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Ricordando Severino Cesari

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Severino Cesari ci ha lasciato ieri notte. Lo ricordiamo riproponendovi questa intervista uscita originariamente su Repubblica per i vent’anni di Stile Libero, la collana fondata assieme a Paolo Repetti.

di Gregorio Botta

Sono la strana coppia dell’editoria italiana, gli ex ragazzi terribili che violarono il sacro tempio dell’Einaudi con giovani scrittori, disc jockey, epistolari amorosi rubati alla rete, videocassette, comici, persino con “Striscia la Notizia”.Sono passati vent’anni, mille titoli pubblicati, 17 milioni di copie vendute.

Paolo Repetti e Severino Cesari, direttori editoriali di Stile Libero, possono legittimamente festeggiare. Il primo è conosciuto per essere un aggressivo manager, smaliziato stratega della comunicazione, un surfista dei social, tanto estroverso da aver scritto un libro sulla sua leggendaria ipocondria. L’altro è invece un riservato, sottile intellettuale, di solito schivo e silenzioso, che iniziò il mestiere curando la cultura del manifesto e pubblicando un libro- intervista con Giulio Einaudi: un “geologo della letteratura”.

La domanda è: come diavolo avete fatto a restare affiatati per vent’anni, in un mestiere che di solito è un’assoluta monocrazia?

Cesari: “La verità è che siamo complementari. Io non potrei mai fare alcune cose che fa Paolo: non voglio avere nulla a che fare con i soldi, per esempio, darei qualsiasi cifra a tutti. E poi non abbiamo mai litigato, mi fido di lui. Nella vita è un indeciso cronico, (basta vederlo davanti a un menù al ristorante), ma non lo è sui libri. Quando discutiamo a un certo punto lui scarta di lato e propone una scelta inaspettata. In quel momento cambia persino voce: sembra abitato da un daimon.
E in questo mestiere bisogna essere ispirati”.

Repetti: “È vero, siamo come il giorno e la notte. Severino ha il cellulare quasi sempre spento, io se non ricevo trenta chiamate al giorno mi deprimo. Lui ha un rapporto profondo con gli autori e con i testi, è il custode della casa, la vestale del tempio. Io sono quello che esce a procacciare la selvaggina. Ma nelle scelte editoriali Severino è spericolato quanto me”.

D’accordo, siete il gatto e la volpe. Partiamo proprio dalla spericolatezza che vi ha unito. Galeotta fu Theoria, la casa editrice dove vi incontraste: era destinata a fallire, ma fu un po’ la culla di Stile libero.

Repetti: “Sì. Era il periodo dei giovani scrittori: erano diventata una categoria estetica. Ma eravamo stanchi di vederceli soffiare man mano che raggiungevano un minimo di successo: sembravamo l’Atalanta della Juve”.

E così vi chiamò Einaudi.

Severino: “Avevamo preparato una lista: accanto ai giovani scrittori volevamo lanciare anche libri di saggi e varia che tracciassero una mappatura contemporanea dei nuovi saperi. In realtà era solo un fogliettino: Ammaniti, Vinci, Lucarelli e qualche altro. Il primo a chiamarci, in verità fu Ferrari, alla Mondadori, ma alla fine preferimmo l’Einaudi: per noi era il mito, l’adoravamo”.

Non foste accolti con grandi applausi.

Severino: “Ancora sento il gelo di quella riunione al famoso tavolo ovale. Ci fu un certo silenzio, qualcuno chiese: “Ah, Lucarelli chi?” Ma avevano una ricerca di mercato che diceva che il loro lettore stava invecchiando. E ci fu data fiducia. Giulio Einaudi ci appoggiava assolutamente, anche se silenziosamente. E poi Ernesto Franco, Giorgio Cavagnino e più tardi Enrico Selva Coddè ci hanno sempre sostenuto e ci hanno lasciato tutta la libertà che volevamo “.

Gli presentaste un progetto culturale un po’ irriverente… 

Repetti: “Noi sentivamo un cambiamento nell’aria. Sapevamo – anche se allora non era così chiaro come ora – che la crisi del Moderno riguardava anche l’editoria. Era finita l’autorevolezza delle élite e della tradizione letteraria. E di conseguenza della critica. Il canone novecentesco cadeva e con esso la pedagogia e la cattedra dell’autore. La nuova scrittura si presentava come una forma di surf onnivoro sul presente, libera dall’ossequio per i padri del passato. L’enciclopedia di riferimento dei giovani autori era eclettica: si erano formati sui classici, certo, ma nel loro universo c’erano anche fumetti, tv, cinema, videogiochi”.

