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I rischi del virus Zika

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La Florida ha annunciato che tre donne in gravidanza, rientrate da viaggi fuori dal paese, hanno riscontrato la positività al Zika virus, e il governatore Rick Scott ha chiesto un ulteriore supporto per la rilevazione dell’insorgenza patologica al Centers for Disease Control and prevention, che nei giorni scorsi ha dato notizia della propria investigazione su 14 possibili casi di trasmissione sessuale del virus. Anche i quattro episodi certificati in Italia sono collegati a viaggi.

In Colombia oltre seimila donne in gravidanza sono risultate positive. Zika è stato associato alla vertiginosa crescita statistica nelle aree del contagio della microcefalia nei neonati: dallo scorso ottobre in Brasile 508 casi confermati, 17 dei quali con la certezza del legame con Zika, contro i 146 complessivi del 2014, e 3935 tuttora sotto investigazione. Sono stati accertati 108 decessi dopo la nascita o durante la gravidanza. Sempre in Brasile è stato rilevato un aumento del 19% tra il 2014 e il 2015 della sindrome di Guillain-Barré. Sei paesi (Brasile, Polinesia Francese, El Salvador, Venezuela, Colombia e Suriname) hanno accertato un aumento dell’incidenza dei casi di microcefalia e/o della sindrome di Guillain-Barré, temporalmente associabile alla propagazione di Zika. Non è ancora tuttavia del tutto scientificamente provata la responsabilità del virus, che nell’80% dei casi è asintomatico.

Il virus Zika è un arbovirus e ha ricevuto la denominazione del luogo in cui è stato identificato originariamente, nel 1947, quando fu rilevato in scimmie sentinella per il monitoraggio della febbre gialla, nella foresta Zika, in Uganda.

Tra il gennaio del 2007 e la metà del mese di febbraio 48 paesi e territori hanno riportato la trasmissione autoctona del Zika virus, che è veicolata dal vettore dell’Aedes mosquitos: 28 gli Stati in cui è stata trasmessa, che hanno nell’ambiente i vettori necessari, in particolare l’Aedes aegypti. La distribuzione geografica si è costantemente ampliata dal 2015, quando il virus è stato individuato in America. Al momento non ci sono vaccini o trattamenti specifici. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, che il primo febbraio ha annunciato lo stato di emergenza a livello globale, come risposta di prevenzione e controllo ha raccomandato attività di sorveglianza e ricerca.

La zanzara tigre (Aedes albopictus), che rientra nella lista stilata dalla IUCN delle 100 specie invasive più dannose al mondo ed è un vettore di virus patogeni che causano malattie come Dengue e Chykungunia (CHIK) in numerose aree tropicali del mondo, ha una presenza ormai stanziale nel nostro paese. L’equipe di Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e malattie infettive dell’Università Sapienza di Roma, guidata dalla professoressa Alessandra della Torre, martedì ha firmato e spedito alla Regione Lazio una lettera che esprime preoccupazione e l’auspicio della messa in atto di attività coordinate con enti locali, Asl, mirando alla valutazione e prevenzione del rischio di trasmissione. Nella missiva leggiamo:

«Poiché la zanzara tigre (Aedes albopictus) — molto diffusa in Italia e in particolare a Roma e in altre aree del Lazio — è in grado trasmettere il virus ZIKA (oltre ad altri virus di rilevanza medica come il Dengue e il Chikungunya) esiste un rischio concreto che nella prossima stagione estiva/autunnale si possa assistere a casi di trasmissione autoctona a partire da persone che arrivino in Italia da paesi dove è in corso questa terribile epidemia. Tale rischio è particolarmente alto a causa di vari fattori che presumibilmente aumenteranno con l’arrivo di persone potenzialmente infette da questi paesi, quali il Giubileo e le prossime olimpiadi in Brasile, paese dove si è riscontrato il maggior numero di casi».

