Radiohead

True love waits – l’amore, i Radiohead, ventuno anni dopo

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Una delle più belle – e vere – canzoni d’amore che io conosca s’intitola True love waits e appartiene alla discografia dei Radiohead. È una canzone semplice – parte come una dichiarazione, e finisce come una supplica. Ma nel suo piccolo giro armonico di accordi lunghi e insistiti tocca in modo inaspettato molto di ciò che si potrebbe intuire sull’amore. Il suo essere una resa senza condizioni. Un abbandono totale. Una cura infinita. Una forza che dimora oltre il tempo e che rivela il suo volto soprattutto quando svanisce. Una stagione di estrema stupidità e allegria. Una soffitta infestata dai fantasmi.

(qui la prima versione di True love waits contenuta in I might be wrong: live recordings)

Già così ci sarebbe da gridare al miracolo. Ma questa è la storia di un miracolo che si è ripetuto due volte. True love waits fu suonata dai Radiohead per la prima volta nel 1995 durante il tour di The bends. Come altre canzoni scartate dalla scaletta dei dischi – e incise come b-side o eseguite solo sul palco – divenne una delle preferite del pubblico. Per anni i Radiohead la suonarono ai concerti, ma fu solo nel 2001 che trovò spazio in un album, I might be wrong: live recordings. Che questa canzone sia stata però registrata in una versione acustica – solo chitarra e voce di Thom Yorke – e data alle stampe nell’unico disco live licenziato dal gruppo, non è un caso. I Radiohead hanno sempre tenuto moltissimo a questa canzone, ma qualcosa da un punto di vista artistico non li ha mai convinti. Ci voleva altro per farla diventare a tutti gli effetti una pezzo da album. E questa gestazione – un tenace lavorio di meditazione e ripensamento – alla fine ha dato i suoi frutti, la seconda versione di True love waits contenuta nell’album uscito in formato digitale qualche settimana fa, A moon shaped pool.

(qui la seconda versione di True love waits contenuta in A moon shaped poll, si può ascoltare al minuto 59:29)

Le due versioni della stessa canzone, però, rimandano a atmosfere e luoghi molto diversi. Le parole restano più o meno uguali – qualche aggiustamento nelle prime strofe non ne hanno alterato il senso (leggere qui e qui) – il suono, invece, è tutt’altra cosa. Alla chitarra e alla voce che via via crescono con foga appoggiandosi l’un l’altra, sono stati sostituiti un pianoforte e una voce più sottili, liquidi, diluiti, che non salgono mai d’intensità e mantengono fino in fondo la stessa intenzione.

I fan, all’uscita del disco, si sono subito schierati. C’è chi è affezionato alla prima versione, chi non può fare a meno della seconda. Ma non credo occorra scegliere, né schierarsi. La natura stessa della canzone suggerisce come prendere le versioni. Tra le due, non c’è una frattura netta. Piuttosto vanno ripensate come i poli magnetici di un unico percorso. Del resto, per quanto ogni versione risplenda a suo modo, sono due lune che nascondono lo stesso lato oscuro – un dolorosissimo stupore davanti a un amore non più corrisposto.

Che l’amore, l’amore dichiarato e non corrisposto, sempre quello, possa generare due risposte diverse e continuare a pulsare come una ferita aperta nonostante il tempo trascorso – tra la prima e la seconda versione di True love waits sono passati ventuno anni – non è un’ipotesi di scuola, né la coda dolciastra di un languido film pomeridiano. È una delle verità che di tanto in tanto rischiarano il cuore oscuro delle vicende umane. E a proposito di ferite, di come le ferite possano perpetuare il loro solco negli anni, basta sfogliare uno dei romanzi più lucidi e strazianti che possano avverarsi tra le mani di un lettore per trovare una formulazione esatta – ecco cosa scrive Francis Scott Fitzgerald in Tenera è la notte:

