aaron_burden

I nomi che diamo alle cose

aaron_burden

Pubblichiamo un estratto dal romanzo I nomi che diamo alle cose di Beatrice Masini (Bompiani) e vi segnaliamo che domenica 20 marzo alle 12 l’autrice sarà ospite di Libri come (Auditorium Parco della Musica di Roma – Spazio Garage, Officina 1) con Loredana Lipperini. (Fonte immagine)

di Beatrice Masini

Al tempo della sua unica visita, otto anni prima, era febbraio e gran parte della dimora era chiusa, tranne, appunto, l’ala invernale: la cucina cavernosa, con le piastrelle bianche bordate da un cordolo sangue di bue, l’enorme focolare, le credenze gemelle; due salotti confinanti, uno foderato di pannelli a soggetti pastorali, l’altro, col tavolo da pranzo, dominato da un camino elegante di marmo; e alcune stanze da letto, due o tre, ciascuna con bagno – il suo era rosa ortensia, gelido e vecchiotto.

Era rimasta ospite quasi una settimana per gli ultimi passaggi del lavoro, che in verità aveva avuto bisogno solo di un editing leggero – quando uno scrittore mette mano alla propria autobiografia il peggio che può capitare è che la trasformi in un romanzo, ma almeno il mestiere si prende cura dei dettagli. Anna aveva accettato l’incarico, uno dei primi importanti, con apprensione.

Iride Bandini aveva esordito così: “Parlarmi addosso non è il mio mestiere. Preferisco che lo facciano gli altri,” e le aveva rivolto uno sguardo acuto. Era nota per essere ostile, tagliente; le sue interviste finivano in beffe per il giornalista che non conosceva abbastanza della sua opera ed era tanto ingenuo o stupido da lasciarlo trapelare; solo i più navigati ne uscivano con la dignità intatta e con  qualcosa di pubblicabile; gli altri finivano per produrre quel genere di pezzi in cui le domande sono più lunghe delle risposte.

Nell’incontrarla per la prima volta di persona, Anna si era trovata davanti una donna ancora bella, che non avrebbe gradito nemmeno il pensiero di quell’ancora; attentissima a ogni genere di forma; ossessionata dall’effetto di sé e delle cose che scriveva.

Perdere tempo per contrasto era un libro che non si prendeva troppo sul serio: faceva sembrare ovvie le tappe del successo, che era venuto improvviso e rapido, com’è sua abitudine, per restare costante senza che la scrittrice dovesse mai tradire la sua semplice fede nell’intrattenimento. “Un libro per bambini non può mai essere troppo serio né troppo faceto,” spiegava nel capitolo “Le forme della sostanza”. “Spesso gli scrittori per ragazzi sottostimano il loro pubblico: pensare che un bambino debba o possa ridere di cliché e banalità è una delle forme più offensive di paternalismo. Il bambino lettore merita molto più rispetto di un lettore adulto: perché quest’ultimo può scegliere, ma al bambino lettore toccano libri suggeriti, comprati, a volte imposti da adulti che agiscono a caso, per abissale ignoranza o imperdonabile buona fede.”

Non era sempre così bruciante: deviava in buffi aneddoti di incontri con i bambini veri, collezionati in una carriera di commessa viaggiatrice delle storie, come per vezzo amava definirsi. “Il bambino vero è sempre in agguato, grazie al cielo; con le sue domande ovvie, l’espressione vacua, l’ottusità ti riporta al primo dovere dello scrittore per giovanissimi: rendersi comprensibile.”

Avevano discusso via mail, nel modo blando attenuato dal mezzo, su quell’ottusità: Anna aveva suggerito opacità, le sembrava meno offensivo, e aveva perso. Da allora si era limitata a segnalare le ripetizioni e qualche passaggio oscuro. Ma a compensare tanta studiata malizia c’erano pagine di implacabile dolcezza. Il biondino in una scuola di paese folgorato dal Giro del mondo in ottanta giorni che aveva voluto raccontare tutta la storia, tutta, ai compagni che lo fissavano senza troppo capire, e aveva concluso dicendo: “Io comunque da grande voglio fare il gentiluomo”; il piccoletto rotondo che aveva alzato la mano per chiedere la parola e invece di presentarsi col suo nome aveva detto: “Io sono  un bambino di nebbia, perché non so chi è il mio papà.” Cose così.

L’effetto bambino vero, Anna doveva ammetterlo, era irresistibile. “Al giovane scrittore io dico: vai a incontrarli, questi bambini, o non saprai per chi scrivi, e finirai per smettere di chiederti perché lo fai, e sarai finito.” Perdere tempo era il passo d’addio, la vanità finale di chi ha deciso di non avere più niente da dire, e lo dice.

