di armi dove si era fermata a specchiarsi sei modelli automatici Blue Beretta Plus scrutarono le sue iridi puntate contro il nero delle canne. Emy aggiustò la coda dei capelli davanti a un set di manichini in mimetica dai crani lucidi come la cera. Pistole e fucili prezzati in euro nelle loro mani di plastica scrutavano orde di ciechi in marcia sulla Deutschherren Straße, proiettili e catrame bio, caschi, coltelli a serramanico e adesivi della Wehrmacht; allora Emy capì che le sue ali battevano contro il vetro e si girò verso la strada e vide i ciechi fuori dal riflesso. Venivano dal T5, alcuni portavano occhiali neri e bastoni a canna, ma i più avanzavano verso di lei con le mani in alto, forse convinti che i manichini alle sue spalle fossero agenti di polizia. I loro occhi erano occhi di ciechi e certo non potevano vedere il suo recente sviluppo fisico, eppure quelle pupille bianche senza puntini al centro sembravano dilatarsi verso le sue quasi per toccarla, mentre le sue guardavano solo le auto in fiamme, in un punto più lontano della strada, come per mettere a fuoco le cose che stavano bruciando.
“Hey Nigger! È solo una fucileria…“ disse un siriano con la fascia gialla al braccio -il segno che poteva distinguere la plastica dai corpi umani. Il marocchino alla sua sinistra palpò la vetrina come un confine, poi ne arrivarono altri dal subsahara assieme a un gruppo di butch tedesche con la fascia blu dei sussidiati. Sulla via parallela alla Deutschherren la nazi marsch per la Deutsche Einheit echeggiò un coro di Wir sind das Volk, e per strada si sentì un boato, l´allarme scattò da solo, la vetrina era in mille pezzi. Emy era già lontana quando i ciechi presero le pistole scaraventando i manichini a terra. Forse quelli con la fascia gialla si erano girati a guardarle il culo, pensò Emy aggiustando lo zaino con una smorfia. Si era mossa con calma, ma ora anche negli altri negozi di armi decine di manichini giacevano sparsi come cadaveri fra le vetrine rotte. Sospinta dalla melodia degli allarmi Emy incrociò una fila di blindati in arrivo dalla Mallwitz e passò il posto di blocco del quartiere Stadmitte. Era alla fine del T5, dove la nazi marsch era stata deviata per evitare scontri. Dopo il parco il paesaggio urbano mutò ancora e si fece astratto, sulla Merkel Allee era pieno di gente a posto, i marciapiedi puliti come le macchine nei parcheggi a spina, nessun murales sui palazzi primo novecento, ma centinaia di lavoratori autonomi con Schufa, davanti a una signorina in tailleur appena uscita da una Smart dell´Immobilien che sapeva di detergente intimo. Quando Emy virò verso la sua scuola gli uccellini cinguettavano in un piccolo cimitero ebraico pieno di mamme con culle e tazze di caffè a portar via, stese sui prati di fianco alle lapidi. Era dall´altro lato del parco ma poi sulla Paracelsus, che di nuovo costeggiava il T5 a sud, riapparvero le aree transennate e il fumo.
“Nessun posto. Nessun posto è meglio di casa mia!“, canticchiò svolazzando per la rotonda di cemento armato. Il Karl Linneus Schulheim sembrava avvolto da un’imperforabile bolla di acciaio. Emy passò i suoi cancelli inalando un greve odore di escrementi, fuori i furgoni della nettezza urbana stavano chiudendo le stradine limitrofe quando raggiunse l´area giochi, e dal cortile come una scia sirene e spari arrivavano lontani, quasi insonorizzati, come da un altro mondo.

“Male. Mi fa male anche oggi, mi fa malissimo…“ pensò toccandosi il tatuaggio della falena sulla spalla livida. Poi pensò anche di togliere le dita dalla garza e che il bambino a dieci metri da lei che tirava sassi nel deserto delle altalene era Barab Eichermann. Le pietre già lanciate da Barab erano sparse sulla sabbia attorno a una clessidra di plastica che segnava la durata della penalità. Più avanti all´entrata tutti gli altri salivano le scale ma Barab era rimasto solo con le sue armi da difesa. Forse una decisione di Herr Kaiser, magari Frau Winkelmann, forse era stata la scimmia di educazione fisica a comminargli l´ammonimento della solitudine. Emy lo sentiva proprio ondeggiare fra le catene d´acciaio dell´altalena, avanti e indietro sopra l´ombra delle scarpette e i bermuda sporchi di piscio: ecco ne aveva tirata un´altra ma solo contro il primo essere umano a tiro, non certo contro di lei visto che erano pure vicini di casa e da quando era cominciato il riot l´aveva più volte portato a scuola come baby-sitter.
