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I sorrisi sono di D.

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Photo by Kyle Caraher on Unsplash

di Massimiliano Governi

Devo vestire il corpo. Siamo in primavera, quindi servirà qualcosa di leggero. Se fosse inverno, gli metterei un bel maglione blu di cashmere che gli avevo regalato a Natale qualche anno fa, quando ancora ci facevamo i regali. A metà mattina comincio a tirare fuori dall’armadio magliette e felpe e pantaloni di mio marito e a buttarli sul letto da sopra la spalla. Nella fretta, le grucce saltano via dalla barra rimbalzando sul pavimento, oppure si incastrano contro il fondo dell’armadio. Dopo un po’ mi fermo, guardo quel cumulo tra le lenzuola e mi rendo improvvisamente conto che anche i vestiti che sceglierò non vedrò mai più, e devo decidere io quali seppellire. Non so cosa fare, sono immobile dentro di me, stagnante. Poi mi volto e sullo scaffale in alto vedo una camicia di seta color avorio con le pieghe geometriche della confezione, che gli comprò sua madre per un compleanno e lui non ha mai indossato: troppo lucida e raffinata per i suoi gusti. In un attimo decido per quella. Sarà eternamente elegante, mio marito.

La telefonata era arrivata alle due e mezza di notte. Ho detto “Sì?” e subito ho sentito le tempie che mi pulsavano e una mano fredda che mi sfiorava il cuore. Poi tre quarti d’ora dopo eravamo già all’ospedale, io e sua sorella A., salivamo scale su scale e poi camminavamo senza parlare sullo scricchiolante linoleum. Due medici ci aspettavano in fondo al reparto Chirurgia Generale: ci hanno fatto entrare in una piccola sala scura. Ci siamo seduti tutt’e quattro su sedie di plastica arancione. Io e A. non abbiamo fatto domande, abbiamo ascoltato e basta. Ogni cosa che dicevano, la anticipavo nella mente. Annuivo, fissando i minuscoli badge sul loro petto. Sua sorella a un certo punto ha appoggiato le braccia sulle ginocchia, lasciando ricadere la testa fra le mani, e ha cominciato a guaire come un piccolo cane a cui hanno appena tirato una pedata, con insistenza, scossa da una specie di ritmo.

Poi ci hanno chiesto se volevamo vederlo. A. ha sollevato la testa e ci siamo guardate: lei con gli occhi gonfi e molli come due panetti appena impastati, ha gorgogliato “Noo”. Io ho detto “Sì”.  Li ho seguiti fino dentro a un locale con le pareti piastrellate. Al centro c’era una lettiga con le rotelle. Una grande sacca di plastica bianca con la cerniera lampo. Dentro c’era lui, spuntava solo la testa. Mi sono avvicinata. Aveva un taglio che partiva dalla cima del cranio, lungo e tortuoso come una strada di montagna. I capelli fini e color ruggine come sempre spazzati ai lati e all’indietro. La sua faccia somigliava a una grande oliva, anche nel colore, quel giallognolo rosa chiaro di certe olive greche sottaceto, e anche a un pallone da rugby, e la fronte sembrava ampia come il mento, dal labbro inferiore in giù, due vaste zone con in mezzo il resto, bocca, naso, occhi chiusi. I medici, insieme all’impiegato dell’ospedale che si trovava già nella stanza, mi osservavano, aspettavano forse una mia reazione. Non sapevo cosa dire.

Dopo qualche istante ho chiesto se potevano farmi vedere per l’ultima volta il suo corpo. L’impiegato ha guardato i medici, uno di loro ha annuito in modo quasi impercettibile. Lui ha tirato lentamente giù la cerniera lampo. Ora era nudo, davanti a me. Mi sono resa conto che era diverso tempo che non lo guardavo, da quando non dormivamo più insieme. Il corpo somigliava molto al plastico di un paesaggio, un’isola inospitale, disabitata, il pene era una torretta di avvistamento in creta molle, afflosciata.

