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Il cantante veterano

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Vasco Rossi è nuovamente in tour, come ogni anno, o quasi, per la gioia dei suoi fan. Pubblichiamo un estratto da Siamo solo io. Dimissioni, latitanza e e ritorno di Vasco Rossi, scritto da Tommaso Naon e Francesco Zani per Italica edizioni. Il libro racconta la rockstar emiliana alla soglia dei sessant’anni, tra il 2011 e il 2013, in un momento particolarmente critico. Ringraziamo gli autori e l’editore.

di Tommaso Naon e Francesco Zani

Terminate le prove a Pieve di Cento, arriva il momento di fare sul serio. L’inizio del tour è sempre più vicino, e il primo giugno Vasco pubblica un video nel quale lo si vede attraversare il prato dello stadio del Conero, diretto verso il palco dove fremono i lavori coordinati da Diego Spagnoli. Pochi giorni ancora per mettere a punto lo show, e finalmente il 5 giugno si comincerà con la data zero.

Certo in Italia sono ben pochi i musicisti che possono permettersi un concerto di riscaldamento davanti a uno stadio pieno e un’attenzione mediatica da grande evento. Come succede ormai da diversi anni, i biglietti per questa prova generale sono stati riservati in un primo momento solo agli iscritti del Fan club ufficiale Vasco Rossi, e solo in un secondo tempo si sono aperte le vendite al pubblico, ma non è stato difficile esaurire i trentacinquemila posti a disposizione.

Meno rosea è la situazione per il concerto in programma a Messina: proprio in quelle ore si sparge la voce che lo spettacolo è stato cancellato perché la magistratura ha sequestrato lo stadio, dopo che ne era crollata una parte. Vasco quindi compare di nuovo su Facebook per rassicurare tutti annunciando che gli organizzatori si limiteranno a ridurre l’agibilità e che il concerto si farà. Se la questione non fosse, per alcuni, tremendamente seria, ci sarebbe da dubitare delle parole del rocker, se non altro perché le foto che corredano i post lo ritraggono mentre indossa un paio di improbabili occhiali da sole a forma di chitarra, ricordo del recente matrimonio di Stef e della Corvaglia.

Il 4 giugno, alla vigilia dell’esordio del Live Kom 011, Vasco pubblica la foto del palco, che svetta come una torre mastodontica. L’immagine accompagna una riflessione:

«Quando sono sul palco è il momento in cui sono più sicuro e tutto è chiaro. Il bello è che prima dei concerti sono sempre un po’ preoccupato. Dovrei essere  molto più preoccupato quando mi sveglio la mattina e comincia una nuova giornata».

L’ultima testimonianza prima dell’inizio della nuova avventura è un clip datato 5 giugno, ore 16.43. Vasco è all’interno di un’automobile e, con l’ormai inseparabile sigaretta elettronica in bocca, si dirige verso la stazione a prendere il giornalista Vincenzo Mollica, al quale ha dato appuntamento per un’intervista che riserverà parecchie sorprese (ma questo lo sapremo solo in seguito). E poi il tempo a disposizione è davvero finito. Poi è ora che si spengano le luci e che cominci lo show, ma questo, su Facebook, davvero non lo si può seguire.

Una volta varcata la soglia dello stadio, la prima cosa che salta agli occhi è il palco. Dai vertici della sua base triangolare si innalzano tre torri in acciaio alte oltre cinquanta metri, e la panoplia di fari e maxischermi lascia presagire effetti speciali futuristici. La pioggia cade incessante per tutto il pomeriggio. Si placa solo verso sera, quando arrivano le prime note dell’introduzione strumentale a riempire il catino dello stadio. Nello schermo a led che funge da sipario compare l’immagine della Ford Taunus gialla – la stessa già vista sulla copertina del cd – che si avvicina al pubblico, quasi a investire la folla. Finalmente il sipario si alza e il palco viene rivelato. I musicisti sono già al loro posto, e i fan possono indicarseli uno a uno: Claudio Golinelli al basso, Matt Laug alla batteria, Maurizio Solieri e Stef Burns alle chitarre, Alberto Rocchetti al piano, Andrea Innesto al sax, Frank Nemola alla tromba e Clara Moroni ai cori.

Al centro c’è lui, Vasco: cappellino nero calcato in testa e occhiali da sole sul naso, veste dei jeans e un giubbotto in pelle. Attacca con tre brani tratti dall’ultimo album: Sei pazza di me, Non sei quella che eri e Starò meglio di così. Il pubblico risponde bene, i trentamila dello stadio del Conero conoscono le canzoni a memoria, ballano e saltano come sempre, anche se ormai le luci degli smartphone hanno definitivamente sostituito le fiamme degli accendini.

Gli enormi schermi ai lati del palco restituiscono con sapienza le immagini del concerto, indugiano spesso sugli occhi azzurri del Blasco che, dal canto suo, dà sfogo al repertorio fatto di “eeh…” strascicate, braccia che mulinellano nell’aria e giochi allusivi con l’asta del microfono. Tutt’attorno è un tripudio di luci, lingue di fuoco, elaborazioni grafiche e raggi laser che salgono e si inseguono sulle torri. Vasco esegue quasi tutti i brani del suo ultimo lavoro, e si lascia andare a qualche discorso nelle pause tra un pezzo e l’altro: «Vivere o niente vuol dire saper vivere senza Dio, saper rischiare perché la vita non è garantita, non basta stare buoni e tranquilli».