Severino: “Il libro – e dunque l’editore – non era più centrale nella trasmissione del sapere. Una volta era l’albero da cui discendeva tutto. Ma già allora non c’era più, c’erano una serie di cespugli, una struttura rizomatica. Noi abbiamo cominciato a fare editoria percependo questa linea di faglia. Il nostro programma era trovare l’energia di questa frontiera, cercare un lettore nuovo, figlio di questa rottura.

Cercavamo libri possibili che ancora non c’erano. Barthes diceva che il signore sta nei trivi e nei quadrivi: noi cercavamo là. Ammaniti ha iniziato scrivendo Fango, e noi sentivamo in lui una potenza innovativa fortissima oltre a un dominio della forma. Era un cannibale, oggi è diventato un classico, un long seller letto a scuola, e siamo orgogliosi che sia successo anche grazie a noi”.

D’accordo, però qualche titolo di cui vergognarsi l’avete pubblicato… 

Repetti: “Vergognarsi no, ma diciamo che del libro del dj Albertino (1997) non vado fierissimo. E facemmo anche errori clamorosi: per esempio abbinare al saggio di Antonio Ricci sulla tv, che era una chicca, una videocassetta con il meglio di Striscia la Notizia.
Una follia. Però è vero che giocavamo anche con l’effimero: pubblicammo un epistolario d’amore uscito sul web tra due ragazzi. Molti storsero il naso. Paolo Fossati ci disse: bene, siamo passati da Jacopo Ortis a Norman e Monique. E anche con Gioventù cannibale ci dissero che esageravamo. Ma confesso che avevamo deciso di approfittare anche delle levate di scudi. Le polemiche ci facevano gioco: era saggio cavalcarle”.

Si, sappiamo che Stile libero padroneggia bene il marketing. E “gioventù cannibale” fu un grandissimo slogan. Ma dietro c’era qualcosa di reale? Non ne è rimasto molto…

Repetti: “Nego nel modo più assoluto: non era un’operazione di marketing, era pura editoria. È nella logica delle antologie segnalare una tendenza: che poi non tutti gli autori rimangano a galla è fisiologico. Quella raccolta è stata un successo perché raccoglieva la narrazione di un’antropologia inedita, squinternata, border line, che si affacciava per la prima volta sulle pagine di un libro, ma corrispondeva a qualcosa di reale”.

Severino: “Pensa che all’inizio la raccolta doveva chiamarsi Spaghetti splatter, ma con quel titolo quanti lettori avrebbe avuto? Solo quando trovammo il nome “gioventù cannibale”, che era una citazione di Andrea Pazienza, decidemmo di uscire. Ecco, in fondo il marketing fu tutto qui”.

Stile libero è decollata con loro, assieme ai comici e alla saggistica. Poi c’è stata la fase delle videocassette, con il clamoroso successo della Smorfia, di Benigni, il Vajont di Paolini, il teatro di Dario Fo e tanti altri. Infine è arrivata la fase del noir. Che oggi domina le classifiche: possibile che la letteratura esista solo nel segno della crime story?

Repetti: “È vero, su 10 libri di letteratura 5 sono legati al noir. Siamo nella fase della definitiva affermazione del crime italiano, che ha raggiunto una sua maturità e originalità. È facile capire perché: la nostra storia è piena di misteri irrisolti, siamo giocoforza appassionati di complotti. Il noir racconta un pezzo importante della nostra storia e del nostro Paese. Così si spiega il successo di autori come de Giovanni, De Cataldo. Per non parlare di Carofiglio. O di Nesbo, per gli stranieri.

Però abbiamo grandissimi risultati anche con la non fiction: basta pensare a Open di Agassi o a Così è la vita di Concita De Gregorio. La ricerca letteraria è molto più difficile oggi: ma non è certo un motivo per rinunciare alla qualità di autori come Giorgio Falco o Vitaliano Trevisan. Il nostro è un mestiere alchemico: bisogna miscelare ricerca e mercato “.

Quando siete nati, a maggio di 20 anni fa, nella top ten, guidata da Baricco con Seta, figuravano persino due libri di poesia (Kavafis e Leopardi). È vero che c’erano anche Giobbe Covatta e Maria De Filippi, ma erano gli unici due intrusi, tutto il resto era pura letteratura. Oggi abbiamo due autori youtuber e due libri di diete: i non-libri sono raddoppiati. Sugli scaffali regnano titoli leggeri e pop. Avete vinto, la vostra profezia ha trionfato. Fin troppo.

Repetti: “Io trovo questo un elemento di maturità dell’industria culturale italiana. Le classifiche dell’estero sono, se non peggio, come le nostre. Dobbiamo capire che è cambiato tutto. C’è un conformismo del gusto che trionfa e cresce. Un tempo c’erano i grandi bestseller mondiali. Ma oggi sono nati i gigaseller: fenomeni come Harry Potter, le Sfumature. Siamo in un altro mondo. Oggi vince il mainstream dell’intrattenimento globale “.

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