Ho notato che non aveva più la fede al dito. Probabilmente me la ridaranno insieme alle sue cose e agli altri oggetti, in un sacco della spazzatura, ho pensato. Ho spinto istintivamente il mio pollice verso l’anulare e non ho incontrato niente. Anch’io non avevo più la fede. Poi mi sono ricordata: me l’ero tolta una settimana prima.

Salgo nella soffitta. La sua cella monacale. “La stanza dei deliri”, come la chiamava lui. Dove scriveva i suoi libri. È tanto che non entro qui dentro. Fa molto caldo. Non si respira. Di inverno, invece, si gela. C’è un termosifone agganciato al muro, ma lui non ha mai voluto accenderlo. Voleva che questo posto fosse “una cella fredda dove concentrarsi per scrivere la verità”. Così diceva mio marito, il santo moderno che si nutriva di nulla e pensava in silenzio a qualcosa che desse senso a tutto il suo dolore. Mi siedo sulla sedia girevole con lo schienale alto che io gli ho comprato all’Ikea. Se era per lui avrebbe continuato ad incurvarsi su quella sedia di legno, dall’aria fragile come se fosse fatta di stecchi per accendere il fuoco, che si portava dietro, di casa in casa, di trasloco in trasloco. Mi guardo intorno. Tutto è chiaro e liscio. La scrivania stretta e lunga con il piano di vetro trasparente, che quando scrivi ti vedi i piedi. Una finestra rettangolare a due ante, smaltata di bianco, con le inferriate a sbarre oblique, anch’esse bianche. Un lettuccio con le rotelle addossato alla parete, dove dormiva negli ultimi tempi. Lenzuola piatte e fredde come marmo, federa del cuscino con stampato sopra Tigro e Winnie the Pooh, la preferita di nostro figlio, quando era piccolo. Dei ragnetti vibranti agli angoli del muro, e sul soffitto. Chissà da quando sono qui. Quanto tempo hanno passato con lui. Più di me, sicuramente. Accendo il suo computer. Lo schermo tira un respiro luminoso, come fosse contento di rimettersi al lavoro, dopo quasi due giorni di ozio. Pensa sia lui, il suo padrone, e glielo lascio credere. Il desktop è pieno di file e cartelle. Come sfondo c’è un ponte nero e minaccioso visto da sotto, il ponte di Brooklyn, una di quelle immagini opprimenti che piacevano a lui. Cincischio con il mouse che conserva le impronte delle sue dita, i piedi sul cestino dove ancora ammuffiscono i resti dei panini mangiati in solitudine. Una scatolina riflette la luce del sole in un filamento giallognolo. Le sue “pillole della bontà”. Le chiamava così, perché secondo lui lo facevano essere più buono. Talmente buono che lo rendevano impotente. Non ho intenzione di entrare nelle sue cose, non aprirò nessun documento. Tanto conosco a memoria i suoi racconti, e anche se quelli nuovi non li ho letti immagino di cosa parlino, i temi sono sempre gli stessi: le mammelle scarnificate, la scrittura, il nichilismo, gli psicofarmaci, la disperazione, e il solito io narrante che se ne sta come un pachiderma nelle sue mura a scoprire il mondo.

Anni che parla di queste cose e si ripete, ma nessuno ha avuto mai il coraggio di dirglielo, nemmeno il suo editore. Io c’ho provato, varie volte, ma lui ha fatto finta di non capire. Il suo solito modo di reagire alle critiche. La sua chiusura ostinata e coraggiosa. Rimango così, respiro la stessa aria polverosa respirata da lui, e penso al funerale. Voglio dire qualcosa. Devo dire davanti a testimoni ciò che è stata la vita con mio marito. Devo dirlo alla famiglia, ai suoi genitori, ai miei fratelli, a sua sorella che piange da due giorni come un barboncino, dire davanti a loro e a nostro figlio che la storia che abbiamo vissuto è stata molto diversa da quella che hanno immaginato loro. Adesso che sono probabilmente la sola a saperlo, se dovessi sparire, perdere la testa, se fossi colta da amnesia, chi lo saprebbe mai? Per questo devo raccontare a tutti i presenti in chiesa chi era veramente l’uomo che ho sposato e che loro hanno conosciuto, l’uomo che ha accelerato troppo sulla Cristoforo Colombo, la strada della sua infanzia, fino al punto da lasciarci la pelle. Prendo appunti su un suo taccuino che ho trovato, scrivo due parole, cancello, abbozzo frasi, butto giù una decina di inizi. Ma non sono mai contenta.

