The Girl Is Mine (USA 7'' SIngle)

Il Baronetto e il Re

Scenario country americano anni ’30. Un uomo e una donna col megafono. Stanno cercando di vendere una bibita che promette di migliorare la forza muscolare di chi la manda giù. «Provatela, signori!». Un ragazzetto nero si avvicina timidamente, talmente debole da non riuscire ad aprire la bottiglia. Lo aiuta l’ambulante; il ragazzo tracanna il liquido, sfida a braccio di ferro un omaccione muscoloso, lo batte. La bevanda miracolosa va a ruba.

Be’, se la scena suona familiare, è perché il commerciante è Paul McCartney e il ragazzetto è Michael Jackson. È l’inizio del videoclip di Say Say Say. Cinque minuti scarsi che in un certo senso racchiudono – almeno a livello simbolico – l’apice della pop music più opulenta, la grandeur di quella fase arlecchinesca e spensierata e sembrerebbe tanto rimpianta. Insomma, è la massima estensione, o quasi, dell’Impero, di quell’Impero. Siamo nel 1983, nel cuore in technicolor degli anni che hanno visto il bang-bang planetario/onnivoro della cultura pop, dei mega-video girati a suon di dollaroni sonanti trasmessi da Mtv, e a esibirsi ci sono due altezze reali del genere: la giovane star nera, reduce dal trionfo intergalattico di «Thriller»,e il baronetto ormai non più rampante, ma ancora erede e continuatore a modo suo dell’epopea beatlesiana (John Lennon è morto da tre anni). Il giochino della collaborazione monstre tra colossi c’era già stato e si ripeterà ancora. Anche resuscitando le anime morte (Sinatra, Lennon, Mercury). Anche in questi ultimi anni rantolanti e pieni di controfigure (Beyoncè e Lady GaGa). Ma in quei pochi minuti c’è una miniera. Pare che il regista del videoclip abbia affermato: «con gli ego di quei due avremmo potuto riempirci una stanza».
Eppure, come per tutte le vette imbiancate e marmoree o persino di plastica che si rispettino, anche Say Say Say ha dentro l’avviso incombente della corruzione in arrivo, della fine irrimediabile di un’epoca.

L’ironia è che sono almeno dieci anni che il recupero musicale degli Ottanta va alla grande, tanto che ormai si può parlare di due decenni distinti: quello reale, ammazzato e sotterrato da «Nevermind», e quello parallelo, che si è sviluppato a partire dalla fine degli anni Novanta riemergendo dalla cassa da morto più vivo che mai (tipo Eddie, lo zombie-simbolo degli Iron Maiden, che riemerge dalle viscere della terra nella copertina di «Live After Death», 1985). Personalmente, ero lì che guardavo Tmc2 nel ’98 o ‘99 e già parlavano di revival anni Ottanta, a proposito di una…ehm, un tantino ridondante cover di un pezzo degli Heaven 17, Let Me Go. Mi sembrava già sospetto: se rivalutano questa roba adesso, che faranno nel 2010? Ci sono arrivato da vivo, e la risposta alla domanda è stata l’ennesimo programma trash-revival in onda su Italia1 l’estate scorsa sul tema eighties.

Say say say è una canzoncina innocua, commercialmente perfetta, in cui le parti di McCartney e Jackson si incastrano in un certo senso alla grande. Il tono vacuo e melenso di un McCartney anni luce lontano da Helter Skelter cede all’irruenza ritmica e fisica della giovin popstar, e così via. Non c’è un vero ritornello, il che a onor del vero impreziosisce la canzone. Il video racconta di una truffa, seppure a fin di bene (e a occhio e croce, gli anni Ottanta sono stati una grande truffa, e certo non a fin di bene; noi italiani ne sappiamo qualcosa). Poi, come in ogni video di Michael Jackson che si rispetti, arrivano i bambini: succede infatti che i soldi raccattati vendendo questa bibita falsamente miracolosa vengano ceduti a un orfanotrofio. Più avanti, compare sullo schermo una delle sorelle di Michael, LaToya Jackson, seduta al tavolino di un cabaret mentre i due protagonisti si esibiscono in una scenetta. Ad affiancarli c’è Linda, moglie di McCartney, sua musa amatissima, sodale nei Wings, eccetera. Poco prima, durante la preparazione al numero, Jackson si sporca accidentalmente con un po’ della schiuma da barba usata da Paul; l’effetto del bianco sul volto all’epoca ancora nero e imberbe di Michael è accompagnato da una simultanea smorfia di meraviglia. La canzone si chiude con lo sceriffo del villaggio che scopre i due Robin Hood, i quali però riescono a fuggire vestiti di tutto punto.