«Si scrive di cicatrici guarite, un parallelo comodo della patologia della pelle, ma non esiste una cosa simile nella vita di un individuo. Vi sono ferite aperte, a volte ridotte alle dimensioni di una punta di spillo, ma sempre ferite. I segni della sofferenza sono confrontabili piuttosto con la perdita di un dito o della vista di un occhio. Possiamo non perderli neanche per un minuto all’anno, ma se li perdessimo non ci sarebbe niente da fare.» (Einaudi, 2014, p. 204, traduzione di Fernanda Pivano)

Così, se l’amore è uguale, se la ferita è quella, cosa rende queste due risposte, queste due versioni dello stesso sentimento, tanto diverse, così diverse da poter manifestare i punti estremi di un unico percorso? Per capire meglio, prima di avvicinare definitivamente le due versioni, bisognerebbe fare un passo di lato, e guardare come questo tipo di ferite vengano affrontate ed esposte alla luce in un luogo letterario in cui tutto vibra e scintilla di vertigine e nitore – la poesia. Soprattutto una piccola sezione della poesia, quella che l’ottusità delle etichette passa per poesia confessionale americana. A conti fatti, polarizzando il discorso, credo che non sarebbe poi sbagliato associare la prima versione di True love waits alla poesia Olmo di Sylvia Plath e la seconda versione alla poesia L’arte è sempre quella di Elizabeth Bishop. Per esplorarle meglio, ve le riporto giù:

Olmo

Conosco il fondo, dice. Lo conosco con la mia grossa radice:
è quello di cui tu hai paura.
Io non ne ho paura: ci sono stata.

È il mare che senti in me,
le sue insoddisfazioni?
O la voce del nulla, che era la tua pazzia?

L’amore è un’ombra.
Come lo insegui con menzogne e pianti.
Ascolta: ecco i suoi zoccoli: è corso via, come un cavallo.

Per tutta la notte galopperò così, impetuosamente,
finché la tua testa non sarà di pietra, il tuo cuscino una zolla,
rimandando echi e echi.

O vuoi che ti porti il suono dei veleni?
Ecco, questa è la pioggia ora, questo grande azzittirsi.
È questo il suo frutto. Bianco-stagno, come arsenico.

Ho patito l’atrocità dei tramonti.
Bruciati fino alla radice
i miei filamenti rossi ardono ritti, una mano di fili di ferro.

Ora mi rompo in pezzi che volano intorno come clave.
Un vento di tale violenza
non tollera neutralità: devo urlare.

Anche la luna è spietata: vuole trascinarmi
crudelmente, lei che è sterile.
Il suo splendore mi folgora. O forse l’ho catturata.

La lascio andare. La lascio andare
diminuita e piatta, come dopo un’intervento radicale.
Come mi possiedono e mi colmano i tuoi brutti sogni.

Sono abitata da un grido.
Di notte esce svolazzando
in cerca, con i suoi uncini, di qualcosa da amare.

Mi terrorizza questa cosa scura
che dorme in me;
tutto il giorno ne sento il tacito rivoltarsi piumato, la malignità.

Le nuvole passano e si disperdono.
Sono questi i volti dell’amore, quelle pallide irrecuperabilità?
E per questo che agito il mio cuore?

Sono incapace di maggior conoscenza.
Cos’è questo, questa faccia
così assassina nel suo strangolio di rami?—

Sibilano i suoi acidi serpentini.
Pietrificano la volontà. Queste sono le colpe isolate e lente
che uccidono e uccidono e uccidono.

(da Tutte le poesie, di Sylvia Plath, Oscar Mondadori, 2013, p.563, traduzione di Anna Ravano)

L’arte è sempre quella

L’arte di perdere s’impara presto;
tante le cose col segreto intento
di andare perse, che non è un disastro.

Perdi una cosa al giorno. Con malestro
accetta chiavi perse, un’ora al vento.
L’arte di perdere s’impara presto.

Perdi di più, più in fretta; al peggio apprestati:
luoghi e nomi e dov’è che avevi in mente
di recarti. Non sarà mai un disastro.