Del resto non mi ritengo una vera scrittrice, ho iniziato a scrivere perché ero gelosa delle sue autrici, quelle che lui curava come editor. Da qualche mese ho finito anch’io un romanzo, con molta fatica, io che non avevo messo mai nemmeno due frasi in croce in vita mia. L’ho fatto per essere considerata da lui, per essere vista, solo per questo. E adesso lui se n’è andato. E non potrà più leggere il mio libro, scritto la mattina presto quando tutti dormivano e nei fine settimana, cercando di mettere al posto giusto quelle parole che scappavano come lucertole da tutte le parti. Avrei voluto che lui lo curasse, lo scrutasse, sillaba per sillaba, come faceva con i suoi autori. E invece ha preferito schiantarsi su un palo della luce d’acciaio arrugginito, piuttosto che leggerlo. Da quale violenza era posseduto quell’uomo, quanta rabbia c’era in quello scrittore dagli occhi chiari, nuvolosi e spaesanti di cui mi ero innamorata? Domani mi alzerò dalla prima fila, salirò i due gradini, mi sistemerò dietro al microfono, darò un paio di colpetti per assicurarmi che funzioni, e parlerò. Ho questa responsabilità. Prendere la parola in quella baraonda di dolore, e dire la mia verità.

C’eravamo conosciuti da McDonald’s. Al chilometro 479 dell’autostrada A14, all’interno di un’area di servizio chiamata Chienti Est. La zona è Sant’Elpidio a Mare, Fermo, nelle Marche. Quello era il luogo dell’appuntamento che aveva fissato per incontrarci: solo lui poteva scegliere un posto tanto ostile. Era il dieci dicembre di dieci anni fa. A darmi il suo numero era stata sua sorella A., una mia collega doppiatrice, che mi aveva consigliato di fingermi una giornalista, o al limite una blogger, e chiedergli un’intervista. Non sapevo molto di lui, avevo letto solo un paio di suoi libri e qualche dichiarazione in Rete dove diceva cose strane, per esempio che la sua scrittura assomigliava a un esercizio di QiGong praticato dai monaci tibetani, oppure che lo scrittore non è Dio, ma qualcosa di più: “è ciò che resiste da sempre e in eterno alle frivolezze del genere umano, alla dispersione della verità assoluta”; e poi avevo visto una sua foto, l’unica che circolava su Internet: una vecchia foto in bianco e nero di quando aveva sedici o diciassette anni. La sua faccia era spigolosa ma stranamente serafica, conturbante; i capelli vaporosi; il torace solcato da camicia e bretelle. Ho pensato che da giovane fosse di una magrezza devastante, elettrica, che aveva poco a che fare con la spensieratezza o le scorrazzate in strada o altre cose del genere. Mi ero preparata alcune domande, che a rileggerle mi sembravano veramente stupide. Le ho cancellate, ne ho scritte altre, ma erano ancora più patetiche. Ho sempre avuto un problema con le parole. Alla fine ho cancellato tutto e ho deciso di andare senza prepararmi niente.

Al telefono non era stato facile fargli accettare la presenza di un terzo estraneo all’intervista, cioè un mio amico dell’università, nonostante gli avessi spiegato che io non guidavo per tragitti lunghi e poi non sapevo come arrivare da sola in quel posto; vedeva secondi fini e minacce ovunque ed ero riuscita a convincerlo dicendogli che il mio autista era un suo grande ammiratore e che non potevamo certo lasciarlo nel parcheggio dell’aerea di servizio. Quando siamo arrivati, alle cinque di pomeriggio, mezz’ora di anticipo sull’orario dell’appuntamento, lui era già lì, con l’aria di chi non aspetta altro che andarsene. Indossava un montone rovesciato, che non vedevo in giro da almeno quindici anni, e sotto una maglietta gialla stropicciata. Ai piedi aveva delle scarpe grosse informi. Era bianco come un formaggino. Siamo entrati perché fuori il freddo ci tagliava la faccia. Ci siamo sistemati su uno di quei lunghi sedili, il mio amico si è offerto di andare a prendere delle bibite e qualche vaschetta di patatine e, una volta rimasti da soli, gli ho domandato subito perché aveva voluto incontrarci in un luogo così poco accogliente e distante.