Anna si era convinta di aver imparato a conoscere Iride Bandini a distanza attraverso quella prima persona tanto assertiva: si era aspettata di incontrare una donna presuntuosa e altera, e non era rimasta delusa; non aveva cercato di entrare nelle sue grazie perché aveva capito che non sarebbe servito a nulla, anzi; e si era limitata a fare bene ciò che doveva, com’era del resto sua abitudine, senza giudicare né blandire.

L’ospite era sempre elegantissima negli abiti eccessivi per l’occasione, verdi, viola, neri, vestiti e sopra piccole giacche, scarpe con il tacco breve, gambe sottili in quelle incantevoli calze color gesso che solo le ex ballerine e poche altre donne si possono permettere, braccia nervose, rari gioielli stupefacenti, un anello con un piccolo teschio bianco che la scarsa confidenza aveva impedito ad Anna di guardare meglio, una spilla di brillanti disposti a stella che mandava lampi a ogni gesto, un bracciale di piccole perle fermate da un cammeo enorme che sarebbe piaciuto a Isabel Archer. Tutto a dire una cura della bellezza che si spandeva in ogni cosa intorno, i tappeti moderni, gli insoliti velluti stampati dei divani, le stoviglie, e i bicchieri e le tovaglie su cui posavano.

La sera avevano parlato di libri, ovvio, restando sedute a tavola, come a rimarcare che il loro era un rapporto a schiena diritta, dopo che la domestica antica aveva sparecchiato e la dama di compagnia sempre presente e invisibile aveva servito loro un amaro di liquirizia; e Anna non s’era stupita di scoprire nella sua interlocutrice una larghezza e profondità di letture che dava per scontati i classici, arrivava ai contemporanei meno conosciuti e spaziava con curiosa avidità dalla narrativa di consumo ai giovani autori, oltre a una capacità di giudizio lieve e affilata che aveva desiderato di poter emulare, non subito (troppo presto), ma a tempo debito sì.

Da allora quando doveva fare un regalo a un bambino sceglieva spesso tra i libri di Iride Bandini, dalla serie del Tempo Perso ai romanzi un po’ rétro di Caio e Melissa al Grande Libro del Grande Vecchio; ma lei, l’autrice, non l’aveva mai saputo, non avevano più avuto scambi tranne qualche messaggio di cortesia dopo l’uscita del libro. Che quello e soltanto quello, i sei giorni passati insieme, i sei pranzi veloci, le sei conversazioni a cena, un buon lavoro condiviso in modo serio fosse il motivo per cui le era stato donato “l’edificio portineria di Villa Biglia sito in contrada Santi Angeli in segno di gratitudine per il lavoro svolto”, secondo l’atto legale, non finiva di stupirla. Era come se la gratitudine dispensata con tanta abbondanza esigesse qualcosa in cambio: difficile chiudere il debito, se non si sa a chi pagarlo, e con cosa.

 

Alla fine è il suo mestiere che l’ha portata lì. Adesso s’infila nelle altre occupazioni senza difficoltà, come un animale domestico adattabile. È un sollievo, dopo tanti anni, poter contare su certi automatismi che rendono superfluo il ronzio dei contatti. La biografia della grande attrice che si è finalmente decisa a invecchiare, poi le memorie del cuoco italiano in America: saranno sei, sette mesi di riscritture e andirivieni elettronici, ma il grosso, la parte dell’ascolto che può essere divertente come tediosa, è fatto, per un po’ non deve più viaggiare, sorridere, precisare, pazientare; le resta solo da mettere ordine nelle memorie smaltate e sfuocate di chi vuole credere o far credere di aver vissuto una vita ricordabile.

Del resto lì il tempo sembra capace di moltiplicazione, più largo e lungo, e fatto quello che deve ancora gliene rimane per andare a camminare sulla riva del lago spogliato della cartapesta estiva, le insegne buie, il vuoto che si riprende i suoi spazi, o in collina, dove raggiunto il crinale si stendono a perdita d’occhio gli azzurri giapponesi dei colli e dei monti appoggiati nella lontananza.

 

Le piacerebbe saperne di più su chi ci ha abitato prima di lei. Contadini, suppone. Contadini che la sera stanchi morti guardavano lo schermo granigliato della tivù e poi si issavano su per la scala a pioli. Saranno stati contenti di una casa così diversa dalle altre? O li avrà messi in imbarazzo? Quelli della torre, li chiamavano stringendo le doppie nel dialetto. “Gli ultimi sono stati Pino e la sua famiglia, ma sono andati via trent’anni fa. In appartamento,” dice Tiziano. La prigione cercata di due stanze in una palazzina dopo tutta quella libertà.