Professoressa Della Torre, perché nella lettera indirizzata alla Regione Lazio dichiarate la ragionevole probabilità di riscontrare casi di trasmissione autoctona del virus Zika?

«Un rischio reale certamente esiste. Stimarne la probabilità invece è un’altra storia. Negli ultimi anni ci sono stati casi di trasmissione di altre piccole epidemie di altri virus dalla stessa zanzara tigre in Italia, in Francia e in Croazia. Per esempio l’epidemia di Chikungunya, verificatasi a Cervia nel 2007, è stata innescata da una singola persona, proveniente dall’India, che è rimasta un giorno solo nel posto dove si è poi concretizzata l’epidemia. Il punto è che i virus devono essere introdotti attraverso viaggiatori infetti e dunque la probabilità che questo avvenga è tanto più alta quanto più sono in corso epidemie nel resto del mondo. Difatti il caso del Chikungunya seguiva una grossa epidemia, che c’era stata in India. Se nei prossimi mesi, quando la popolazione delle nostre zanzare aumenterà, Zika continuasse a propagarsi in Brasile, il rischio di importazione del virus in Italia potrebbe diventare molto concreto».

In quale periodo?

«Direi giugno-ottobre».

Quali differenze e somiglianze sussistono tra l’Aedes aegypti e l’Aedes albopictus, nota come zanzara tigre, e presente in Italia da più di due decadi?

«Le due species hanno molto in comune, a partire dalla somiglianza morfologica e dall’essere attive nelle ore diurne. Ma Aedes aegypti è molto più selettiva nella scelta dell’ospite ed è per questo assolutamente il vettore del virus più importante nei paesi tropicali, perché pungendo quasi esclusivamente l’uomo ha più possibilità di infettarsi pungendo un individuo infetto e, successivamente, di infettare una persona sana. Aedes albopictus, il cui primo reperto a Roma è apparso nel 1998 in due quartieri e l’anno successivo era diffuso già in tutta la città, punge non solo l’uomo ma anche altri ospiti, ma in un contesto urbano, dove ci sono pochi animali, punge quasi esclusivamente l’uomo. In questi contesti dunque non si comporta molto diversamente da Aegypti e rappresenta un potenziale vettore altrettanto temibile. D’altra parte Albopictus è in grado di produrre uova “ibernanti” che riescono a superare la stagione invernale, mentre Aegypti non sopravvive a basse temperature e quindi pur essendo stata introdotta varie volte in Europa, non ha mai dato luogo a infestazioni stabili».

Dunque Albopictus è ormai endemico in varie zone d’Italia, resiste all’inverno, ed è meno efficiente di Aegypti nelle aree tropicali, tuttavia è vettore di virus pericolosi a livello globale?

«Sì, Aegypti è senz’altro il vettore principale di vari virus molto patogeni per l’uomo, ma anche Albopictus può trasmetterne altrettanti ed in alcuni casi è stato il vettore principale di epidemie. Nel caso di Chikungunya, Albopictus è addirittura il vettore principale, perché il virus è mutato e si è reso più compatibile con questa specie di zanzara. Nulla vieta che succeda anche con gli altri virus. È  dimostrato che si tratta di una zanzara molto flessibile da questo punto di vista. I test di laboratorio hanno dimostrato che questa specie si infetta e consente la moltiplicazione di natura di un gran numero di virus, ma questo non significa automaticamente che svolga un ruolo importante nella trasmissione in natura. Per lo Zika non c’è stato ancora il tempo di effettuare tutti gli esperimenti necessari, ma il virus è stato rinvenuto in popolazioni naturali di albopictus».

Dall’apparizione all’insediamento la zanzara tigre si è allontanata dal cono di luce mediatico.