“Kom… Alles gut…“ pensò Emy, quindi ripeté a voce alta le stesse parole che aveva pensato, mentre la sabbia finiva di svuotare l´ampolla della clessidra attivando il dovere di entrare a scuola per ultimi: “Komm schatzi, alles gut, wir gehen zusammen rein…“
Barab rispose solo con un “Nein!” ma alla fine si convinse a entrare. Quando superarono insieme la prima rampa era più calmo e proseguì da solo; del resto tenersi le mani a scuola era vietato dal regolamento e nessuno voleva avere guai a quell´ora della mattina con la terribile pena della concupiscentia oculorum aut corporis.
“Nah schatzi? Ne hai ancora addosso vero?“ chiese Emy scrutando le sue tasche gonfie di lacrime divenute pietre. Niente, stavolta non le rispose nulla, si era incupito vedendo Herr Kaiser sulle scale. I suoi conti in sospeso con il sistema giacevano nell´androne del secondo piano sotto forma di un ampio stomaco bretellato dagli occhialini tondi e la faccia da porco. Così almeno lo vedeva Barab, grasso e maiale, e non per quel suo aspetto oggettivamente mite, calmo, smagrito, da bravo pater familias o al massimo da capo scout, che affiorava sulle finestre a croce. All´inizio Kaiser non ricambiò le sanguinarie occhiate del ragazzino, e meno che meno notò il moto delle sue mani verso le tasche cariche di sassi. La faccia del Lehrer era puntata sugli alunni in fila dietro di lui, come al solito non urlava mai nel dare ordini con asserzioni del tipo Laufen! o Halt!, che puntualmente si avveravano come neutrali descrizioni delle cose che stavano per accadere nella realtà. All´arrivo del punito guardò altrove, come se Barab non ci fosse, ma era chiaro che la sua indifferenza aveva un unico destinatario, al pari delle ragionevoli spinte che gli aveva mollato una settimana prima su quelle stesse scale; in numero di tre, graduate e proporzionate a peso, altezza, età, davanti a mezza scuola…“Laufen!“ disse al gruppo degli undicenni affetti da emotional deprivation disorder. Al suo invito maschi e femmine marciarono verso l´aula 2 con le braccia parallele al corpo; anche Barab si era messo in fila e tutte le facce non sorridevano, tutte le mani non toccavano i muri invasi da foto di bambini travestiti da San Giorgio, e a loro volta schierati con spade e lance attorno al logo in carta stagnola di un drago morto. Erano le ultime prove di controllo del corpo, come a maggio scorso alla Festa delle Radici, dove anche Emy aveva recitato nella versione semplificata dal protocollo scolastico la preghiera medievale a San Michele arcangelo dell´esercito di Dio…
“…Difendici nell´ardente battaglia contro le potenze delle tenebre…“ mormorò il coro dei deprivati dal corridoio “…E sii il nostro aiuto contro la malvagità del diavolo e tutti gli angeli apostati che si aggirano per il mondo…Adesso e nell`ora della nostra vita, Amen…“ Come ogni mattina Kaiser la fece ripetere in piedi ai suoi appena entrarono in aula.
“Gut! Und jetzt sitzen bleiben!“ ordinò sotto al vigile occhio delle telecamere. Quelli del DSM le avevano installate in tutta la scuola, sempre accese dentro e fuori le classi per controllare i margini ammessi della violenza. L´esorcismo era finito quando Emy si fermò davanti all´aula. Kaiser era sull´uscio e stava salutando la moglie, che di lavoro faceva l´insegnante di disegno della classe accanto; i bambini, già ai banchi nel raum pieno di vasi di orchidee, si erano seduti in simultanea e guardavano la cattedra vuota; la porta era rimasta aperta come da regolamento e Emy aveva visto Barab prendere posto in qualità di ospite a un banco extra, lontano dagli altri, senza poggiare la schiena alla seggiolina. Il piattino di millefoglie giaceva intatto sul banco speciale a sei giorni dal compleanno di Karolin Felding. La panna era ingiallita, le punte della forchetta infilzate nella glassa come in un sequel de La spada nella roccia.
“Oggi tre millimetri“ mormorò Kaiser, poi marciò in aula sotto ai vigili sguardi delle telecamere, in piedi davanti al piatto di torta e a Barab, le sue mani allontanarono il piatto di tre millimetri. Stavolta lo fissò lui dritto negli occhi, ma Barab continuò a guardare i suoi in quel silenzio carico, senza lacrime, mentre le mani vagavano rapide e tese nelle sue tasche.