Lui mi ha fissato. “Volevo farti capire che ho accettato controvoglia e che non ti dovevi aspettare niente di piacevole”. Ho sospirato, avrei voluto alzarmi e uscire dal locale. Poi lui mi ha sorriso. “Non sei una giornalista, vero?” mi ha chiesto. Io l’ho guardato con occhi duri, solidi, e ho ribattuto che no, non lo ero, e che non avevo mai scritto una parola in vita mia. Gli ho spiegato acidamente che facevo il lavoro di sua sorella, e lui senza scomporsi ha voluto sapere cosa avessi doppiato e quando gli ho buttato lì qualche film e serie tv e cartoni animati, dopo un po’ mi ha fermato. “Cosa? Era tua la voce della mamma di Timmy Turner nei Fantagenitori?” Io ho annuito. “Avrei voluto anch’io vivere nel Fantamondo ed avere un padrino e una madrina fatati. È il mio cartone preferito da sempre”, ha detto. Dopo un po’, mentre io e il mio amico mangiavamo patatine con le mani luccicanti di olio e lui ci osservava in silenzio senza toccare niente e componeva facce con lo zucchero sul tavolo di legno laminato, mi sono sforzata di fargli una domanda, una di quelle che avevo scartato, la più banale di tutte. “Quando hai cominciato a scrivere?” Lui ha inspirato a fondo e poi ha soffiato l’aria tra i denti a sbuffi, facendo il rumore di un bambino che imita il ciuf ciuf di una locomotiva. “Direi tardi, a vent’otto anni. Da ragazzo non scrivevo niente, né raccontini né poesie, solo lettere”. Ha fatto una pausa. “Lettere anonime” ha aggiunto. Io e il mio amico ci siamo guardati perplessi. Lui ha inspirato di nuovo e stavolta ha fatto un unico sbuffo. “Ho iniziato a scriverle intorno ai diciotto anni. Erano lettere volutamente non firmate che diffamavano chi le riceveva, dicendogli la verità su di lui o su di lei”. Il mio amico ha voluto sapere chi fossero i destinatari. “Per lo più vicini di casa, amici dei miei genitori, colleghi di mio padre, e anche ragazze” ha risposto lui. Ha fatto una pausa e ha proseguito. “Poi ho continuato anche dopo, ogni tanto ancora le scrivo, agli editori e ad alcuni scrittori, ma adesso ho imparato a non spedirle, le lascio lì nel cassetto, o nelle bozze della posta elettronica”.

Poi il mio amico ha spostato l’argomento sul suo lavoro di editor. Gli ha chiesto cosa pensava degli autori con cui lavorava, se si era fatto dei nemici in questi anni: si diceva in giro che fosse molto severo e che bocciava tanti libri. Lui ha alzato leggermente le spalle, continuando a giocare con lo zucchero. “Gli scrittori sono degli psicopatici, ma sono obbligati ad esserlo” ha detto. Il mio amico ha voluto sapere cosa intendesse e allora lui ha spiegato che l’universo, come in fondo la vita, lo si voglia o no, è pura narrazione, e uno scrittore non può tollerare che l’universo non sia manifestato attraverso la propria scrittura. “Sarebbe come negare l’irradiazione solare. Quindi per loro non essere pubblicati equivale a un delitto cosmico. Se un giorno qualcuno mi ficcasse un coltello tra le costole, lo capirei, e sarebbe in un certo senso giusto”.