«Questo è molto interessante. L’ho verificato a Roma, ma so che è successo anche altrove. La zanzara è arrivata dall’Asia attraverso il commercio di copertoni usati all’interno dei quali erano state deposte delle uova. In tutti i posti di approdo crea il panico. Nei primi anni se ne parla tantissimo, la copertura mediatica è enorme e quindi gli enti locali sono indotti a prendere provvedimenti. Nella Capitale durante la genesi dell’infestazione, intorno al 1998-2000, vennero effettuati imponenti piani di intervento e stanziati fondi notevoli per concretizzarli. Dopodiché le persone si abituano, protestano di meno, dunque non è più un’emergenza. I soldi messi a disposizione per limitare l’infestazione diminuiscono e alla fine non si fa più niente. Questo è il trend generale. È chiaro che quando poi ritorna alla ribalta il fatto che non è solo fastidiosa ma è anche un rischio serio per la salute, le cose potrebbero cambiare dal punto di vista di chi deve innescare poi delle procedure virtuose».

Nell’aprile del 2015 il dottore Soares, poi suffragato dall’Oswaldo Cruz Foundation, è stato il primo a individuare il Zika virus dietro la doença misteriosa. All’epoca ebbe un certo sollievo, perché la letteratura additava una minore aggressività rispetto ad altri virus. Dengue ha ucciso almeno 839 persone in Brasile nel 2015, più 40% rispetto all’anno precedente. Nel mondo la cifra tocca quota oltre 20mila persone.

«La recente epidemia di Zika sta avendo molta eco e copertura mediatica soprattutto a causa del sospetto che possa essere associata a microcefalia in feti di donne che si infettino durante la gravidanza. Ma ci sono virus anche peggiori di Zika, che seguono esattamente la stessa via di trasmissione. Per esempio il virus del Dengue che è diffuso in oltre 100 paesi tropicali e provoca oltre 50 milioni di casi all’anno e oltre 22.000 decessi».

Che cosa anima la zanzara tigre?

«La zanzara tigre si sposta per due ragioni: cercare l’ospite su cui fare il pasto di sangue e l’acqua per deporre le uova. Queste sono le spinte che la inducono a muoversi».

È possibile calcolare la durata della loro esistenza?

«È un’altra delle cose molto difficili da definire. Sicuramente vivono qualche settimana, ma la longevità è anche legata alle condizioni climatiche. Quando fa freddo si riduce, ma anche il troppo caldo può essere un fattore negativo. È molto complicato catturare una zanzara e definirne l’età. Lo si può fare in laboratorio, ma in condizioni artificiali una zanzara vive molto di più che non all’aperto. Nel nostro gruppo di ricerca presso l’Università di Roma Sapienza stiamo sviluppando uno strumento per distinguere le zanzare giovani da quelle vecchie.

Questo sarebbe molto utile, perché solo le zanzare che hanno almeno una decina di giorni hanno avuto la possibilità di pungere una persona e contrarre il virus, essendo poi in grado di trasmetterlo. La distinzione dell’età aiuterebbe a valutare il rischio della trasmissione e anche l’efficacia dei trattamenti. Se dopo un trattamento con insetticidi troviamo solo zanzare giovani, significa che il trattamento è stato efficace, ma che nel frattempo nuove larve si sono trasformate in adulti. Viceversa se troviamo anche zanzare vecchie significa che il trattamento non è stato efficace».

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Quanto tempo dura l’incubazione del virus nella zanzara sana?

«Le zanzare ingeriscono il parassita o il virus attraverso una puntura su una persona infetta, questi si moltiplicano al loro interno e poi si spostano nella cavità boccale, nella proboscide della zanzara, e quando questa fa un altro pasto di sangue può trasmettere il parassita. Questo meccanismo vale per tutte le malattie trasmesse da zanzare o da altri insetti ematofagi e richiede almeno una settimana. È necessario che trascorra un periodo di incubazione, durante il quale i virus o i parassiti si moltiplicano, che è tanto più corto quanto la temperatura è più alta. La stagione estiva costituisce anche per questo una criticità: ci sono più zanzare e il virus fa prima a moltiplicarsi».