“Quattro. Allora quattro millimetri…“ mormorò Kaiser allontanando ancora la millefoglie. E senza urlare, mentre Emy osservava la scena davanti alla porta aperta, attese che le rosse iridi del principe dell´orgoglio si abbassassero per prime e cominciò la lezione.

Il giorno dopo nell´area giochi non erano rimasti sassi. Quando Emy ripassò dal cortile del Karl Linneus Schulheim un gruppo di ragazzini con disturbo generico di personalità stava eseguendo lo spelling delle parole difficili attorno alla clessidra. Colpa. Olocausto. Antisemitismo. Islam. Responsabilità. Immondizia, riciclaggio delle cose utili, risparmio, l´ordine è metà della vita, l´odio danneggia l´anima, un errore del singolo è un errore per tutta la società, Lucio Anneio Seneca… Anche quella mattina la sagoma grigia della falena che si era tatuata sulla spalla continuava a farle male. Salendo verso l´aula magna vide le sue ali, e il rewind dell´insegnante di musica classica, quella nuova e sensibile che non capiva i metodi di Kaiser e degli altri come lui che avevano superato gli step di ausbildung e lavoravano in quella scuola da vent´anni. Emy era di nuovo davanti all´aula di Barab quando incrociò la donna nel corridoio; lei aveva in mano degli spartiti e mangiava le unghie nervosamente, come implosa; nei suoi lividi: “Ciao Emy, sei abbastanza degna di vivere oggi?“, si sentivano ancora i “Bitte nein! Das Nicht!“ di qualche giorno fa, le spinte, il passivo realismo del prof. di francese che si era girato dall´altra parte dicendole che il protocollo salute mentale non piaceva nemmeno a lui, ma che era colpa dei bambini come Barab Eichermann, gli squilli senza risposta sul cellulare della direttrice. In genere gli appuntamenti rinviati dal supervisor, lo stesso taglio delle labbra scimittarrate di Frau Winkelmann e del suo metodo del leva le stelline/metti le stelline di merito davano un´idea di quotidianità assoluta alla Karl Linnus, spinte e scossoni erano conformi alla legge come in tutte le scuole sotto vigilanza del DSM. C`era il livello uno come il Linneus e per i casi più gravi il due. Pedagogia nera. Draghi e soldati arcangeli, gnomi, folletti e Waldwesen in colori pastello, i colori dell´aura. Dicevano che il corpo ha una memoria e tende a assumere il comportamento indotto dalla punizione. Tutto qui. Tutto legale. I miglioramenti di Barab Eichermann nella caccia al drago erano puntualmente registrati da telecamere, catalogati e discussi da un team di neuropsichiatri di un ospedale cristiano di Bonn convenzionato col Karl Linneus alla voce “Sguardi e occhiate di sfida“. I dati venivano spediti alla sede centrale del Lichtklinukum di Berlino, e gonfiavano statistiche sulla gioventù tedesca e il suo 7 % di ragazzini a rischio recidive alla maggiore età. Potenziali lupi solitari. Psicologia spicciola come nel film Il Nastro Bianco. Quel venerdì quando Emy fece la stessa strada Kaiser se lo stava portando in classe con una pacifica mitezza nervosa. Prima il corpo e poi la mente seguivano a ruota i moti indotti sulla forchettina, gli avvicinamenti premio e le nuove distanze perse. Allo spalancarsi della porta le telecamere accese sulle pareti dell´aula 2 sembravano incoraggiarlo a finire l´opera di barabizzazione di quella dannata torta. Del resto anche Kaiser era valutato in base a risultati utili, anche Kaiser riceveva punizioni e premi dai funzionari del DSM, che a loro volta erano controllati dal ministero della normalità, che a sua volta era controllato dai tribunali paralleli, che a loro volta erano controllati da dio, il controllore immobile e vidimatore ultimo delle diagnosi dei minorenni con problemi. Come vedremo nel corso della storia questo dio esisteva davvero, ma era solo un essere umano, non era affatto una scommessa della metafisica o un prodotto della religione, egli viveva sulla terra come direttore del Lichtklinikum, Herr Gott era il suo nome e pare fosse di origini italiane come il suo assistente con delega agli smistamenti all´estero dei casi irredimibili.

