Identità tornado

Questo articolo è apparso su Repubblica.

A Los Angeles, in California, c’è un cratere in eruzione. Questo cratere non genera lava: genera immaginazione narrativa, un magma di intuizioni sempre diverse l’una all’altra. Talmente diverse – fermo restando il denominatore comune del romanzo – da far pensare che dietro narrazioni così difformi non possa che esserci una molteplicità di sguardi e non un’unica mano in grado di passare, sempre con impressionante coerenza stilistica, da un western aspro e contemporaneo come Ferito a un thriller satirico che demistifica le fondamenta del nostro Occidente come Deserto americano, fino allo sperimentalismo ironico di Glifo.

Eppure questo cratere è uno solo, si chiama Percival Everett, ha cinquantaquattro anni, oltre venti libri all’attivo, sei dei quali pubblicati anche in Italia. L’ultimo in ordine di tempo, ancora edito dalla casa editrice Nutrimenti e tradotto da Marco Rossari, è Non Sono Sidney Poitier. Che, per quanto possa apparire paradossale (e deve apparire paradossale) corrisponde a nome – Non Sono Sidney – e cognome – Poitier – del protagonista nonché voce narrante del romanzo.
Non Sono Sidney viene partorito nel 1968, podalico, dopo due anni di gestazione, buona parte dei quali impegnati dalla madre in una gravidanza isterica; è di padre ignoto ma ha una somiglianza che si fa sempre più evidente man mano che cresce: quella, guarda caso, con Sidney Poitier, l’attore hollywoodiano, oggi ottantatreenne, interprete di film memorabili e primo afro-americano a vincere un Oscar. Portia Poitier, non si sa se per sfida o per perfidia, battezza il suo bambino così: con una negazione, con un’inesorabile presa di distanze. Con la condanna a poter dire soltanto chi non si è, diffondendo sulla propria identità essenziale un’ombra scurissima. L’infanzia trascorre e quando Non Sono Sidney ha undici anni Portia muore facendone un orfano. Il più ricco degli Stati Uniti, probabilmente, considerato che per effetto di un investimento della madre Non Sono Sidney eredita una sostanza che nel corso del tempo non farà altro che aumentare indefinitamente permettendogli di concentrarsi su un unico definitivo tormento: darsi una direzione, un obiettivo. Darsi, cioè, un senso.
La frequentazione con Ted Turner (proprio lui, il fondatore della CNN, accompagnato da una Jane Fonda che nuota assorta e indistruttibile in piscina) e poi, acquistato l’accesso al college, con un docente di Filosofia dell’assurdo che risponde, combinazione, al nome di Percival Everett, costituiranno soltanto la premessa dell’avventuroso apprendistato alla vita di questo anomalo Wilhelm Meister d’oltreoceano.
Via via che la narrazione si sviluppa rapsodica e picaresca, Everett (lo scrittore, non il personaggio) ci dimostra che una trama non è qualcosa a cui subordinarsi, una regola ferrea da rispettare, bensì materia da mettere in torsione, da slogare, così tanto da far saltare in aria, serenamente, ogni ragionevolezza e porre Non Sono Sidney nelle condizioni di dover indagare sul proprio omicidio, ancora coadiuvato da Ted Turner e Percival Everett (il personaggio, non lo scrittore), un vero e proprio Groucho Marx bicefalo in grado di imporre al romanzo un impulso centrifugo, una sistematica dispersione di senso laddove Non Sono Sidney fa di tutto, ostinatamente centripeto, per raggiungerlo, questo benedetto senso.
E così, tra scene che rimandano ai grandi successi di Sidney Poitier (si intravedono in filigrana, tra gli altri, La parete di fango, I gigli del campo, La calda notte dell’ispettore Tibbs e Indovina chi viene a cena?) e la programmatica formulazione e distruzione dei cliché razzisti, tra acrobatiche contorsioni logiche in forma di gag tutte le volte in cui gli tocca presentarsi a qualcuno e arresti, rilasci, fughe, fidanzamenti interrotti e un tornado (che, come nel finale di A Serious Man dei Fratelli Coen, è l’incanto nel quale tutto si emulsiona e si rivela), Non Sono Sidney, nello smaterializzarsi di ogni cosa intorno, arriva a Los Angeles, raggiunge un palco e riceve tra gli applausi del pubblico una statuetta placcata d’oro. In quel momento, nel luogo degli onori, Non Sono Sidney comprende qual è stato e sarà sempre il suo (il nostro) inevitabile onere: restare all’ombra di quella cosa che chiamiamo – perlopiù idolatrandola – identità. Non Sono Sidney sa che non c’è dato altro che vivere in una frattura irricomponibile, nel crepaccio buio del senso. Percival Everett (lo scrittore e il personaggio) sa che ognuno di noi è quello che non riesce a dire e che forse non si può dire. Sa che ogni volta che diciamo io si sentono stridere e scricchiolare gli specchi, sa che l’identità, per restare identità, deve essere movimento, attrito, tremore, perfino tornado, e sa che la letteratura è un meraviglioso strumento che ci siamo inventati per darci una forma e un senso (o per osservare l’insensatezza in tutta la sua maestosità). Sa che noi, nessuno escluso, Non Siamo Sidney Poitier.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
5 Commenti a “Identità tornado”
  1. sara scrive:

    Bello, grazie.

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  1. […] straordinario scrittore (il quale, nel frattempo, come il vulcano di cui parla Giorgio Vasta in questa recensione uscita su “Repubblica”, ne ha già partorito un altro). Sono felice che […]

  2. […] Identità tornado (di Giorgio Vasta) […]

  3. […] niente in questo commento, cialtrone di un Cornelio Nepote! Domando scusa, e vi segnalo questo buon riassunto scritto da Giorgio Vasta. […]



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