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Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo

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(fonte immagine)

Chiedo a Hamilton Harris com’è che si protegge un ricordo, com’è che si racconta la propria storia e lui mi risponde: gira un documentario, alle tue regole.

Hamilton Harris è il ragazzo che in Kids ti insegna come si rolla una canna: oggi ha quasi quarant’anni, vive in Olanda e ha deciso che – passati vent’anni da Kids e ventuno dall’estate in cui venne girato – è finalmente arrivato il tempo di raccontare cosa ne è stato degli skater di Washington Square Park. Me lo spiega anche Peter Bici, uno dei kids, adesso vigile del fuoco e produttore del documentario The Kids, il motivo per cui lo sto intervistando: parla di lasciare andare il passato, girare qualcosa che faccia dire alle persone che altre condividono la loro storia, che state incasinate nello stesso modo. «Alla fine della giornata – conclude – non importa quanta tristezza e quanto dolore tu abbia dovuto attraversare, quello che vuoi è solo crescere e migliorare».

Il film del 1995 di Larry Clark è il primo e forse migliore di tutta la sua carriera: al tempo era un fotografo cinquantenne, conosciuto per gli scatti della gioventù sporca e tossica di Tulsa, Oklahoma, città in cui era nato, e per le successive serie di Teenage Lust e A Perfect Childhood; passare dalla macchina fotografica a quella da presa viene naturale, quando incontra un giovanissimo Harmony Korine, un ragazzo che dal Tennessee si era trasferito a New York per studiare sceneggiatura alla Tisch School of Art, ma che aveva abbandonato gli studi dopo solo un semestre. Korine è amico di Harold Hunter – il ragazzo che in Kids ride in piscina – il centro pulsante di tutta la compagnia degli skater; nel giro di tre settimane Korine compone la sceneggiatura che aspettava di scrivere “da tutta la vita”, come dice lui.

Lui e Clark chiamano a fare da attori i ragazzi che gravitano attorno a quei luoghi, come Rosario Dawson, che viene reclutata mentre sedie sui gradini fuori da casa («Sei esattamente quello che sto scrivendo» le dice Korine, e il giorno dopo lei si presenta ai casting sulla bici guidata dal padre). Il fatto è che, però, il loro è un punto di vista esterno e, per quanto la sceneggiatura sia il meno possibile “scritta” e la telecamera non riesca a staccarsi dai corpi dei ragazzi, l’evento attorno a cui si muove il film – la scoperta da parte di Chloë Sevigny di avere l’AIDS, la successiva ricerca di Telly per le strade della città – è fiction, ma è anche la cosa che più si ricorda.

Peter Bici è la stessa persona che si sorprende quando uso la definizione ragazzi perduti: gli chiedo se trovarsi appiccicata una etichetta influenzi quello che accade dopo, perché in fondo di Kids ricordiamo le perdite e le parabole discendenti, forse perché più scenografiche. «Ragazzi perduti? Pensavamo di essere i ragazzi selvaggi. – mi risponde – Al tempo, non ci interessava che fossimo stati etichettati o meno, perché vivevamo liberi, senza nessuna guida se non quella dei nostri compagni. Quello che proveremo a fare con il documentario è mostrare che quanto stavamo passando lo affrontavamo come una comunità. Provenivamo da famiglie disfunzionali e molti di noi hanno scoperto lo skateboarding e quello li ha portati downtown a Manhattan, dove hanno potuto incontrare altri ragazzi come loro».

C’è un lungo articolo su Narratively, scritto da Caroline Rothstein, anche lei produttrice, che cerca di ricostruire la storia e l’eredità dei ragazzi una volta noti come kids: a emergere  è che erano solo ragazzi – una tribù di outsider che provava a diventare adulta. «Prima che il film uscisse, fare skate a New York era tutto tranne che cool. Crescere nelle case popolari, insieme a neri, portoricani e i bianchi poveri, non lo rendeva una cosa fica. Nel nostro giro c’erano bianchi, ispanici, indiani, cinesi, albanesi, musulmani, cristiani, atei, alcolizzati: lo skate era un modo per tenere le persone insieme» ha dichiarato Harris in un’intervista a Vice.

Oggi non prova esattamente risentimento per Larry Clark, ma certamente quel film ha portato la subcultura skate da una nicchia al centro della cultura pop e confrontarsi con una tale risonanza, in una città come New York poi, non è stato semplice per nessuno, ha esasperato gli eccessi. Droga, povertà, mancanza di futuro: Kids è stato un allarme che ha suonato per tutti e che ha reso i propri protagonisti improvvisamente consapevoli di sé e della propria immagine, ma incapaci di gestire le conseguenze della eco di un successo  globale; erano solo ragazzi che provavano a raggiungere l’altra sponda, qualcuno c’è riuscito, qualcuno è annegato.