A un certo punto, dopo che il mio amico si era allontanato per andare in bagno, lui ha spazzato via tutto lo zucchero dal tavolo e l’ha raccolto sul palmo di una mano. Poi ha sollevato lo sguardo verso di me e mi ha detto: “Lo sai? Hai un viso come una bandiera mossa dal vento, un viso che vorrebbe essere cangiante, che non si fida della fermezza dei propri lineamenti”. Poi si è alzato per buttare la manciata di granelli in un contenitore per i rifiuti. Quella frase non l’ho mai capita bene, ma stranamente mi è sempre sembrata vera.

Intorno alle sei, con il buio, siamo usciti fuori e lui è andato verso la sua macchina, una Panda nera. Ci ha chiesto se potevamo aspettare un momento perché a volte non si metteva in moto. Abbiamo aspettato. Lui ha acceso, ha accennato un vago saluto con la mano, ha fatto retromarcia e si è allontanato verso l’autostrada. Ferma sul piazzale, l’ho osservato andare via, ho seguito con lo sguardo quell’uomo che avrei sposato e quella macchina che l’avrebbe ucciso.

Attraverso la piazza con passo spedito, tenendo mio figlio per mano, cammino sui sampietrini dove la pioggia batte costante e schizza, ho la giacca del tailleur completamente fradicia, calze e scarpe zuppe. Entriamo quasi correndo sotto il portico e poi nella chiesa.

I genitori di mio marito e sua sorella, appoggiati al banco marrone della prima fila, si voltano verso di me e il bambino per guardarci. Anche il prete per un attimo smette di parlare e ci lancia un’occhiata, poi riprende.

Avanziamo nella navata centrale tenendoci a braccetto, come se stessimo andando a sposarci, per un attimo mi balena questa immagine, allora mi fermo di colpo, prendo mio figlio e lo spingo nella fila di mezzo, in uno dei tanti posti liberi. Ci sediamo. Lui, abbarbicato allo schienale del banco davanti al nostro, con l’aria colpevole per aver giocato alla Playstation fino all’ultimo. Io a testa alta, quasi sfrontata, mi guardo intorno.

Non tante persone a dargli l’ultimo saluto, forse una trentina in tutto. Diversi scrittori, famosi e meno famosi, che riconosco: li ho visti sul giornale o in televisione, e anche sui social. Di alcuni di loro ho leggiucchiato dei libri pieni di digressioni, riflessioni, ruminamenti mentali, non certo il mio genere.

La bara in legno chiaro davanti all’altare è chiusa, come se il morto fosse impresentabile. Peccato, nessuno vedrà la sua camicia grigio perla, la sua eleganza.

Il prete sta parlando di mio marito, elogia le sue elevate doti umane e letterarie – “la discrezione pensosa dell’uomo, la chiarezza razionale, seria insieme e sorridente dello scrittore” – anche se non l’ha mai conosciuto e probabilmente non ha letto nessuno dei suoi libri. Sua sorella comincia a piangere nel suo solito modo irritante, uggiolando con insistenza e disperazione. Suo padre si aggrappa a lei da un braccio, portandosi un palmo sul muso. Sua madre, con gli occhiali da sole scuri, tace scuotendo la testa ma solo da una parte.

Sulla fila di destra, su una panca che scricchiola, c’è una donna con i capelli ricci corti e la giacca di cuoio nero da motociclista. Piange forte, sussultando. Non so chi sia. Forse una sua amante. O magari un’autrice che mio marito ha fatto esordire, una miracolata, una delle poche.

Tanto per fare qualcosa sollevo lo sguardo, osservo i mosaici d’oro che sovrastano l’altare superiore. Fisso per un attimo la bara piena di fiori poggiata su una pedana. Penso che tra un po’ finirà dentro il portabagagli della Mercedes classe E Station Wagon grigio metallizzata, parcheggiata di fronte al sagrato: una macchina su cui da vivo non sarebbe mai entrato.