“E prima?”
“Prima c’era la guerra.”

Molto prima, vorrebbe dire Anna. Che cosa possa aver significato, in un posto tanto lontano dalle grandi vie di scambio, lei proprio non lo sa, che razza di guerra possa aver ferito e distrutto tanto da costare ancora fastidio a parlarne: e lui comunque non c’era, è nato dopo. Lui che cambia discorso, al solito. “Vuoi proprio tenerla, questa roba? È un ferrovecchio, devi stare attenta a non graffiarti.”

Il pollaio è una vecchia gabbia appoggiata a un lato della casa: le galline non la interessano, ma spostarla sembra una violenza. Mai stata un’amante del rustico o del pittoresco, però quello era il suo posto e lì rimane. Tiziano la guarda perplesso: nemmeno lui del resto ama le anticaglie, nella sua casa non ci sono avanzi di vita rurale, gioghi, forconi, tutto è nitido e preciso, legno lucido, marmo rosa delle cave vicine. Ha avuto da ridire anche sul secchiaio di pietra che prima stava fuori, sul retro, e lei ha voluto far montare dentro, nella stanza adibita a cucina più salotto: le piace l’odore di ferro che emana quando è bagnato, la superficie lisciata dal tempo e da tanta acqua. Le sembra che tenga memoria del lavoro di tutti i giorni, mani screpolate di donna su spessi piatti bianchi.

Il più è stato gettare i solai dei due piani, stenderci sopra le grandi assi di legno sbiancato, incastrare nel muro i semplici gradini sospesi che hanno sostituito le scale a pioli. Il tetto è stato rifatto ma coperto con tegole vecchie, piacevolmente muschiate e sbiadite, e in cima, al centro delle quattro falde identiche, hanno ripiantato il pinnacolo di pietra; lì accanto, ma che dalla strada non si veda, il disco del satellite. Via l’antenna vecchia. Anna ha protestato e si è sentita sciocca – “Ma dai, con quella roba lì non prendi più nemmeno Telearena.”

Ci stava bene, là sopra, il suo disegno misterioso contro il cielo. L’intonaco è rimasto intatto, non le andava di manometterne la grazia spenta, sempre che si potesse; solo un lato, quello che appare al passaggio, è dipinto a righe orizzontali – la facciata, il decoro, il decoro di facciata; gli altri tre lati sono nudi, di un grigio invecchiato in cui si aprono finestre minuscole; porta e imposte sono state soltanto ripulite e rinforzate, respingendo le insistenze del falegname che voleva dare una bella mano di tinta. In apparenza, e fuori, alla fine è cambiato poco, a parte la striscia d’erba rivoltata e riseminata, che adesso è verde forte, e un po’ di cespugli che sono stati divelti per lasciare spazio a ortensie e caprifogli. Più qualche arbusto veloce a chiudere il tratto di fianco al cancello. L’ingresso così snudato è severo; non c’è niente a trasformare la furia del vento in rumore, però nelle notti di temporale l’aria prende gli angoli ululando.

Anna ha sempre pensato che il lago avesse nella sua natura un che di blando, di medio, e si sbagliava. Lì tutto è sempre estremo. La finestrina della soffitta è diventata il suo osservatorio, e chiude nella forma a quadrifoglio l’acqua che al crepuscolo emana una luce d’acciaio, l’azzurro pungente di certe mattine limpide in cui si distinguono gli alberi uno a uno fin sull’altra riva. Eppure. Il mondo è pieno di posti incantevoli di cui non si ha alcun bisogno. Davanti a tutta quella bellezza le sembra di non provare niente. Sarà l’effetto dell’esagerazione: ti svuota, ti lascia lì, un guscio, una buccia. O il suo contrario: un frutto spellato, nudo, inerme. Forse il cuore ci resta, forse il cuore.

Forse è solo che non vuole lasciarsi ferire da quel lago, da quel luogo. Basta. Poi pensa che lì dov’è adesso c’è tutto: l’acqua, il bosco, il cielo. La schiena di prato del colle: la terra. E dentro il fuoco. Tutto ridotto all’essenziale, gli elementi, lo spazio. La sera Anna chiude il suo cancello sul niente, la mattina lo riapre verso il mondo. È pronta a ricominciare, e aspetta il giorno in cui non si sentirà più di passaggio o dentro la vita finta di una specie di vacanza, spera di riuscire a riconoscerlo, e che non ci voglia troppo tempo. Tornare indietro è fuori questione.

 

© Bompiani 2016 – tutti i diritti riservati

I commenti sono chiusi.