In che modo si realizza il monitoraggio entomologico/virologico delle aree segnalate più a rischio?

«Sì, ci sono due livelli di monitoraggio. Quello entomologico: vedere in quale area le zanzare sono più concentrate, perché sappiamo che stanno dappertutto ma non con la stessa abbondanza. Individuare dunque i contesti in cui le densità sono più elevate. Il monitoraggio entomologico si realizza con delle trappole di diverso tipo e a intervalli regolari si va a quantificare il numero di zanzare. Questo consente di identificare i picchi di densità stagionale della zanzara e i luoghi maggiormente infestati, dove e quando sarebbe più opportuno intervenire per ridurre il fastidio provocato dalle punture, e il rischio di trasmissione di virus.

Ma per identificare più specificamente l’eventuale introduzione di virus è necessario effettuare anche un monitoraggio virologico, che significa vedere se le zanzare raccolte contengono il virus. Ciò è molto più complicato, perché richiede che le zanzare vengano congelate immediatamente, altrimenti il virus si degrada e non si riesce più a isolarlo. È tecnicamente complesso, poiché è necessario analizzare grandi numeri di zanzare. Per avere una probabilità di individuarlo bisogna catturarne tantissime. Per questo tipo di sorveglianza è opportuno concentrarsi su aree a maggiore rischio di introduzione di virus esotici, come gli aeroporti internazionali e i porti nei quali possono arrivare da paesi tropicali persone infette ma anche le stesse zanzare».

Il singolo cittadino che cosa può fare?

«I primi attori del controllo dovrebbero essere proprio i cittadini. Se non ci mettiamo a svuotare o a rimuovere i contenitori d’acqua che teniamo nelle terrazze, nei giardini di casa non si risolverà mai il problema».

Chi controlla la zanzara tigre adesso?

«Controlli adeguati vengono effettuati molto raramente dalle amministrazioni pubbliche e solo in alcune Regioni da questo punto di vista più virtuose, in particolare Emilia Romagna e Veneto. Le zanzare sono tantissime specie e poche pungono l’uomo. A Roma abbiamo specie di zanzare che nessuno ha mai incontrato, perché pungono per esempio gli uccelli.

Dal punto di vista sanitario ci interessano poche specie di zanzare che tendono di più a pungere l’uomo e quindi a trasmettere eventuali malattie, oppure zanzare che fanno da ponte per esempio col cane affetto da alcune parassitosi che possono essere trasmesse all’uomo. Come ricercatori cerchiamo fra l’altro di capire su Roma quali sono i parametri ecologici indicatori di una maggiore densità di specie pericolose per elaborare modelli di previsione dei luoghi a più elevato rischio.

Questo potrebbe rappresentare un forte ausilio per il controllo, che fondamentalmente viene fatto su richiesta dei cittadini in situazioni di particolare disagio. Anche all’epoca in cui il Comune di Roma investiva direttamente sul controllo della zanzara tigre i rilievi fatti con i monitoraggi al fine di indirizzare gli interventi nelle zone con più alte densità non erano seguiti da trattamenti sufficientemente tempestivi. Sviluppare dei modelli che ci aiutano a prevedere le zone più a rischio di alta densità consentirebbe interventi più tempestivi e mirati, perché è chiaro che lavorare su una zona come Roma e coprirla al 100% è impossibile».

Potremmo definire last minute la nostra strategia?

«Sì, assolutamente. Nell’emergenza, e soprattutto in caso di trasmissione conclamata di virus, l’unica cosa da fare è trattare con i prodotti “adulticidi”, in modo da ridurre la popolazione di zanzare adulte. Ma questo ha un forte impatto ambientale e un effetto a breve termine. È complesso e costoso determinare l’efficacia degli interventi che vengono effettuati, e quindi queste valutazioni non vengono fatte quasi mai perché nessuno ha interesse a finanziare un lavoro del genere. Il punto sarebbe effettuare interventi di prevenzione mirati alle aree di maggior rischio per esempio con prodotti larvicidi che costano anche meno e hanno un minore impatto ambientale e che, se eseguiti correttamente, possono contribuire efficacemente a impedire l’aumento esponenziale della popolazione».