La donna in questo momento si alza piano dalla sua panca, con il casco della moto allacciato al braccio, esce dalla fila e si ferma sulla navata centrale. Io approfitto per osservarla, anche se solo di profilo.
La pelle del volto è contratta e madreperlacea, quasi che sotto non vi scorresse del sangue.
Le labbra grinzose e insopportabilmente screpolate, che sembra stiano per accartocciarsi l’una nell’altra.
Capelli tanto scuri da sembrare intinti nella pece.
La donna fissa un’ultima volta l’altare, con le lacrime che le guizzano sulle guance, poi si volta per raggiungere l’uscita. Non so che mi prende, esco dalla fila scavalcando mio figlio e la raggiungo accelerando il passo. “Mi scusi se la disturbo” dico stringendo leggermente il suo gomito. La donna si ferma, sorpresa e irrigidita.

“È un’ingiustizia che ci siano così poche persone ad onorare la sua memoria. Non trova?”
“Già”, risponde la donna, asciugandosi veloce con la manica del giubbotto. “Lei è della casa editrice?”
“No, e non sono nemmeno una scrittrice” rispondo e nel petto un po’ mi brucia questa risposta.

La donna prova a spremere un sorriso. “Neanch’io sono una scrittrice. Solo una vecchia amica”, dice con voce ispessita dal catarro.
La studio, guardo le vene visibili sulla sua faccia iridescente, come rivoli d’acqua blu sul dorso di un ghiacciaio, e vorrei chiederle qualcosa sulla sua amicizia con mio marito, come si sono conosciuti, sono convintissima che abbiano scopato selvaggiamente e vorrei sapere come è stato, cosa ha provato, quanto godimento le ha procurato, ma la donna è più rapida e mi fa un cenno triste di saluto, si volta e si allontana, a passi induriti raggiunge il portone. Io torno al mio posto. Mi sistemo la giacca del tailleur nero, abbasso un po’ la gonna che tende a salire inesorabilmente mettendo in mostra le mie lunghe gambe abbronzate. Mi sembra che tutti mi stiano osservando. Per un attimo immagino che un giornalista, alla fine della cerimonia, mi aspetti fuori e sotto il portico mi chieda un’intervista. Mi vedo mentre rispondo alla sua domanda sulla mia apparente freddezza. “Non sopporto il cordoglio o altri sentimenti che si provano in simili occasioni, perché non sono capace di provarli” dico. “Sento solo un grumo di materia alla base della gola, come una palla di muco – un tumore, forse è un tumore – un pugno carnoso che sbatte fra una parete e l’altra del collo. Non riesco a deglutire: forse è questa una delle avvisaglie del dolore. Non crede?”

Torno alla realtà. Assisto allo spettacolo messo su dal prete e dai familiari di mio marito. Un giovanottino con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, dietro il microfono, gli sta rendendo omaggio con un tono falsissimo: si intrattiene sul suo aspetto che “sprigionava qualcosa di raro e magnifico”, e ammette di aver contratto “un debito pazzesco con lui”. Scende dal piccolo podio, e lascia il posto all’amico di mio marito, “il suo miglior compare e rivale letterario” come l’aveva definito lui una volta in un’intervista. Il suo è un intervento lungo e sbrodolato perché è un famoso narcisista vocale. Lo ascolto con la rabbia che mi sale in gola. Conclude dicendo: “Quante cose aveva capito la sua testa sfracellata”. Una frase patetica, ma che fa piangere diverse persone. Poi, ne sale subito un altro. Parla di storica amicizia, di fratellanza. Finge di essere commosso e finisce il suo ricordo così: “Quando ho saputo la notizia la prima cosa che ho pensato è che avrei voluto raggiungerlo…da morti, entrambi, saremmo stati spiriti folli e liberi…” Sto per alzarmi e protestare e fermare questa pietosa messinscena, sono pronta a salire sull’altare e dire finalmente la mia verità, tutte le mie energie si sono concentrate su questo istante, sto per premere i talloni così da spingere sul ginocchio e sollevarmi dalla panca, quando all’improvviso mi blocco. Dall’interno della chiesa sento partire un’armonica a bocca, riconosco chiaramente Thunder Road di Springsteen, poi subito dopo la prima strofa segue un applauso spezzettato. La funzione sta terminando.