“Tutto ok, sì bene… “ pensò Emy tirando oltre la porta aperta. Stavolta non si era fermata nemmeno a guardare il banco extra, ormai a quindici anni suonati era una veterana e non faceva più caso al cupo scorrere di piattini e torte, anzi da un po´ era come invisibile lì al Linneus, i punitori non toccavano più il suo sistema nervoso, i delatori avevano smesso di farle fotografie quando parcheggiava il roller nella zona proibita, motteggi e parole d´ordine scorrevano senza curarsi di lei sulle bacheche della selezione naturale delle anime. Cose lontane e appannate, pensò, che a breve non avrebbe visto mai più, per tutto il resto della sua vita… Era all´ultimo anno e non potevano farle nulla, meno che meno del bene, perché Emy era una falena perfetta adesso, un tutt´uno con l´ex verme che si era fatta incidere da Build your Body a novanta euro totali per cementare le vaghe origini multikulti della sua specie alata. La diagnosi di ritardo nello sviluppo con cui era stata immessa allo Schulheim nove anni fa sembrava solo un lontano ricordo di un bozzolo rotto. Il pettine, il sebo, le due bocciature di fila, erano solo il passato, erano solo vermi e non falene. La metamorfosi era molto vicina ormai, tutto quello che doveva fare fuori dal bozzolo era starsene ancora un po´ buona in quella scuola di merda e prendere il volo al momento giusto.
“Ancora un paio di mesi e dopo lavoro solo al bar e vado a vivere da sola…“ pensò mentre i resti della quindicenne doppiavano l´ombra della falena su un muro di disegnini di San Sebastiano e le sue sacre frecce. Al quarto piano il tatuaggio smise di bruciare e il suo corpo si trasformò davvero in una farfalla cieca. Ora sì che volava libera verso il corso di Educazione civica, i capelli a coda si erano fatti antennine e spuntavano fuori fra teste di morto nel crac del bozzolo, le ali avevano preso il posto delle dita e sventagliavano grigie e pelose al via. In aula magna toccò terra leggiadramente e tornò di carne umana, il k-way fu estirpato liberando una t-shirt dei Joy Division e minutissimi short bucati. Restare come si è, pensò davanti all´avida assenza di Stig Nelson. Il ragazzo era a bocca aperta, quasi afono, e come un Morfeo appena destato da una notte priva di sogni guardava ora lei ora le forme sode di una compagna di classe con cui lavoravano insieme il sabato sera all´hard rock cafè coi preservativi alla fragola nello zaino.
“Ciao Karolin“ mormorò Emy alla Felding. La padrona della torta proibita sembrava tutta un ormone da attillature impossibili, ma anche Emy quando prese posto fra lei e il sedatissimo Stig sentì la vagina riempirsi di calore. Aveva messo un paio di occhiali neri rifrangenti del tutto uguali a quelli di Karolin, la falena era tornata piccola e dolorante sotto alla garza sporca di sangue, i capezzoli erano riapparsi sopra all´ombelico col piercing e spingevano in fuori contro la t-shirt e la sua ruvida fila di scie di una stella morta.

“Senti dopo scuola passo da te. Dobbiamo parlare…“ mormorò Karolin dalla seggiolina. Poi, nell´aula gremita, accavallò le cosce nella stessa direzione di Emy, guardavano l´infinito ma subito le occhiate della Winkelmann spensero sul nascere i lati emozionali. Dal palco i due agenti di polizia discutevano di coraggio civile in uno stato di dormiveglia costruttivo. Cose che Emy aveva studiato già come le sedazioni, cose come la ratio del divieto di ridere o la baustelle sul Dai una chance alle donne islamiche, e che ormai la facevano solo sentire diversa.
“Allora, Junge…“ disse il biondo quello più carino.
Le telecamerine da controllo del controllore giacevano sul giubbotto antiproiettile come un secondo paio di occhi. Dal palco presero a muoversi verso gli studenti, il poliziotto guardava Emy coi suoi a dire il vero, le aveva guardato le cosce con un rapido colpo di ciglia che l´aveva fatta tremare come una foglia al vento. Emy non prese bene per niente la sua reazione fisica, ma le cosce si strinsero forte da sole dandole un intenso e inatteso piacere sessuale. Quando tolse gli occhiali e ricambiò gli sguardi del poliziotto le pupille rimasero ferme e gelide, aveva un´aria quasi offesa. L´agente la fissò di nuovo proprio in mezzo agli shorts, stavolta solo con le telecamere, e quasi per farle provare quel tipico odio verso sé stessi che stava sentendo anche lui nell´aula piena.
“Allora junge“ disse dal palco “Io sono il numero BO 8679K. E questo giovane abbronzato qui accanto a me, come potete leggere anche voi sulla sua armatura…“
“Il numero BO 7544Y…“ disse l´altro di origini turche.
Il biondo continuò: “BO sta per Bonn, la nostra città, ma se suona troppo Robocop potete chiamarci Starsky e Alì…“
Era una battuta, era ironia, ma quasi tutti gli studenti nell´aula magna rimasero smarriti a causa del divieto di ridere e vi fu un forte momento di imbarazzo. Ridere e sorridere erano la stessa cosa? Era vietata solo la comicità o anche l´umorismo?
