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Il banco nazionale

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Photo by Ivan Aleksic on Unsplash

di Simone di Biasio

Una quindicina di anni fa, al quarto anno di un liceo di provincia, con i compagni di classe decidemmo, nel breve intervallo che separa la fine di una materia dall’inizio dell’altra, di giocare un tiro alla prof d’inglese. Due di noi spostarono così la cattedra in fondo all’aula e altri sostituirono quello spazio vuoto con uno dei nostri banchi.

Quando arrivò l’insegnante, bassa statura con occhiali tondi su naso con gobbetta e chiara incapacità di padroneggiare la classe (e la lingua), di fronte a quell’inedito assetto ci domandò con aria ironica: “Credete di essere simpatici? Rimettete tutto a posto”. Fu clemente: nessuna nota sul registro. Ma noi non volevamo essere simpatici, e forse non volevamo nemmeno dire quello che sto per scrivere.

Epperò, nostra boutade a parte, i ruoli alla fine si sono davvero capovolti, o comunque più allineati, sebbene la cattedra sia rimasta sempre al suo posto e Della Loggia abbia provato persino a tirare fuori dalla loggia il ritorno del predellino. Forse quella mattina a scuola, nel nostro piccolo, e inconsapevole, stavamo spostando fisicamente il power point, come direbbe Michel Serres, lo stavamo rendendo “diffuso”: «Una volta lo spazio dell’aula si configurava come un campo di forze il cui centro orchestrale di gravità si trovava sulla pedana, nel punto focale della cattedra, letteralmente un power point. L’aula di una volta è archiviata, anche se si vedono ancora aule fatte solo così, anche se non se ne sanno costruire di diverse».

Da anni si parla di “classi capovolte”, come quella che provammo a disegnare semi-ignari. Si parla di classi senza muri, ma una cosa resta lì, sebbene ora si muova: il banco. Possibile che nessuno abbia ancora mai scritto una “storia del banco”? In pedagogia, ad ogni modo, la discussione è assai annosa e, al solito, spesso lontana dalla realtà. E la questione (pedagogica e non soltanto), a grandi linee, è sempre stata una questione di spazi, di posti, di banchi. Come in questi giorni incerti, alle soglie dell’anno scolastico 2020/2021, che si preannuncia tra i più tormentati della storia dell’uomo e della scuola.

Abbiamo tutti postato meme sui banchi con le rotelle postpandemici, dileggiato apertamente l’Azzolina nazionale. Ma come, il banco è pensato per fare stare fermo al suo posto e adesso lui deambula? Il banco viene incontro agli scolari? Da che doveva essere casa, il banco nel tempo si è fatto covo, trincea, casa sull’albero. È “sotto” il banco che vive lo studente: pizzini, chewingum, persino segnali di fumo, nel tempo gli smartphone – coi suoi continui e fallimentari tentativi di estromissione. Lo studente costretto in quella posizione e con quello strumento ha imparato a conviverci (come oggi dobbiamo convivere con), se n’è impossessato, per sua fortuna.

«Esiste un piccolo crostaceo, il paguro, che, essendo nudo, sceglie una conchiglia vuota e vi si adatta dentro: quando è cresciuto e la conchiglia si è fatta troppo stretta, esce fuori e s’interna in una più grande. Ciò il paguro lo fa da sé, senza uno scienziato che lo misuri e un maestro che gli scelga la conchiglia. Ma un bambino, per noi e per la scienza, è inferiore a questi ignobili invertebrati!». Il paragone paguro-bambino è opera di Maria Montessori (di cui quest’anno si celebrano i 150 anni dalla nascita) e l’accostamento nasce proprio in riferimento al rigore scientifico con cui si son sempre costruiti i banchi di scuola.