Sono due settimane ormai che salgo in soffitta, tutti i giorni. Accendo il suo computer, e lui sembra sempre felice di mettersi a disposizione, di far girare per me la sua strabiliante memoria: ma non gli faccio mai fare niente, lo lascio acceso con la ventola che soffia ovattata fino a sera, finché prima di scendere giù non pigio di nuovo il tasto e lui si spegne.

Di solito mi siedo sulla sedia girevole, con le braccia conserte, ma con lo sguardo tocco tutto: i libri, le penne e le matite mangiucchiate, i taccuini, i post-it, i fogli volanti, le forbici da mancini con l’impugnatura verde, il portafoglio di cuoio che ha preso la curvatura della sua coscia, le monetine dorate. Mi capita di addormentarmi un poco e quando riapro gli occhi lo schermo è nero come la notte e ci scorre sopra la scritta: “Torna a lavorare, scansafatiche!”. Ogni volta sento le mie labbra curvarsi leggermente verso l’alto.

A metà pomeriggio apro la massiccia porta che dà sul terrazzo condominiale che si affaccia sul nostro quartiere. Vengo qui a prendere il sole su una sdraio di tela sporca e a pensare. Mi porto le bozze del mio libro e leggo, correggo o sposto qualcosa, poi poggio la penna e il mazzo di fogli sul cemento del pavimento. Ogni tanto mi siedo sul parapetto scrostato e guardo i palazzi, le strade, il ripetitore della Rai, il cielo enorme, tutto quello che vedeva mio marito da qui, le rare volte che usciva a prendere una boccata d’aria, per poi rientrare presto nella sua soffitta. Me lo immagino d’inverno, in maglietta, che si abbraccia le spalle, attorcigliato su se stesso come una santa del Parmigianino: fissa un punto lontano e muove le labbra in silenzio. Pochi giorni dopo il funerale, una rivista mi ha chiesto di scrivere qualcosa su di lui. Ci penso da un po’, ma non ho ancora buttato giù una riga. I ricordi cozzano uno contro l’altro e non vogliono comporsi in un ritratto preciso. Mi torna in mente un capodanno che abbiamo passato qui sopra, noi due e il nostro bambino, a brindare con i bicchierini di carta e a guardare i razzi che si alzavano con un boato dagli edifici intorno e si spappolavano con mille colori. Oppure certe domeniche appena svegliati in cui mi costringeva a fargli la voce della mamma di Timmy Turner e a ripetergli battute di un intero episodio intitolato “Timmy è invisibile”. O quando da fidanzati mi parlava ore e ore di Springsteen, che amava follemente perché “attraversa il dolore e il piacere indistintamente, non si nega nulla e procede”. O la volta che scappò da un Festival di scrittori correndo sul basolato romano appena chiamarono il suo nome. O quelle serate passate a guardare i film con Fred Astaire, soprattutto “Cappello a cilindro”, perché lui trovava stupefacente come quest’uomo tanto gentile prendesse un mitragliatore e falciasse le persone a destra e manca. Tante immagini e tante parole si accavallano in questi giorni. Ma c’è una frase che ritorna e mi commuove in un modo strano. Verso la fine dell’anno scolastico, nostro figlio ha fatto un lavoretto con i suoi compagni di classe. Ognuno ha scritto qualcosa, un pensiero, un sogno, un desiderio, su un quadernetto che poi è stato consegnato alla maestra. Sulla copertina di carta leggera, c’erano dei segnetti quasi regolari che aveva voluto fare mio marito all’ultimo momento: come una bianca fila di denti sorridenti ma imperfetti. Dentro al libretto, in fondo all’indice, c’era scritto: i sorrisi sono di D.. So già che in questi tristi giorni di primavera, passeggiando in strada o al bar mentre prendo un caffè con le amiche, o in macchina ferma al semaforo, vedrò le persone sorridere e ripenserò a quei segnetti e mi dirò: i sorrisi sono di D., e mi sembrerà vero.

Commenti
Un commento a “I sorrisi sono di D.”
  1. Gionata scrive:

    Soprattutto la prima parte mi ricorda, forse un po’ troppo (a volte le parole sono le stesse), il libro “E adesso” di Brigitte Giraud.

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