“Starsky e Alì, come i due poliziotti della Zdf, lo vedete anche voi il telefilm?“ chiese l´agente col pollice in su. Era in attesa che la scenetta della simpatia fosse portata a termine dall´incondizionata adesione della platea in narcosi, ma nulla si muoveva sotto alle cuciture delle bocche e solo quando Frau Winkelmann invitò gli studenti a sorridere vi fu il via libera. La direttrice indicava con un certo entusiasmo la voce calda e gutturale, il corpo allenato, le spalle larghe, la mascellare gentilezza dell´agente di polizia Kurt Lowental, come una specie di manichino sottovetro. Quanto a Kaiser era entrato subito nella parte e con Barab di fianco alle ultime file esibiva il giusto margine di apertura del cavo orale assieme a tutto il gruppo dei deprivati emozionali. Intanto dal palco il bel Kurt si era messo le imbottiture e con tenebrosa agilità mostrava i potenziatori. Emy lo guardò di sfuggita come lui guardava lei, le iridi ricambiavano la stessa azzurrità, le stesse teste di morto in fondo a un angolo buio della carne che solo loro due potevano vedere nei brevi attimi in cui gli sguardi si incrociavano.
“Come stavo dicendo…“ intimò il bull di origini turche “I numeri identificativi e la telecamera sono molto importanti nel lavoro in strada…“
“E gli spray! Anche gli spray vero?“ sbadigliò Stig Nelson “Quelli al peperoncino!“
“Certo junge, gli spray, il taser, potresti togliere i piedi dalla seggiola davanti alla tua per favore?…“
A quella richiesta, mentre i crani degli altri studenti si giravano verso il suo come a perorare il rimprovero, Stig non rispose nulla, si era addormentato,
“Junge? Junge ma hai sentito cosa ti ho chiesto o no?“ ripeté Kurt. Poi attese che il giovane si risvegliasse e scrutando il suo smarrimento indossò il casco e scese dal palco tutto bardato per una dimostrazione pratica. Camminava con il collega turco fra quel mare di corpi magri e bianchi; le torce si erano accese nelle loro mani foderate di guanti neri, gli stivali facevano un rumore di uova rotte, mentre i due avanzavano nell´aula magna come figurine di giocatori di football americano.
“Qualcuno ha la minima idea del perché si deve utilizzare l´equipaggiamento? Allora junge?“ tubò Kurt metallicamente. Poi caracollò alla fila di seggioline dove era seduta Emy. Aveva puntato la torcia contro di lei in un´atmosfera di solida cooperazione fra il cittadino e le forze di polizia nei quartieri a rischio come il T5, che a breve sarebbero divenuti Longstay Hospital su tutto il territorio nazionale.
“Perché la legge vi obbliga a farlo e se non lo fate vi puniscono i superiori?“ sbadigliò Stig Nelson. Stavolta il divieto di ridere aveva fallito miseramente e qualche reazione consona prese a manifestarsi sulle facce dei narcotizzati. Il bull di origini turche aveva tolto il casco e si era spinto in missione solitaria in fondo all´aula. Anche Kurt lo seguì. Stavano mostrando ai sonnambuli della classe di Kaiser una macchina digitale, la torcia era sempre più accesa e luci tonde e gialle vagavano fra gli zombie illuminando un unico ragazzino impietrito con le mani nelle tasche dei pantaloni.
“Certo“ riprese Kurt “Anche questa è una ragione valida junge, abbiamo fatto un corso di cinque anni per portarle addosso e nessuno di noi vuole essere licenziato, ma seriamente, qualcuno mi sa dire perché tutti noi siamo obbligati a indossare un´armatura per gran parte della nostra giornata lavorativa?“
Emy restò immobile sulla seggiolina esterna della fila quando i due agenti ripassarono dalle sue parti. Kurt lo aveva chiesto in modo neutrale, ma l´unica risposta alle sue pallide occhiate non era certo la narcolessia di Stig Nelson. Niente accade senza una causa. E nessuna causa produce il nulla, nemmeno il fatto che lui era a due passi da lei in attesa di vederla volare verso il regno delle farfalle cieche. La torcia si era spenta su antennine e ali, le cosce di Emy si erano dissolte in un ultimo scavallamento, ma poi la grigia peluria notturna era riapparsa sulle sue dita, come a marcare le distanze dall´armatura del bull. Cause che stavano per sfiorarsi, effetti che stavano per prodursi da soli nello specchio delle infinite possibilità di attrazione fra uomo e insetto. Del resto la differenza anagrafica saltava subito agli occhi non meno delle forme adulte, eppure qualcosa di simile a un bagnarsi le stava salendo in gola come le pilloline di speed prese l´altra sera all´Huxley… Forse ce l´aveva troppo grosso, forse le avrebbe fatto male come con Julian Breitner l´estate scorsa al camp, pensò Emy scrutando la plastica dei protettori e il mistero della cucitura dei pantaloni. E di colpo le fu chiara una cosa, che l´agente BO 8679K si era messo a parlare di tecniche di difesa a lei e solo a lei in quell´aula gremita di psicofarmaci.
