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Identità molteplici. “Appartenersi” di Karim Miské

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Questa intervista è stata realizzata all’ultimo Salone del libro di Torino (fonte immagine).

Karim Miské non ha sostituito l’appartenenza all’essere. Regista di documentari e scrittore, nelle pagine dense di Appartenersi (Fazi, 96 pagine, 15 euro) racconta una conquista faticosa, dolorosa e feconda: ostinarsi a rifiutare quel posto di bastardo che il nonno francese, prima della società, gli assegnò.

Tutti pensavano che si fosse abituato alla figlia insieme a quell’arabo. All’ultima curva della vita invece scaricò sul nipote quella parola, bastardo, che secca negava quell’unione e la dote di un amore bicolore.

Miské, classe 1964, è nato ad Abidjan; padre mauritano, diplomatico, musulmano e madre francese, atea, femminista e militante comunista. È cresciuto a Parigi, per poi trasferirsi a Dakar per gli studi di giornalismo. Lui, affetto da una sana impossibilità di aderire, si è addossato il peso della differenza, tenendolo alla giusta distanza. Se Arab Jazz è il romanzo poliziesco d’esordio che l’ha fatto conoscere, Appartenersi sfugge a una classificazione univoca: è saggio di alta qualità, memoir intenso, nonché testimonianza politica.

Miské, il suo libro è pieno di domande simboliche, alle quali lei nel tempo si è sottratto. Ne cito una su tutte: «Dove vuoi fare il servizio militare, in Francia o in Mauritania?»

«C’è qualcosa di impossibile in questo conflitto. Tutte le società si attendono un’adesione piena a un’identità dominante. La domanda mi venne posta da un’amica di mia nonna, francese, bianca, colta e ricca. E aggiunse: “Con ti schiereresti in caso di guerra fra i due paesi?” Mi sono formato nel rifiuto delle domande errate. La stessa società francese, in cui sono cresciuto, mi collocava nel posto riservato agli stranieri. Mi guardava come uno straniero per la mia quota parte di origine araba. Non posso essere trattato come un paria e al contempo dovrei rivendicare pienamente un’identità francese.

La mia storia personale costituisce una problematica universale. Le società sottopongono scelte troppo grandi e contrarie a quel che servirebbe per risolvere l’impossibilità dell’identità. E dunque ho dovuto inventare uno spazio per un’esistenza piena. Penso che tuttavia si possa arrivare a costruire sé stessi dentro a questo combattimento».

Appartenersi danza sull’ambivalenza dell’assimilazione, talvolta mossa dal desiderio di percepirsi inclusi, e il senso di estraneità che inquieta. In che modo ha risolto tale condizione complessa?

«La società contemporanea avrebbe dovuto superare tutto ciò, mentre si ritorna a forme arcaiche di appartenenza tribale. L’uomo è un animale sociale, che vuole profondamente appartenere per non ritrovarsi davanti alla propria nudità. L’estraneità è un sentimento pericoloso, davanti al dominio dell’idea della maggioranza silenziosa, una sorta di totalitarismo. In epoche di crisi la differenza non passa sotto silenzio, non la si contempla: diventa un rischio da marginalizzare.

La società fatica ad accettare le eccezioni. Accettare di fermarsi su un’identità, quando tutti ne abbiamo molteplici, equivale ad accettare una violenza contro sé stessi. Questa visione dell’identità sdogana la violenza contro l’altro. La considero un modo di esternare la stessa violenza subita accettando di essere interamente dentro a una identità. Ho deciso che sarei stato il granello di sabbia nell’ingranaggio dell’identità».

Qual è la sua reazione davanti allo specchio fisico e a quello ambiguo dello sguardo degli altri?

«Lo specchio ha rappresentato sempre qualcosa di pericoloso, perché ricordava la mia diversità. Non assomigliavo agli altri nonostante crescessi nello stesso paese, frequentassi le stesse scuole e vivessi in una famiglia anche francese, bianca. Quando mi guardavo allo specchio volevo dimenticare, però c’erano gli sguardi degli altri a sostituirlo, a rinviare alla mia estraneità. L’unico specchio che non può essere rotto è lo sguardo altrui. Era davvero troppo accettare di essere uno straniero nella mia società. È troppo da domandare a un bambino a un adolescente di essere straniero fra i propri coetanei.

