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I nuovi muri

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(fonte immagine)

Pubblichiamo un intervento di Alessandro Leogrande apparso su Lo straniero e vi invitiamo a visitare il sito della rivista, da poco online con una veste grafica completamente rinnovata.

Di fronte all’arrivo dei profughi lungo la rotta balcanica (in particolare siriani e afghani) risorgono in Europa nuovi muri materiali e mentali. Non c’è solo quello fisico, di filo spinato, eretto lungo il confine ungherese. Non c’è solo il cumulo di restrizioni che si alimenta di giorno in giorno in Slovenia, Croazia, Repubblica ceca, Slovacchia…

Alle spalle di tutto ciò sembra risorgere idealmente la vecchia cortina di ferro. I paesi dell’ex “blocco orientale”, entrati di recente nell’Unione europea, si riscoprono ammalati di nazionalismo, razzismo, nuovi fascismi, del tutto impreparati a gestire un fenomeno imponente come l’arrivo o il transito di migliaia di profughi. Un esodo non emergenziale, ma strutturale, che mette in discussione la tenuta della stessa Unione europea (oltre che le politiche dei paesi entrati nell’Ue molto prima).

Nelle ultime settimane sono stati pochissimi gli intellettuali dell’Europa centro-orientale che hanno denunciato questa evoluzione per quella che è. A farlo con le parole più lucide è stata sicuramente la filosofa ungherese Agnes Heller, ex allieva di Lukács e tra i primi, negli anni settanta, ad aver riflettuto sulla “teoria dei bisogni”, per poi approdare alla riscoperta del liberalismo politico. Intervista da “la Repubblica”, Heller ha detto senza mezzi termini che “l’Europa centro-orientale, con l’eccezione polacca, non si è mai liberata dal suo bisogno di odio, di esclusione del diverso, di ostilità razzista contro i diversi percepiti come nemici necessari. L’altro ieri gli ebrei, ieri i rom, oggi i migranti. (…)  Insisto, manca all’Est e in molte parti altrove la memoria della catarsi, della resa dei conti con le proprie colpe. L’Ungheria, complice dell’Olocausto senza ammetterlo, oggi punisce col diritto penale i cittadini che ospitano migranti.”

È un tratto comune, che accomuna molti dei paesi oggi attraversati dalle nuove rotte dell’emigrazione. Non solo le società post-socialiste sembrano aver fondato la propria transizione su un particolare mix di turbocapitalismo, liberismo in economia e conservazione in politica, individualismo sfrenato e assenza di una riflessione critica (salvo in rari casi), tanto da aver bandito (paradossalmente molto più che nell’ex Europa occidentale) qualsiasi discorso abbia a che fare con la solidarietà sociale e l’accoglienza degli altri e, più in generale, il “vecchio” internazionalismo. In alcuni casi, sula base di questo limbo di non-detti, egoismi e mancate autocritiche, si è incuneato il ritorno di vecchi rigurgiti fascisti.

Certo, ci sono anche un’altra Ungheria, un’altra Cechia, un’altra Slovacchia. Vanno raccontate e proveremo a farlo nei prossimi numeri di “Lo straniero”.

Tuttavia, come si diceva, sono stati pochissimi gli intellettuali di quei paesi che nelle ultime settimane hanno avuto una posizione netta come Agnes Heller.

Sempre su “la Repubblica”, ad esempio, lo scrittore ungherese György Konrád, dissidente ai tempi del regime comunista, si è schierato a fianco delle politiche di Orban, che pure aveva aspramente criticato negli ultimi anni. Ci sono muri giustificabili, ha detto Konrád, perché “moralmente diversi” dal Muro di Berlino.

Ciò che più sorprende dell’intervista che ha rilasciato è l’assoluta incapacità di immedesimarsi nel dramma dei profughi e di comprendere che centinaia di migliaia di persone stanno scappando dalla guerra e dalla devastazione. Alle spalle si lasciano letteralmente il nulla, ma per Konrád l’unica cosa da fare è elaborare “una strategia che tenga conto dell’offerta di migranti qualificati e dei nostri bisogni economici”.

A oltre venticinque anni dalla caduta del Muro, c’è qualcosa di scomposto che emerge dai mali non curati della dissoluzione di quello che fu il “blocco orientale”. Anche nei Balcani, anche nei paesi dell’ex Jugoslavia entrati, o in procinto di entrare, nell’Unione europea all’indomani del rinvigorirsi dei  nazionalismi e della riscoperta della propria “piccola patria”, ognuna debitamente contrapposta alle altre.

Qualche anno fa, lo sloveno Boris Pahor, l’autore di Necropoli, vittima del fascismo e del lager nazista, si oppose all’elezione a sindaco di Pirano di Peter Bossman, originario del Ghana, con queste parole (allora riportate da “Il Piccolo”): “Se Pirano ha scelto un sindaco nero, uno straniero, questo è sintomo di poca coscienza nazionale e un brutto segno per il Paese.  (…) Abbiamo dato tanto per quel pezzo di terra e ora c’è il sindaco nero. Dio mio, dove c’è coscienza nazionale, qui? Se già hanno eletto un non sloveno, avrebbero dovuto eleggere al massimo un membro della comunità italiana, che vive lì. Scegliere uno straniero per sindaco è un brutto segno.”

Alessandro Leogrande è vicedirettore del mensile Lo straniero. Collabora con quotidiani e riviste e conduce trasmissioni per Radiotre. Per L’ancora del Mediterraneo ha pubblicato: Un mare nascosto (2000), Le male vite. Storie di contrabbando e di multinazionali (2003; ripubblicato da Fandango nel 2010), Nel paese dei viceré. L’Italia tra pace e guerra (2006). Nel 2008 esce per Strade Blu Mondadori Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud (Premio Napoli-Libro dell’anno, Premio Sandro Onofri, Premio Omegna, Premio Biblioteche di Roma). Il suo ultimo libro è Il naufragio. Morte nel Mediterraneo (Feltrinelli), con cui ha vinto il Premio Ryszard Kapuściński e il Premio Paolo Volponi. Per minimum fax ha curato l’antologia di racconti sul calcio Ogni maledetta domenica (2010).
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