Per i fan è una situazione inedita: fino a oggi Vasco aveva sempre lasciato parlare le canzoni, affidando più volentieri il suo pensiero ai versi che alla prosa. Questa sera appare invece molto arringatore. Sulle note dell’interludio strumentale – ricco di passaggi interessanti e finanche divertenti, ma che spezza un po’ il ritmo dello spettacolo – gli schermi mostrano le immagini di un omino blu che, animato graficamente, cammina in equilibrio sul filo. Spiega Vasco: «È una metafora della vita, dell’importanza di stare in equilibrio fra forze e poteri. Un equilibrio che bisogna sempre cercare, ma che non è ricerca di un punto di stabilità fisso e sicuro».

Terminato l’interludio, il pubblico accoglie con un boato un vecchio brano che raramente è stato proposto dal vivo, Alibi. Contenuto nell’album Colpa d’Alfredo del 1980, è un pezzo visionario che si conclude con questi versi: «Lo portarono in questura, e lo fecero sedere. / Uscirà fra qualche mese, dice devono accertare, / controllare, verificare, analizzare, / eventuali coincidenze, connivenze, alibi!» Vasco ne approfitta allora per lanciarsi contro la modifica alle norme che regolano il fermo di polizia, che, nel silenzio più totale, è passato da ventiquattro a quarantotto ore: «Non è come nei telefilm americani che puoi chiamare l’avvocato, anzi non ti fanno telefonare nemmeno alla mamma». Poi continua: «Negli anni Settanta manifestavamo, ma la libertà va difesa ancora: milioni di persone sono morte per questo. E anche la vita non è garantita. Nemmeno dal governo che usa le vostre paure per fottervi, anzi per fotterci: non dimenticavelo».

Nella seconda parte del concerto c’è spazio per altri due momenti inediti. Il primo è un medley dance che propone in sequenza Rewind, Ti prendo e ti porto via, Gioca con me e Delusa. Sono i pezzi del rocker i cui remix più hanno fatto successo in discoteca, e non a caso sul palco salgono le dodici ballerine del Vasco Rossi dancing project, l’associazione culturale che ha come obiettivo la promozione della danza, presieduta dal regista Stefano Salvati ma voluta e finanziata dallo stesso Blasco.

Un altro medley, questa volta acustico, accompagna il concerto verso la sua chiusura. Come già si era visto nei palasport durante il tour europeo, Vasco si presenta da solo al centro del palco, armato di chitarra e microfono: «Ora voglio farvi vedere come nascono le canzoni» annuncia, e le dita cominciano a pizzicare le corde della chitarra. Inizia subito, riconoscibile, Jenny, e la voce del pubblico quasi sovrasta quella del cantante. L’esecuzione però termina in fretta, con Vasco che incespica, sorride e promette: «Facciamo che stasera me la studio in albergo, così la prossima volta la faccio meglio», e non si capisce se si tratti di uno scherzo oppure no. Seguono quindi un’infilata di classici da brivido fino al tripudio finale: con Vita spericolata e Albachiara si chiude, come da tradizione, il concerto.

Vasco non abbandona per molto i suoi amici virtuali. Alle 5.36 della mattina del 6 giugno posta su Facebook un video girato al termine dello spettacolo: si trova nel camerino, e Tania Sachs introduce un pugno di giornalisti, venuti a raccogliere le dichiarazioni a caldo, ognuno con il medaglione del pass al collo. Si riconoscono i volti delle più famose firme musicali, e Vasco li accoglie con l’obiettivo di un telefonino puntato su di loro. Li saluta uno alla volta, e in sottofondo si sentono le note di una canzone ancora inedita, I soliti. Ne anticipa l’uscita per settembre, cercando la frase ad effetto: «Questa uscirà a settembre, ed è la nuova… la nuova… come si dice?», ma si perde e, prima di lasciare spazio alla musica, conclude con un semplice: «A me piace un casino».

Si rivolge quindi ai giornalisti, ci scherza assieme e poi, con un sorprendente ribaltamento di ruoli, li presenta alla videocamera. Loro paiono un po’ imbarazzati, ma accettano di buon grado. Vasco comincia abbracciando Renato Tortarolo del Secolo XIX e lo avverte: «Poi vai a vederti i commenti al video di Youtube, così ti leggi un po’ di insulti anche tu. Lui si chiama Tortarolo, se volete scrivergli» dice poi rivolto all’obiettivo. Il riferimento è ai commenti astiosi che spesso compaiono sulla rete e che in passato hanno molto turbato il rocker.

Tocca quindi a Mario Luzzato Fegiz, storica firma del Corriere della sera: «Vi voglio far vedere Fegiz, perché voi ne sentite parlare ma ve lo voglio far vedere». Lo abbraccia e dice: «Lui è uno dei più grandi critici di serie, teste… teste…» si blocca, le parole non gli vengono.

