i vivi e i morti

I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento

I vivi e i morti ossia né i vivi né i morti, meglio ancora né la fiaba e nemmeno l’epica. Nega subito il nuovo poderoso romanzo di Andrea Gentile, I vivi e i morti (Minimum Fax) e lo fa partendo dalle fondamenta, prendendo subito le distanze da una fisicità e da una carnosità linguistica che lascerebbero subito dedurre un viaggio agli inferi del misticismo agreste e arso del Sud d’Italia.

Una fuga da quei luoghi dimenticati da Dio, e ancora abitati dall’uomo ricordati sempre e solo attraverso millenarie superstizioni e atroci privazioni, unici veri respiri possibili di un eterno fatto di ferite e terra bruciata.

Andrea Gentile declama una negazione per frammenti, ricostruendo in questo modo lo spazio fuggito tra un’istantanea e un’altra. Nega in sostanza un’origine per poterne non tanto liberarsene, ma per costruirne l’interpretazione muovendo la propria scrittura tra gli esergo di Omero, Béla Tarr e Franz Kafka. Uno sfaldarsi continuo sostenuto da un impianto solido, quello della sparizione, in cui le ombre divengono nel vuoto il cuore di un discorso dettato da accadimenti singolari e al tempo stesso occasionali. La ripetizione e l’accadimento vanno così interpretati come movimenti temporali sì causali, ma in sempre sostanziali e necessari alla storia.

I vivi e i morti non racconta né il vero né il falso e rifuggendo dal gioco banale e usurato della verosimiglianza, accetta la sfida di un discorso scollegato dagli uomini eppure totalmente immerso nei fatti naturali. Una sorta di doppia coscienza attraverso la quale Andrea Gentile matura un movimento ambizioso di racconto che non contempla alcuna visione prospettica, come in un vecchio teatro di carta. Dentro a I vivi e i morti tutto è schiacciato in primo piano, ma al tempo stesso tutto è tridimensionale e vivido, compito dello scrittore scultore è dare la luce al momento giusto.

I vivi e i morti oltre che un romanzo totale è anche infatti una dichiarazione su come il romanzo contemporaneo non possa essere, ma sia costretto ad essere e debba dunque esistere quale oggetto assoluto e realmente materico. Tuttavia si rischia di fraintendere il lavoro letterario di Andrea Gentile se lo si legge con lo sguardo antropologico che l’ambientazione apocalittica di Masserie di Cristo e di Monte Capraro potrebbero indurre. Certamente esiste un retroterra che respira del lavoro e delle intuizioni di Ernesto De Martino e di Roberto Leydi, di Giuseppe Cocchiara e di Alberto Mario Cirese, ma l’azione di letteraria elaborata da Andrea Gentile va rintracciata partendo dal suo penultimo lavoro, Volevo tutto: la Vita nuova (Rizzoli) che solo apparentemente pare un’estraneo all’interno di un percorso che vedrebbe un sicuro collegamento tra I vivi e i morti e l’esordio (in verità linguisticamente e concettualmente lontanissimo) L’impero familiare delle tenebre future (Il saggiatore).

Volevo tutto segnava infatti il salto di un autore che attraverso l’accettazione di una contemporaneità incontenibile sa recuperare il passato e i suoi movimenti all’interno di una continua mobilità evitando con cura le facili riduzioni consolatorie e anche lasciando per strada le ambizioni letterarie oggi quasi sempre imitative e mai capaci di un afflato originale.

L’incontentabilità si trasforma ora nella disperata forma del frammento che riluce quale elemento archeologico di una storia millenaria inutile da raccontare, perché non già nota, ma perché già potente nelle sue possibili rifrazioni. I vivi e i morti agisce allora sulla negazione come strofinamento della realtà percepita, diffida appunto dei sensi per ricercare ostinatamente un senso nonostante l’inquietante e terribile possibilità che proprio al senso, al significato ricercato con così tanta fatica non si appartenga più.

Un romanzo efficace, dentro al quale le intuizioni si fanno subito vivide, un testo in cui la scrittura non si concede mai ad un banale saggismo o peggio ancora ad un superficiale citazionismo di maniera, ma anzi capace di rilanciare sempre con inquieta leggerezza e rapida ironia.

Un romanzo ricchissimo e godibile, teatro di luci e di umbratili presagi che ricordano a tratti l’enigmatico e ridente cinismo di alcune pellicole di Ingmar Bergman. I vivi e i morti agisce sul nulla, sul dimenticato, sull’essere stato, su un passato che è puro scivoloso presente. Un lavoro letterario prezioso ed originale che non contempla facili paragoni, ma prova una volta tanto ad aggiungere la propria voce senza doverla mischiare nel coro.

Giacomo Giossi è responsabile editoriale di cheFare. Scrive per quotidiani e riviste.
Commenti
Un commento a “I vivi e i morti: la ripetizione e il frammento”
  1. Mario Golena scrive:

    ovvero: come recensire un libro di cinquecento pagine leggendo solo la bandella

Aggiungi un commento