Nel saggio “La scoperta del bambino” la donna che ha cambiato il volto dell’educazione sostiene che tale «principio di repressione estesa talora fino quasi alla schiavitù, informando gran parte della pedagogia, ha informato anche lo stesso principio della scuola. Una prova – il banco. Ecco per esempio una luminosa prova degli errori della primitiva pedagogia scientifica materialistica, la quale s’illudeva di portar le sue pietre sparse alla riedificazione del piccolo, crollante edificio della scuola. Esisteva il banco bruto e cieco ove si ammassavano gli scolari: viene la scienza e perfeziona il banco […] costruito in modo che il fanciullo sia il più possibilmente visibile nella sua immobilità: tutta questa separazione ha l’intento occulto di prevenire gli atti di perversione sessuale in piena classe, perfino anche negli asili d’infanzia. […] Su questa via i banchi progrediscono in perfezione: tutti i cultori della cosiddetta pedagogia scientifica ne idearono il modello; non poche nazioni andarono orgogliose del loro banco nazionale».

Il banco nazionale. Il banco di prova. Visti i possibili movimenti, i saltimbanchi delle anime nostre. Linguisticamente il banco ci offre molte prove. Questo “dispositivo” didattico oggi è in crisi, e la pandemia non è la causa, bensì un acceleratore. Riprendendo ancora il Serres di “Non è un mondo per vecchi”, «la focalizzazione verso la pedana dove il portavoce richiede silenzio e immobilità riproduce, nel dominio pedagogico, quelli dell’aula di tribunale verso il giudice, del teatro verso la scena, della corte verso il trono, della chiesa verso l’altare, della casa verso il focolare, della molteplicità verso l’uno»[1]. Il banco è in crisi. Ed è, peraltro, già musealizzato, come si può notare visitando il Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università di Roma Tre, in cui è riprodotta fedelmente una classe delle “scuolette” dell’agro romano di inizio Novecento.

Più o meno gli stessi anni in cui Montessori già sosteneva che «è una conquista di libertà quella che occorre; non il meccanismo di un banco. Che se pure il banco fosse utile allo scheletro del bambino, esso sarebbe dannoso all’igiene dell’ambiente, per la difficoltà che presenta a essere rimosso per le pulizie; mentre il piano su cui il fanciullo posa i piedi, non potendosi sollevare, accumula il pulviscolo trasportato dalla strada ogni giorno da tanti piccoli piedi. Oggi il mobilio delle case si trasforma nel senso di divenir più leggero e semplice, affinché possa rimuoversi tutto con facilità, ed essere possibilmente pulito ogni giorno, se non addirittura lavato: ma la scuola è sorda alle trasformazioni dell’ambiente». Ancora questioni di igiene, o di igienizzazione per meglio dire, di iperigienizzazione a voler stradire. Non sappiamo cosa sarà dopo il banco, ma sappiamo che possiamo provare a immaginarlo.

Immaginarlo in movimento. Socrate non concepiva l’insegnamento se non camminando, se non spostandosi. Apprendere è prendere, afferrare qualcosa: fermi è più difficile. Si può sostare soltanto dopo aver percorso. Non a caso parliamo di “percorsi” di studio: la parola è sempre la sua etimologia, il viaggio che ha fatto nella lingua. Il banco ambulante, da me medesimo visto inizialmente con occhio interrogativo, offre in verità una qualche possibilità, rappresenta ad ogni modo una novità, in un certo “moto”. Inutile immaginarsi studenti scorazzare sui monobanchi-pattini, è soltanto un sogno. “La ruota è un estensione del piede”, secondo Marshall McLuhan che letteralmente disegna, insieme a Quentin Fiore, anche un nuovo modello di istruzione nel suo “anti-libro” del 1967 dal titolo “Il medium è il massaggio” (nessun errore di battitura, proprio “massaggio”, mass/age nell’originale): «Di fronte a una situazione completamente nuova, tendiamo sempre ad aggrapparci agli oggetti e ai sapori del passato più recente. Guardiamo il presente in uno specchietto retrovisore». Silenzio, qualcuno potrebbe avere l’idea di impiantare uno specchietto retrovisore a questi banchi ambulanti, e chissà cosa potremmo vederci.

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[1] M. Serres, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, p. 34

Commenti
Un commento a “Il banco nazionale”
  1. PORCU SILVANA scrive:

    Il banco?
    In 30 anni non ne ho mai visto uno vagamente ergonomico.
    Le cattedre: sgarrupate.

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