Fegiz allora suggerisce: «Teste di serie!» E Vasco riprende: «Come si dice “teste di cazzo serie”? “Serie teste di cazzo” che io abbia incontrato nella vita» dice, rifilandogli una manata sulla spalla. L’esile critico abbozza e annuisce, prima di dichiarare: «Sono l’inventore del rock rurale».

«Mi definì, la prima volta, rock rurale, perché venivo da Zocca» chiarisce il Blasco. «Se invece fossi venuto da Milano, avrei fatto rock metropolitano» ironizza. Se c’è qualche altro artista che può permettersi di definire in questo modo un intoccabile come Fegiz, è difficile immaginarlo. Vasco poi si dirige verso l’unica donna della compagine di giornalisti, che rimane un po’ in disparte e viene colta dall’obiettivo mentre è intenta a sgranocchiare qualcosa. «Adesso posso salutare la signora?»

E quella risponde: «Non sono disponibile». Ma Vasco ribatte: «No, lei è disponibile perché lei è la signora che sempre mi bacchetta negli articoli». Si tratta di Marinella Venegoni della Stampa, che infatti coglie l’occasione per rimproverargli una giacca mimetica usata durante il concerto: «Non mi piace, perché tu non sei mimetico».

Quel che succede dopo questa presentazione, però, è affare privato e noi lo possiamo imparare solo dalle pagine dei giornali del mattino successivo. Da quel che riportano gli inviati, Vasco pare rilassato e ben disposto, e anticipa qualche informazione sulla sua nuova canzone, I soliti. «Uscirà a settembre per un documentario che andrà alla Mostra di Venezia» annuncia. Il titolo provvisorio, si apprende, è “Da Zocca a Los Angeles” e la regia è affidata a Alessandro Paris e Sibylle Righetti. La musica si ferma e Vasco chiacchiera volentieri, per cui è inevitabile riprendere i discorsi iniziati durante il concerto. Il Komandante parla subito di libertà: «La libertà va difesa, non è mai definitiva, consolidata, ma è sempre a rischio, mentre i ragazzi la danno per scontata». E poi anticipa quello che diventerà uno dei temi caldi delle sue polemiche estive: «C’è gente che 40 anni fa è morta per la libertà e mi fa ridere che oggi si accetti un sacrificio di un pezzo della propria come l’obbligo del casco per maggiorenni».

Si parla anche di proibizionismo, tema da sempre caro al Blasco: «Chi difende il proibizionismo fa gli interessi della mafia, spezzare il proibizionismo significherebbe sfiancare la mafia. Ma significherebbe anche rompere certi alibi dei benpensanti. Io vorrei fare l’Arci-tossico, in difesa dei tossicodipendenti, i più fragili, i più indifesi che vengono invece trattati come dei cani: la pericolosità sociale del drogato non esiste, il drogato ha bisogno di aiuto semmai. Io però non potrei fare il presidente dell’Arcitossico, pensavo di portare la candidatura di Capezzone: da radicale, mi sono molto stupito, quando è diventato il portavoce del Pdl, così invece si potrebbe riscattare».

Di lì a pochi giorni l’Italia sarà chiamata a votare ai referendum sui temi del nucleare, della privatizzazione dell’acqua pubblica e contro il legittimo impedimento. Quest’ultimo, in particolar modo, viene vissuto come un referendum sul governo Berlusconi, così in questi giorni alla televisione e sui giornali non si parla d’altro. Anche in camerino viene affrontato il tema, e il rocker di Zocca si sbilancia: «L’acqua è il problema più grande che c’è, io sono per l’acqua pubblica, è impensabile che possano usufruirne solo quelli che possono permettersi di pagarla. Lo dico da radicale, un radicale di sinistra: io da sempre sto accanto a quelli che hanno bisogno». Il Blasco si dimostra invece più possibilista, sul nucleare: «C’è in Francia, lo farei anche qui». Sul legittimo impedimento infine commenta: «Berlusconi quando era capo delle tv era un simpatico personaggio. Oggi penso che si debba avere rispetto per le cariche istituzionali, se si vuole che anche gli altri ne abbiano. Lui è sceso in politica per salvarsi dal fatto che negli anni 80 tutti facevano certe cose… Nel ’92 avrei fatto un’amnistia: tutti pari, Berlusconi tiene le tv, ma non fonda un partito del 30 per cento».

Negli ultimi istanti prima del congedo, Vasco fa ascoltare altri due brani inediti. Il primo si intitola Cambiare macchina, il secondo è un provino nel quale Vasco canta La luna, il pezzo scritto per Fiorella Mannoia. I giornalisti salutano e si fiondano a consegnare i loro articoli. Il Blasco, tra dichiarazioni e annunci di nuovi progetti, ha fornito parecchio materiale. La vera notizia, però, è per tutti la stessa: Vasco è in forma, la data zero si è conclusa alla grande, e ora è tempo di guardare alla prima, vera prova. Venezia e l’Heineken jammin’ festival lo stanno aspettando.

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