L’orologio di mamma ho perso; e questa!
che è l’ultima di tre case nel niente.
L’arte di perdere s’impara presto.

Ho perso due città, belle. E, più vasti,
altri regni, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è poi un disastro.

Anche perdere te (la voce, il gesto
amato) non mi smentirà. È evidente:
l’arte di perdere fin troppo presto
s’impara, e sembra (scrivilo!) un disastro.

(da Miracolo a colazione, di Elizabeth Bishop, Adelphi, 2005, p.243, traduzione di Damiano Abeni, Riccardo Duranti e Ottavio Fatica)

Le due poesie, in fondo, raccontano la stessa cosa. L’amore dichiarato e non più corrisposto è la radice incandescente che pulsa dentro ogni singolo verso. Entrambe, però, affrontano questo disastro in modo diverso. L’una è lunga, l’altra è stringata. L’una è urlata, l’altra è sussurrata. L’una è annerita dalla tragedia, l’altra diffonde il piccolo abbaglio dell’ironia. Tuttavia è impossibile scegliere quale sia la migliore delle due, quale ci coinvolga di più e nel caso ci costringa a fare i conti con noi stessi.

Senza cercare minimamente di esaurirle in una spiegazione, è in questo modo che veniamo a sapere attraverso Sylvia Plath che l’amore è sia uno strumento di conoscenza e amplificazione del nostro mondo interiore sia un’entità che ha poco a che spartire con il bene, mentre è attraverso Elizabeth Bishop che scopriamo che l’amore è tutto quanto c’è e partecipa fino alle ultime estreme conseguenze alla nostra deriva sulla terra.

Per questo è impossibile scegliere tra le due – perché a modo loro entrambe ci parlano, e ci definiscono, e modulano il percorso attraverso cui esprimere le molteplici facce di un sentimento più vasto delle interpretazioni a cui è soggetto. Messe in fila una dopo l’altra, entrambe disegnano l’eventuale oscillazione tra un disperato urlo di dolore che dilatandosi dilata il cosmo e la pacata constatazione che dentro la fine di un amore sono iscritte le istruzioni del modo in cui finiranno tutte le cose.

Ecco, più o meno come le poesie qui citate, le due versioni di True love waits continuano a disegnare questa oscillazione. Ma i Radiohead sono musicisti – e allora sarà l’uso della voce, la scelta consapevole degli strumenti, il modo di accomodare la stessa musica in due forme distinte a compiere il miracolo. Dischiudendo e disseminando, insieme, qualche certezza. Che c’è un tempo per urlare e un tempo per constatare pacatamente gli eventi trascorsi – e ancora meglio che c’è un tempo di mezzo in cui, nonostante le ferite aperte, l’avventura continua a dispiegarsi, trovandoci al nostro posto, colmi di rischi assunti e privi di alcuna protezione ma ancora vivi, soprattutto questo, questo a maggior ragione.

Giuseppe Zucco (1981) lavora alla Rai. Ha esordito con un racconto nell’antologia L’età della febbre (minimum fax, 2015) e ha pubblicato una raccolta di racconti, Tutti bambini (Egg Edizioni, 2016). Il cuore è un cane senza nome (minimum fax, 2017) è il suo primo romanzo.
Commenti
6 Commenti a “True love waits – l’amore, i Radiohead, ventuno anni dopo”
  1. Daniele scrive:

    Band sopravvalutata, canzone tediosa.

  2. roberta ginori scrive:

    @Daniele certo, e Thom Yorke non sa cantare.

  3. Riccardo scrive:

    Brano tra i più belli in assoluto. E complimenti per l’articolo. Grazie Giuseppe.

  4. Andrea scrive:

    Gran bell’articolo, degno dell’ottimo ultimo album dei Radioheads.

  5. marco torracchi scrive:

    Mi complimento per questo post su di una canzone straordinaria al punto che neppure una bellissima riflessione come questa può del tutto spiegarne la magia.

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  1. […] LE DIMANCHE: True love waits […]



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