“Tu. Mi sembra volevi dire qualcosa…“ mormorò illuminando i suoi capelli a coda. Allora Emy si alzò in piedi nel primo cerchio di luce. Era davanti a tutta l´aula, ogni cosa sembrava perdere i suoi contorni e farsi opaca mentre i cerchi avvolgevano le sue iridi in un´azzurrità totale, che cancellava ombre e corpi.
“Le telecamere servono per la registrazione di eventuali abusi della polizia e sono a tutela dei cittadini…“
Lo aveva recitato a memoria dal manuale scolastico, adesso sì che aveva una ragione valida per guardarlo negli occhi, la sua mano era rimasta alzata come una bandierina della nazionale quando il viso del Bull riapparve.
“Giusto. E gli spray?“ mormorò Kurt fissandole ancora le cosce.
“Gli spray e i taser per ridurre al minimo i danni fisici ai fermati, o nelle ipotesi di chiamate che segnalano persone violente…“
“Persone che potrebbero avere una pistola, vedenti o ciechi che siano…“ sbadigliò Stig Nelson. Era rimasto seduto di fianco a Emy col suo articolo 1 del Grundgesetz infilato in bocca come una poesia di natale: “La Germania è una repubblica fondata sulla polizia“ disse ancora “La dignità di un agente è inviolabile come quella del cittadino, ogni controllo sul territorio deve avvenire nel rispetto della dignità dell´agente di polizia come del cittadino…Il cittadino e l´agente di polizia sono la stessa cosa nella nostra democrazia…“.
Ora Stig Nelson se lo sentiva sulla pelle il flusso erotico dellle rime, e vedeva ogni cosa squadrando Emy e sentendola imbambolata e persa davanti alle insondabili Leggi della Sicurezza. Alla fine la scosse forte, finché gli occhi non si abbassarono quasi con rabbia. Polizia e Democrazia. L´incanto si ruppe da sé, anche Kurt si era messo subito a parlare con il collega girando lo sguardo altrove.
“Bene, se non ci sono domande…“ disse il turco. Stava tornando verso il palco sull´incipit di un moderato applauso degli studenti. Di scatto come un automa Kurt sfilò i potenziatori e schivata la Winkelmann seguì il collega, la lezione era appena finita e i ragazzi si erano messi in fila per rientrare nelle classi. Ormai non la vedeva più nell´ordinato sistema di precedenze alle uscite di sicurezza. Il deflusso dei sedati proseguiva da circa mezz´ora e la falena era volata via piano, con molta calma, assieme alla ragazzina di quindici anni. Fu in un cronico moto al rallenty che la prima pietra centrò il nero della lavagna sul palco vuoto. Anche l´aria sembrava ferma, il rumore si sentì molto dopo l´impatto. Qulcuno l´aveva lanciata dal fondo dell´aula, dove gli ultimi corpi dei peccatori scivolavano via come lumache, forse la prima pietra era diretta contro la sua inviolabile dignità, ma Kurt vegetava di spalle ignaro e sulle prime nemmeno si accorse di nulla. Poi la seconda gli sfiorò il gomito e cadde dritta sui borsoni con la scritta “Da für dich, Ihre Polizei“, e un terzo missile sibilò fino a lambire la nuca del collega turco senza protezione. Solo allora Kurt mosse la sua schivando l´aria, le indegne vibrazioni lo avevano colto di sorpresa, pareva stordito più che indifeso, incredulo più che adirato, non c´era stato nemmeno il tempo di voltarsi e l´impossibile era già successo, esisteva.
“Attento! Achtung! Abbassati il casco!“ urlò il turco, la bocca si era aperta su parole incomprensibili e dilatate, le dita toccavano il braccio di Kurt, che ridestato dalla trance lo parò al volto. All´arrivo del sasso numero quattro gli agenti rimasero fermi nelle armature. Fissavano l´aula, ma stavolta qualcosa di soffice e molle era stato colpito in pieno dalla sassata, e Kurt non sentiva neppure il dolore, toccava la fronte ferita e basta, scrutando il palmo della sua mano rossa di sangue, e poi giù in fondo, quello di un ragazzino appena bloccato a terra nel mezzo di un nuovo formidabile lancio.