Il rimedio della disinfestazione: in Italia chi si occupa di gestirla?

«Questa è un’altra nota dolente, perché nella maggior parte delle Regioni, con alcune eccezioni virtuose, è lasciata alla libera iniziativa di ditte private di disinfestazione. Non esistono autorità di controllo, di gestione e coordinamento di queste attività. Gli interventi richiesti dai Comuni o dai privati seguono dei protocolli che vengono proposti dalle ditte, che sostengono interventi più o meno validi.

Per essere efficaci, le disinfestazioni andrebbero svolte in orari consoni, ossia non quando le zanzare non volano, andrebbero coordinate tra aree e condomini adiacenti ed eseguite in modo selettivo per non colpire anche altre specie di insetti, come le importantissime api, con un grave danno ambientale. L’effetto della disinfestazione, fatta senza alcuna pianificazione, si protrae al massimo per due o tre giorni, perché poi sfarfallano le nuove zanzare e si torna al punto di partenza. I prodotti che vengono spruzzati, talvolta male, spesso non sono selettivi».

Sull’Albopictus qual è la cosa più sensata da fare?

«La lotta anti larvale in generale: ma nel caso della zanzara tigre è difficile, perché depone le uova in un’infinità di piccoli contenitori che non sono facilmente rintracciabili. A livello larvale c’è una gamma di prodotti molto specifici più ampia anche biologica, per esempio degli ormoni della crescita specifici per le zanzare, che impediscono la muta da larva ad adulto. L’impatto ambientale è basso, perché uccidono solo le zanzare e non sono stati registrati ancora casi di resistenza. Sulle larve abbiamo più mezzi, solo nel caso della zanzara tigre è più difficile individuare e raggiungere i focolai larvali, nel caso di altre specie di zanzare può essere più semplice».

Qual è allora la soluzione?

«Qui il problema non è il prodotto ma logistico: come raggiungo il focolaio e metto l’insetticida. Abbiamo testato un metodo già usato in Perù contro l’Aedes aegypti: consiste nell’attrarre le zanzare in questa sorta di trappole contenenti un ormone della crescita. L’idea è che si contaminino le zampe, poi quando vanno a deporre le uova l’insetticida viene rilasciato nel contenitore d’acqua e quindi previene lo sviluppo delle larve. Si chiama autodisseminazione.

Sono le stesse zanzare che distribuiscono l’insetticida negli ambienti che abbiamo difficoltà a localizzare. Il prodotto c’è ed è efficace a concentrazioni bassissime. Le zanzare possono trasportare poco, ma è sufficiente per sterilizzare un contenitore di dimensioni limitate. Il problema è come effettuare questa contaminazione: come attrarre le zanzare e contaminarle per distribuire l’insetticida? Nel nostro esperimento abbiamo utilizzato piccole trappole di acqua. La femmina si poggia, ma non raggiunge l’acqua, perché c’è una rete, però nell’adagiarsi si contamina e poi se ne va. Attraggono zanzare ma non quanto servirebbe per un’efficace copertura. Sono necessarie ulteriori ricerche per rendere queste trappole sempre più attrattive».

L’Albopictus sta sviluppando una resistenza agli insetticidi?

«Più fai interventi, più è possibile che le zanzare sviluppino resistenza ai prodotti insetticidi utilizzati, quindi bisognerebbe pianificarli in maniera tale da prevenirla, per questo ci vorrebbe la coordinazione alla quale accennavo prima. Se ognuno fa come ritiene più opportuno…La rotazione e l’abbinamento di diversi prodotti ritardano almeno lo sviluppo di resistenza. Ci stiamo accorgendo che la zanzara tigre, che da relativamente poco sta qui, sembra aver già sviluppato una certa resistenza agli insetticidi.