Ma il documentario The Kids è prima di tutto la storia di una comunità: è questo ad essersi perso, mi dice Peter Bici, «questo non si vede nel film: eravamo una famiglia, eravamo sconsiderati, sì, ma non eravamo cattivi. Molte persone credono all’immagine che Larry Clark ha ritratto, ma quello è solo un film, no? Era bello recitare noi stessi in una storia dai colpi di scena hollywoodiani – questo a Clark e Korine è riuscito davvero bene». Kids rappresenta l’ultimo rantolo di una New York senza regole che stava scomparendo, ma talmente telegenica che anche l’ultimo film di Larry Clark, The smell of us, ne mima l’aspetto, con, al posto di St Mark Place, il Trocadero di Parigi.

Nel film del 1995 c’è una scena che amo particolarmente, con i ragazzi che camminano in mezzo al traffico, come per dire che la strada è loro, anche quando non sembrano poter rivendicarne la proprietà; Bici mi spiega che è stata girata su Houston Street/West Broadway e che oggi è rimasto poco di quella New York iconica – «È un’area gentrificata, molto nuova, il che non è una cosa cattiva di per sé, è solo una nuova New York. Ma quello che è rimasto è l’energia della città, anche quando i luoghi sembrano cambiare. New York è una dei protagonisti del documentario: è il ragazzino sporco e scombinato che è diventato uno splendido ricco adulto». Harris aggiunge che New York, nonostante la gentrificazione e la difficoltà di accedere a un’educazione, a meno che tu non te la possa permettere, mantiene una vibrazione unica, che offre a chi vuole una gamma di esperienze ad alto potenziale energetico.

È dal 2013 che il progetto è in lavorazione, fortemente influenzato dall’uscita del longform della Rothstein, Legends never die: quel titolo non è che il modo in cui viene ricordato Harold Hunter, morto per arresto cardiaco in seguito all’assunzione di sostanze nel 2006: è alla sua memoria, come a quella di Keenan Milton e Justin Pierce – il Casper del film, morto suicida nel 2000 –  che è dedicato il loro lavoro. «L’idea di scrivere Legends never die mi è venuta dal niente – letteralmente» dice Caroline, mentre racconta di come abbia portato avanti le ricerche su quella comunità grazie a Jessica Forsyth della Harold Hunter Foundation, un ente non-profit, nato dopo la scomparsa di Hunter, che aiuta gli skater della città e si promette di far diventare questo un mezzo di emancipazione e arricchimento personale. Caroline è cresciuta nei sobborghi di Chicago «ma, come dice Peter, chiunque può comprendere queste storie di dolore e perdita. Questo documentario riguarda molte più cose di quanto è successo vent’anni fa – parla di come ci rivediamo negli altri».

Hanno ragione. Il 21 ottobre di quest’anno è andato in onda un corto di Greg Hunt su un progetto della Stronghold Society del South Dakota; prodotto da Levi’s, con canzoni di Cat Power e David Pajo, racconta di Pine Ridge Reservation, una riserva di Oglaga Lakota dove la metà della popolazione ha meno di diciannove anni e non sa cosa farsene della giovinezza: con l’aspettativa di vita più bassa di tutti gli Stati Uniti, tassi di dipendenza da droghe e alcool e di suicidi altissimi, chiunque parla di un’emergenza. «C’è sempre un momento nella storia di uno skater, in cui dice che è stato fare skate a salvargli la vita»: dice il fondatore di quell’associazione.

Oggi, qua, nell’ambito di questo progetto, sono state completate un paio di piste, frequentate da un centinaio di ragazzi. «Se qualcosa va male, puoi sempre prendere lo skate. Lui non ti giudica» dichiara una ragazzina in pantaloncini e lividi, prima di tornare ad allenarsi. Quando Hamilton Harris spiega che fare skate è come la terapia, ma sei tu il tuo analista e che il documentario a cui sta lavorando riguarda tutti, penso a questi ragazzi qua: «Questa storia appartiene a una cultura giovanile globale, all’umanità. È la storia di ognuno. Questo documentario è solo un modo per ricordarlo».

Questo settembre si è chiuso il crowfunding per il documentario: la campagna su Kickstarter ha avuto successo, le ricompense per i backer sono in arrivo e non resta che mettere insieme il materiale, costruirne di nuovo, raccontare questa storia. A quanto pare le leggende non muoiono, mai.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
Commenti
2 Commenti a “Le leggende non muoiono mai – un documentario sui ragazzi di Larry Clark, vent’anni dopo”
  1. Lara scrive:

    Ma l’autrice del pezzo dove li ha incontrati gli attori di Kids?

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