“Dieci! Venti millimetri sul banco extra! Cento millimetri!“ urlò Kaiser come un San Michele Arcangelo. Si era messo a cavalcioni sopra Eichermann e gli teneva le mani ai polsi, il palmo della mano destra di Barab era steso e aperto, il dorso premeva contro il pavimento, mentre l´ultimo sasso rotolava a terra fino a spegnersi contro il gambo di metallo di una seggiolina vuota.
“E due mesi di silenzio!“ urlò Kaiser, quindi lo rimise in piedi e lo portò di peso dai poliziotti e chiese un fermo preliminare. L´aula magna si tinse di un vuoto ronzio di telecamere; dopo un´ora avevano messo a posto ogni cosa, i fatti erano stati registrati dal circuito di sicurezza, le reazioni definite in base alle azioni che le avevano causate, le denunce giacevano già pronte e controfirmate con il verbale in un fascicolo a parte, avevano raccolto le prove utili, i genitori erano stati chiamati a pagare i danni, anche le pietre tacevano nel panottico del Karl Linneus. Una volta conclusa la fase accusatoria Kaiser pensò bene di riportare Barab in classe assieme agli altri deprivati. Prima finire l´orario scolastico. E solo dopo avrebbero atteso l´arrivo della madre per il dirottamento in centrale di polizia e la fine del rito. Quando i deprivati e Kaiser si allontanarono dalla zona del delitto c´erano dei nastri gialli attorno al palco. Anche Kurt si mise in fila con gli altri accanto al piccolo aggressore, il ghiaccio colava dalla sua fronte rotta verso il secondo piano. Ecco, si era preso Barab da una parte e parlava a lui e basta con aria adultissima da uomini veri.
“Se chiedi scusa, junge…“ gorgogliò “Io non avrei nulla in contrario, e verresti da noi solo una volta al mese a firmare. Allora che ne pensi junge? Basta una tua parola…“
Gli aveva detto così, una tua parola, col fazzoletto pieno di sangue in mano, e quasi per consolarlo dal fatto oggettivo che senza quella parola magica lo avrebbero processato di lì a due mesi per lesioni e sarebbe finito in un carcere minorile.
“Come i grandi, come gli adulti, hai capito, junge? È tutto chiaro?“ mormorò Kurt facendogli l´occhiolino. Poi guardò il volto muto di Kaiser tirare avanti a capo fila. La porta dell´aula 2 era inspiegabilmente chiusa quando arrivarono davanti ai nudi fatti oggettivi.
“Non saprei, l´offerta è molto generosa, ma i ragazzi devono imparare…“ disse Kaiser fissando di nuovo la porta. Era sempre più chiusa. Non aperta ma chiusa, il fatto che doveva essere aperta e non chiusa stava vacillando come il suo realismo in quegli attimi di infinita confusione. Kaiser scosse la testa e con forza poggiò la mano sulla maniglia, girò e spinse. Chiusa. Provò più volte dopo lo stop ai pargoli deprivati, giro e rigirò il pomello, poi provò anche a infilare la sua chiavetta nella serratura e con un largo sospiro spinse e rispinse ancora, ma la porta dell´aula 2 era sempre più chiusa, forse con un´altra chiave infilata nella toppa dall´interno. Chiusa non aperta. Lo Schulmeister fu chiamato via radio, lo Schulmeister arrivò con un mazzo di chiavi per riparare la realtà oggettiva. In un gutturale profluvio di Ach so! e Alles klar! le serrature furono forzate. “Ecco fatto!“ disse lo Schulmeister dopo aver chiavistellato per bene come un ladro. Kaiser intanto aveva appena finito di accompagnare Kurt nella vicina infermeria a medicarsi dalle sassate. La sua porta era effettivamente aperta davanti a lui, ma dentro l´aula le telecamere erano fuori uso coi vetrini rotti, anche i vasi delle orchidee, tutti rotti… Sul muro dietro la cattedra, come in un cerchio magico, gambi di fiori mozzati danzavano nello scotch attorno al disegno di un gigantesco piattino di millefoglie. Il divieto di ridere vacillò come un limite che qualcuno o qualcosa aveva imposto al divieto stesso.
“Sitzen bleiben!“ ordinò Kaiser entrando per primo, ma poi quando anche gli studenti passarono la porta si accorse che le seggiole erano sparite dai banchi e che i suoi deprivati non potevano eseguire il fatto oggettivo di sedersi tutti insieme in simultanea. Così Kaiser lo urlò di nuovo: “Halt!“. La sua aria pacifica e calma si era spenta oscurando il viso, gli occhi piccoli e irosi vagavano con un che di disperato verso la zona del banco speciale. L´ultima certezza rimasta. L´inespugnabile roccaforte delle asserzioni. Ebbene sì, anche il banco di Barab Eichermann era svanito, e il piattino, la torta vera, i millimetri, la forchettina, nulla, non c´era più nulla per cui valesse la pena asserire.