Abbiamo fatto test di laboratorio che lo provano. È un problema mondiale, soprattutto nei paesi in cui le zanzare trasmettono il dengue o la malaria, perché gli insetticidi che si possono utilizzare sono veramente pochi, fondamentalmente solo i piretroidi. Se le zanzare diventassero resistenti rimarremmo senza più armi per contrastarle. Non è previsto lo sviluppo di nuovi prodotti insetticidi in breve tempo. La produzione di un insetticida è un processo, che da quando si comincia a testare una molecola a quando la si mette in commercio passano anche dieci anni. Questo per le regioni tropicali, in cui malaria miete ancora centinaia di migliaia di vittime ogni anno, è un problema gravissimo».

 Che cosa servirebbe?

«La cosa che manca completamente nel caso della zanzara tigre in Italia è il coordinamento fra chi si dovrebbe occupare del problema, in parte perché fino ad adesso a eccezione del caso del Chikungunya nel 2007 non ha mai trasmesso niente e quindi viene considerata solo come un fastidio e non come un problema sanitario da affrontare.

D’altra parte è anche difficile, perché i monitoraggi sono costosi soprattutto se in aree molto vaste. Inoltre sarebbe necessaria una maggiore consapevolezza da parte degli organi ministeriali ed enti locali competenti. Con lo Zika ciò è complicato proprio perché è meno patogeno. Mentre nel caso di dengue i sintomi portano nella maggior parte dei casi a un contatto con ospedali o medici di base, che poi segnalano il caso alle autorità competenti che di conseguenza attivano procedure di controllo delle zanzare. Nel caso di Zika i sintomi sono più lievi e raramente verrebbero segnalati al sistema sanitario».

E la politica di ricerca con le zanzare transgeniche?

«Nel campo della ricerca in generale l’idea di avere zanzare transgeniche o modificate, che possano sterilizzare popolazioni naturali è sicuramente la cosa più innovativa e stimolante. Si porta però dietro problemi logistici, etici, perché comunque si rilasciano zanzare geneticamente modificate e questo ha un impatto sull’opinione pubblica.

Abbiamo letto addirittura  che questa epidemia sarebbe stata innescata da zanzare transgeniche; sono cose di fantascienza. Contro l’Aedes aegypti nelle aree dove c’è epidemia di dengue si stanno cominciando a fare esperimenti di lotta con zanzare transgeniche, che non riescono a ospitare il virus, oppure che sterilizzano le popolazioni di zanzare locali. In quest’ultimo caso si tratta di un’idea vecchia e già applicata con successo per eradicare altre specie di insetti. La differenza è che in passato venivano irradiati i maschi per renderli sterili, ma questa manipolazione li indeboliva, rendendoli poco competitivi quando rilasciati in natura e quindi poco in grado di accoppiarsi con le femmine naturali e sterilizzarle. Le nuove tecnologie di ingegneria genetica consentono di superare questo problema legato all’irradiamento e consentono il  rilascio nell’ambiente di maschi geneticamente modificati, che quando si accoppiano con le zanzare naturali producono una progenie sterile o non la producono affatto. Strategie interessanti che negli ultimi anni sono state testate con successo anche in Brasile. Sono esperimenti pilota da valutare. Molti giornali esagerando le hanno citate come se fossero la soluzione di tutti i problemi».

C’è chi sostiene che il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici siano il vero nodo, che abbiano effetti sulla diffusione e pericolosità degli insetti.

«L’influenza del global warming è molto dibattuta. L’impatto sugli insetti può essere in varie direzioni. Sicuramente le temperature alte favoriscono, però per esempio se associate a minori precipitazioni possono diventare addirittura controproducenti per la zanzare. Tanto è vero che il sud Italia è meno infestato del centro-nord pur avendo temperature teoricamente più idonee, perché piove talmente poco che vi è meno disponibilità di contenitori d’acqua che servono per lo sviluppo larvale. Dipende dall’equilibrio tra pioggia e temperatura».