E allora adesso stacchiamo queste figure dallo sfondo bucolico/da età dell’oro in cui sono incastonate, dal profondo ventre lievemente funkeggiante del videoclip di Say say say – diventato nel frattempo un must degli «Ottanta paralleli» grazie alla programmazione di Mtv Gold, il canale che il network americano dedica in loop ai grandi successi del passato. E vediamo, oltre la rappresentazione nostalgica del decennio, oltre il fischiettare una melodia che non poteva che essere fischiettabile, dove sono finiti i protagonisti di quel piccolo mondo country, microcosmo rappresentativo della belle èpoque del pop, partendo proprio dal mezzo senza cui tanto sfarzo produttivo (500.000 dollari) non avrebbe avuto ragione di esistere.

Mtv. Video Killed The Radio Stars, la canzone dei Buggles con la quale il canale americano aprì le danze nel 1981, la raccontava troppo semplice. Non ricordo chi ha scritto che Lester Bangs è morto in tempo per non vedere Mtv. Forse Dave Marsh. La verità è che il peggio doveva ancora arrivare. Adesso la musica è spesso un triste mordi&fuggi, i pc sono pieni di discografie nelle quali si skippa che è una meraviglia, le canzoni sono ridotte a suoneria del cellulare, e Mtv si è adeguata: la programmazione musicale è sempre più striminzita, stretta tra vuote serie teen-oriented e reality oscenamente demenziali, il rock relegato a nicchia notturna infrasettimanale, per il resto è tutto un trionfo ripetitivo e vuoto di melodie da strapazzo partorite dal cantante-da-reality-di-turno. O dagli U2, quando va bene, e ormai neanche troppo.

Michael Jackson&Paul McCartney. I due eroi di Say Say Say hanno intrecciato le loro carriere e i loro affari in altri momenti, a partire dalla collaborazione in The Girl is Mine, contenuta nel Disco Più Venduto Di Tutti I Tempi, «Thriller» . E poi, all’apice della propria potenza economica, l’imperiale Michael, il 14 agosto 1985, acquistava per la cifra di 47,5 milioni di dollari i diritti dell’intero tintinnante catalogo dei Beatles. Ricacciando nelle soffitte polverose di ogni giornalista dell’NME qualsiasi British Invasion gli fosse mai venuta in mente. Non lo fareste anche voi? Ad ogni modo, tanta tracotanza non verrà ben ripagata. Assediato dai debiti, dagli avvocati, dalle accuse, Jackson sarà costretto a rivendere i diritti nel 2006.

Michael Jackson Quella macchia di schiuma da barba che per un istante è ripresa nel video di Say Say Say… ha assunto nel corso degli anni una sinistra fisionomia profetica. Non che suoni così bene, la Profezia Della Schiuma Da Barba. Però Michael ha cominciato a perdere parallelamente al suo percorso di sbiancamento: che alla base della progressiva trasformazione grottesca di Jackson in un alieno pallido e smorto (in un certo senso la versione sbiadita degli zombie che hanno inaugurato la sua carriera musicale ad altissimo livello nel video di Thriller) siano state cause fisiche (il tentativo maldestro di arginare l’incedere della vitiligine, come pare che effettivamente sia stato) o chissà che altro, non importa. Ancora nel 1984 veniva ricevuto a corte da Ronald Reagan, e non c’è bisogno di dire chi dei due sembrasse più fico e importante. Poco prima s’era ustionato durante le riprese di uno spot girato per la Pepsi (i primi interventi chirurgici risalirebbero a questo periodo). Ma se abbiamo parlato di Say Say Say come di una vetta simbolica per la musica pop, l’apice personale di Jackson si materializza nel 1985, quando riesce a far cantare la stessa canzone a Bruce Springsteen, Cindy Lauper e Bob Dylan (e svariati altri). A fin di bene. A fin di bambini. Come nella truffa orchestrata nel videoclip di Say Say Say. Il resto è fatto di qualche trionfo e di tutto quello che ha portato al giugno 2009.

Paul McCartney Me lo ricordo, Paul, nel duemilatre, di spalle al Colosseo d’arancio illuminato. E a dispetto della celebre leggenda metropolitana che lo vorrebbe morto nel 1966, era in splendida forma. Me lo ricordo, mentre con una specie di sorriso sardonico introduceva Something e diceva: «questa è per il mio amico George». Ecco Lady Madonna: «questa è per il mio amico John». E poi My love, dedicata a Linda, scomparsa nel 1998. Morto il primo manager, Brian Epstein, morto Lennon, morta Linda, morto Harrison, morto Jackson, resta Paul McCartney. Quando ha compiuto 64 anni, i beatlemaniaci sparsi nelle redazioni giornalistiche di mezzo mondo lo hanno celebrato ricordando When I’m Sixty-Four, direttamente dal «Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band». Di recente, un bell’articolo su «Blow up» ha provato a rilanciare lo sdoganamento definitivo dell’opera solista di McCartney presso il pubblico italiano più snob&alternativo. Le silly love songs e le sperimentazioni strambe degli anni Settanta, il baratro commerciale anni Ottanta, la ripresa classicheggiante dei Novanta, ben condensata nella splendida Beautiful Night, 1997.

Proprio in quell’articolo è riportata una celebre frase di Lennon: «Paul scrive canzoni per ziette». A furia di scrivere canzoni per ziette, Paul è diventato la zietta del rock.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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