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Il B&B del raccapriccio

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di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato – arrangiato almeno quanto tutto il resto – cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

È il classico gruppo di americani. Sono amichevoli e un poco sbruffoni verso gli italiani. Con le maglie della Nike e le scarpette da ginnastica troppo grosse e colorate sembrano gli attori in costume di un film storico che rievoca i fasti dell’America. Ma tutto sommato quello a cui penso davvero mentre accompagno gli americani dentro casa mia – mentre mi chiedono la strada più veloce per il centro storico e qualche dritta su un buon ristorante -, è che questo B&B andrebbe chiuso all’istante. Se gli americani potessero vedere tutto quello che vedo io, dentro queste stanze.

Le camere da letto singole sono le cellette nelle quali io e mia sorella abbiamo trascorso le rispettive adolescenze: della sua mi ricordo solo giacche con le spalline provate e riprovate davanti allo specchio, e qualche posacenere nascosto dentro l’armadio; della mia eiaculazioni a non finire sulle commedie sexy con Nadia Cassini e Gloria Guida, e discussioni disperate con la mia ombra riflessa sul muro. Poi tante altre cose spiacevoli, per lo più mediche: malattie infettive lenite con caramelle di zucchero e figurine, quasi peritoniti, denti cariati, tonsille operate in ritardo, strappi muscolari e fratture ossee, coliche renali, bronchiti e sinusiti. Tutte cose entrate in casa e, ne sono sicuro, mai uscite.

Ma è quando gli americani entrano in cucina che davvero ho un brivido: lì c’è il lavello dove mia madre immergeva i piatti sporchi dopo cena, e con le mani devastate da una psoriasi nervosa cercava di lavarli, per poterceli rimettere sotto al naso il giorno dopo. I pranzi e le cene delle famiglie perbene: esiste qualcosa di più triste? Ho ancora davanti agli occhi certe composizioni alimentari da groppo in gola, polpette disperate, fritti angosciati, pizze malinconiche.

Un americano si sofferma sulle regole del B&B appese al muro. Sembra molto soddisfatto perché la prima regola dice che “è vietato fumare”. Mi viene da ridere alla sola idea: per oltre trent’anni questa casa è stata abitata da un uomo – mio padre – che a causa di una depressione furiosa non ha praticamente fatto altro che fumare tra pacchetti di Muratti al giorno. Se chiudo gli occhi quella puzza di sigaretta la sento ancora, è qui anche adesso, implacabile. Questa casa va a nicotina, e non so come gli americani possano non accorgersene.

Allo stesso modo, nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a rinchiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E le copiose emorragie mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? Non si immaginano gli americani di tutti gli sbuffi d’ira o d’impazienza che comunque vada continueranno ad aleggiare in corridoio? Di tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella e mio? E soprattutto, nella camera da letto grande, quella cioè dei miei genitori, non avvertono in sottofondo le sinfonie di Beethoven eseguite come in loop, la sola musica che mio padre ascoltasse quanto era in balia delle sue crisi bipolari, e parlava con due voci differenti?

Dico, gli americani non avvertono nemmeno il tanfo di cacca negli angoli del salotto? Il nostro cane devastato dal cancro negli ultimi mesi non riusciva più a trattenersi, e spruzzava di diarrea le mattonelle del battiscopa. E di sicuro, da qualche parte, aleggia lo spirito di un pulcino lanciato dal balcone e spiaccicato al suolo (lanciato da me lattante senza un’ombra di esitazione, perché mi avevano detto che gli uccelli volavano), di un canarino lasciato assiderare nella gabbietta, di un pesce rosso soffocato in una palla di vetro putrida. Ogni casa è anche un cimitero d’animali, segno evidente della mostruosità dei suoi abitanti umani. Ma tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt à porter di Ikea.

I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché se ne resta in contatto pur non potendoli abitare più. Solo due strade sarebbero possibili, se vivessimo in un paese meno indecoroso di questo: la vendita o la demolizione (più auspicabile). Gli americani intanto hanno finito il giro, si lanciano tra loro cenni entusiasti, si sono convinti. Io biascico un ringraziamento alla bell’e meglio, ma vorrei solo dire: “State alla larga dalle case infestate dai ricordi degli altri”.

Commenti
8 Commenti a “Il B&B del raccapriccio”
  1. elena scrive:

    forse è perchè mi son svegliata ora, ma vedo solo pulsanti di condivisione social. peccato. io non sono sui social. perché non dai la possibilità del “like” ai wordpressiani? e anche di reblog? ciao, piacere, Elena.

  2. elena scrive:

    ho pure sbagliato tutti gli accenti. riciao.

  3. Antonio C. scrive:

    Ricci, tu non hai bisogno di scrivere, ma di una buona base di ricovero.

  4. clelia pierangela pieri scrive:

    Mi è piaciuto molto il tuo racconto, anche se a tratti avrei preferito chiudermi a riccio per non leggere e in qualche modo ritrovarmici. E’ questa la conferma dell’avere raggiunto il punto dolente, certamente, quindi perfetto.
    Grazie.
    c.

  5. Enrico scrive:

    Invece di ringraziare Iddio di aver avuto in eredità un appartamento che ti permette di avere un lavoro, stai qui a fingere di piagnucolare e a disprezzare i tuoi clienti che ti permettono di tirare avanti la tua esistenza mediocre come la tua scrittura.

  6. Fabio De Masi scrive:

    Caro Enrico.
    La scrittura di Ricci è sempre molto precisa, e questo racconto n’è l’ennesima prova. È chiaro anche, così come lui padroneggia l’arte del racconto, che tu non abbia molta esperienza in merito. E questo è il vero problema: un lettore scarso o mediocre, non sa leggere la scrittura.

  7. SoloUnaTraccia scrive:

    Caro Enrico, ringraziare Iddio per la morte dei genitori è una cosa davvero molto cattolica, ma un vero ACCATTolico li preferisce vivi (anche se solo vegeti) ringraziando Iddio di essere mantenuto dalla loro pensione, sai?
    E’ una domanda retorica ovviamente, siccome che iNNiori che le casuzze (spece se sei un poveraccio) sono gravate di tasse e qualcuno deve pur pagarle, mica siamo tutti pizzaioli o Valentino Rossi.
    Ciò considerato, pezzo gradevole, ed è vero: non bisognerebbe affittare certi posti. Non agli americani, per lo meno.

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