Quanto incide la crescente urbanizzazione mondiale? In Brasile gli slum sono aree colpite da Zika.

«Incide sicuramente, sia per la zanzara tigre in Italia sia per l’Aegypti altrove, che come ho già sottolineato è una zanzara ancora più associata all’uomo, avendo una maggiore predisposizione a pungere all’interno delle abitazioni. La si trova proprio nell’area domestica, accanto alle case. L’urbanizzazione incontrollata crea degli ambienti dove ci sono contenitori d’acqua, pozze, fogne a cielo aperto. Ciò concorre alla riproduzione delle zanzare».

La Chiesa di Roma è stata interpellata sulla contraccezione e l’aborto quali rimedi ai presumibili effetti di Zika; sono in questione relazioni complesse fra Stati quali Venezuela e Colombia; Obama chiede al Congresso di stanziare 1.9 miliardi di dollari per il contrasto dell’emergenza. La zanzara è ormai un veicolo della globalizzazione?

«Non spettano a me valutazioni di natura politica, ma è bene segnalare che le zanzare sono qualcosa di più del fastidio normalmente percepito dalle persone. Richiedono un’attenzione maggiore di quella che gli è stata data fino ad adesso. Diventano un attore globale a causa dei nostri spostamenti, che hanno effetti maggiori del cambiamento climatico.

Il fattore globalizzazione è molto più determinante. Nel viaggio di container, persone, aerei, navi si trasporta di tutto, anche specie di zanzare. Quella tigre non è la più recente importata in Europa, ce ne sono altre due entrambe di provenienza orientale così come la zanzara tigre: Aedes koreicus e Aedes japonicus. Sono state rinvenute nel nord Italia, Germania e Svizzera. Tutte specie invasive che se poi trovano condizioni favorevoli si ambientano. Japonicus è adattata e resistente al freddo, la troviamo in posti dove la zanzara tigre fino a oggi non è mai riuscita a stabilirsi, ché ha bisogno di temperature un po’ più elevate».

Il New York Times dedica da giorni numerosi approfondimenti su Zika. Che cosa spaventa gli statunitensi?

«Nel sud degli Stati Uniti hanno ovunque i vettori Aegypti e Albopictus e il Sudamerica è molto più vicino. Chiaramente loro sono a forte rischio. Il punto è cosa fare. Esperienze passate di controllo delle zanzare negli Stati Uniti non sono molto positive, malgrado le ingenti forze messe in campo. Intorno al 2000 hanno avuto un’epidemia di West Nile, che è un virus trasmesso da Culex pipiens, un’altra specie di zanzara che punge anche noi di notte. Il virus West Nile infetta soprattutto degli uccelli, ma raramente può essere trasmesso all’uomo o ai cavalli, ed è grave o addirittura letale per le persone anziane. Mentre in Europa il virus è endemico e provoca un numero di casi relativamente basso all’anno.

Nel 1998 a New York, dove non era mai stato registrato prima, ha causato una forte moria negli uccelli e molti casi nell’uomo. Malgrado gli interventi siano stati tempestivi e intensi, addirittura con l’irrorazione di insetticidi tramite elicotteri, non sono riusciti a fermare l’epidemia che negli anni successivi si è diffusa in tutti gli Stati. È veramente arduo fare più di quello che hanno fatto, e anche discutibile perché gli insetticidi hanno un impatto ambientale notevole.  Occorre sempre considerare i costi e benefici. Una lotta mirata come quella genetica, o l’autodisseminazione a cui ho fatto riferimento prima, non ha un impatto su altre specie di insetti importantissimi come le api e magari benefici. Avendo tutte le condizioni per un’introduzione di Zika è importante attrezzarsi in tempo».

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