Venne l´ultima ora del mondo, e nel bel mezzo di una mega-denuncia per i gravi atti di vandalismo perpetrati a persone e cose, Emy incrociò nuovamente l´agente di polizia Kurt Lowental e lo guardò negli occhi come un´indagata speciale. Kurt era ancora in infermeria e sembrava stanco e smarrito dopo le sassate. Nel loculo, sotto una falange di scaffali pieni di siringhe e bustine di Valium, una donna in camice bianco ungeva la sua bellissima fronte con il mercuro cromo. Il casco sulle ginocchia di fianco al lettino, il casco e le sue piccole ali agite dagli ordini della Winkelmann, forse era quella la sola distanza possibile, pensò Emy con un sospiro, poi dal corridoio attese che fosse lui a ricambiare le sue colpevoli occhiate e si sentì cieca.

Venti minuti dopo all´uscita, come in preda a un folle bisogno di confessarsi solo con lui con tutto l´amore che c`è, corse a cercarlo con lo zaino in spalla e la t-shirt annodata sopra l´ombelico. Quando si mise con tutti gli altri davanti al blindato in attesa del via libera aveva il cuore in gola. Kurt era ancora lì, in servizio di security nel cortile, con la testa fasciata e la radiolina accesa assieme a altri dieci colleghi in assetto antisommossa. Oltre il blindato e l´area giochi dove si stavano svolgendo interrogatori agli studenti del secondo anno, oltre i cancelli chiusi e sorvolati dall´elicottero, oltre il suo respiro, e la sua bellezza, pensò Emy nell´infinito caos. Intanto l´ultima fila della giornata scorreva celere verso il posto di smistamento, ogni studente col pass in mano, ogni pass con una foto e una firma leggibile, ogni foto a viso scoperto senza cappelli o veli, perché le regole li rendevano tutti uguali. Fuori la Paracelus Straße era stata chiusa al traffico, carcasse e lamine di cartelli, tubature e pezzi di asfalto, decine e decine di occhiali rotti e bastoni per ciechi, fu questa la sola visione possibile del suo ritorno a casa. Stavolta i mondi paralleli erano passati molto vicino alla grande bolla di acciaio del Karl Linneus Schulheim, ma quel vago odore di benzina misto al berciare delle volanti diede subito a Emy l´idea di una situazione sotto controllo nelle vie limitrofe. E infatti pochi attimi dopo fu lo stesso Kurt a dare l´ok dall´altoparlante e a restituirle il pass.
“E tu junge frau? Forza che aspetti? Ora puoi andare, la Merkel Allee è libera!“ si sentì nel cortile.
Stavolta il fasciato non l´aveva degnata di uno sguardo, nemmeno le cosce tirate a lucido negli short, nemmeno i seni in fuori sulla t-shirt, solo quel gelido tono di voce, quasi nervoso, che la fece rabbrividire di un imbarazzo e una solitudine pungenti, e fino allora sconosciuti.
“Und? Ma cosa aspetti junge frau? Ci sono gli altri dietro di te…“
“A… Alles klar…“ rispose Emy. I cancelli erano stati aperti dopo gli interrogatori e gli studenti passavano in fretta e furia come in una danza. Dalla strada Emy lo guardò appassire di fianco al blindato. Kurt era con la faccia altrove, perso nella luce delle sirene assieme ai colleghi e al kebab in arrivo per la pausa pranzo. A tratti era lei che non lo vedeva più, era come non fosse mai esistito. Appena passò il parco fra la Herren e la Mallwitz la vista le si annebbiò ancora, forse Emy smise anche di pensarci a quella mano forte e sicura di sé che solo pochi attimi prima aveva stretto la sua a accelerare il transito. Lambì il T5 mentre i furgoni arancio rastrellavano manichini e vetri lungo le strisce pedonali. Qualcosa di ferocemente familiare bruciava nelle teste di plastica sparse sull´asfalto, fiotti di mani e pezzi di gambe e piedi, aggrumati dalla nettezza urbana in un unico immenso mucchio di sacchi neri. Lontano, pensò Emy, oltre il piano di evacuazione diffuso in tv dal ministero della normalità, di sicuro dopo i negozi di armi, fra i portoni di acciaio e i garage costellati di fumo e idranti, era lì che lo avrebbe rivisto ancora…

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