Ho avuto la tentazione di ricercare l’alterità a cui mi si rimandava. A quindici anni andai per la prima volta in Mauritania. Lì non accettai di essere membro di un gruppo dominante, che conservava tracce profonde del periodo schiavista. L’inclusione sarebbe equivalsa alla negazione di me stesso: ho coltivato l’arte del rifiuto».

Suo padre seppe stare dentro alla contraddizione?

«Ha subito il razzismo per quanto fosse un nobile del deserto appassionato di poesia, un diplomatico, un giornalista e un rivoluzionario. Viveva la contraddizione a modo suo. Si era sempre opposto alla schiavitù, pur essendo capace di vivervi dentro, al suo posto di padrone. Una posizione dentro-fuori che gli calzava a pennello e che ereditavo mio malgrado».

Che cosa intende quando qualifica come disfunzionale l’amore della sua famiglia?

«Devo premettere che definisco la famiglia come un’unione di follie. Disfunzionale perché sono cresciuto come se non avessi problemi. Ma un problema c’era ed ero io, il bastardo. E non lo si poteva ammettere, perché dirlo avrebbe significato non accettarmi. I miei nonni materni francesi mi amavano profondamente, quanto mio padre. Mio nonno mi ha dato molto affetto, ma ero inaccettabile alla radice. Amava anche sua figlia, che era mia madre. Era moderno, non si permise di non accettare il matrimonio. Era però schiacciato da una contraddizione per lui irrisolvibile».

Nella letteratura
ha trovato una patria utopica, che non le chiede scelte impossibili?

«Sì, una patria elettiva, un’utopia che non sarà mai realizzata. È una maniera di resistere a questa ipertrofia odierna delle identità e delle appartenenze. Trovare un luogo che sia comune. Appartenere al paese della letteratura, quello cartografato da Bradbury e Truffaut. Farenheit 41, un mondo distopico dove i libri sono vietati, spietatamente distrutti e dove un pugno di resistenti ostinati li imparano a memoria, diventando uomini-libri, i portatori del meglio dell’umanità; il senso della trasmissione a qualcuno che un giorno potrà nuovamente scrivere.

Oskar Werner, Julie Christie e gli altri che girano in cerchio nella foresta declamando Guerra e Pace o Madame Bovary, ecco un’umanità profonda, una patria degna di questo nome, minimalista e desiderabile. Forse per diventare un cittadino a modo mio mi sedetti davanti a una tastiera e si presentò, Ahmed, l’eroe sentimentale e borderline di Arab Jazz, il mio primo romanzo».

Appartenersi non è un racconto di tribolazioni, c’è dentro tanta ricchezza. La può illustrare?

«La mia formazione è stata estremamente ricca, è la ricchezza che mi ha alimentato e mi ha donato l’opportunità di conoscere due mondi dall’interno. Questo libro non è una lamentazione. C’è stata un’asprezza che mi ha segnato e ha contribuito alla persona che sono. Devo ammettere che la volontà inclusiva della società mauritana, quand’anche era evidente che non fossi uno di loro, è stata seducente e toccante».

Perché avverte distanza da Barack Obama?

«La scelta di appartenere che è stata anche di Obama, cioè di scegliere come identità una sola delle due parti, non faceva al caso mio. Nel contesto americano non aveva altre scelte. In Francia la credenza sull’universalità è fondata su una menzogna niente male, qualcuno ci crede e si può rivendicarla. Negli Stati Uniti la razza è una realtà. Dalla mia storia ho preteso di potermi considerare in modo differente, mi sono sottratto al ricatto identitario».

Gabriele Santoro, classe 1984, è giornalista professionista dal 2010. Si è laureato nel 2007 con la tesi, poi diventata un libro, La lezione di Le Monde, da De Gaulle a Sarkozy la storia di un giornale indipendente. Ha maturato esperienze giornalistiche presso la redazione sport dell’Adnkronos, gli esteri di Rainews24 e Il Tirreno a Cecina. Dal 2009, dopo un periodo da stageur, ha una collaborazione continuativa con Il Messaggero; prima con il sito web del quotidiano, poi dal dicembre del 2011 con le pagine di Cultura&Spettacoli.
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