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Donna e il cardellino

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Ieri Donna Tartt ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa con il romanzo Il cardellino (Rizzoli). Pubblichiamo la recensione di Nadia Terranova uscita su IL a novembre 2013. (Fonte immagine)

di Nadia Terranova

Inizia come una fiaba, con il sapore di una festa interrotta, guastata da un maleficio che cambia per sempre la vita del protagonista. Solo che The Goldfinch, il nuovo romanzo di Donna Tartt (Little, Brown & Co. 2013, uscirà per Rizzoli a marzo 2014 con il titolo Il cardellino) non parla di una principessa sull’altare o di una neonata in attesa del battesimo ma di Theo Decker, tredicenne figlio di genitori separati, che un giorno in cui è stato sospeso da scuola va a una mostra di pittura insieme alla madre; il suo castello è il Metropolitam Museum di New York («A me – un ragazzo di città sempre confinato tra quattro mura – interessava soprattutto per gli spazi enormi»); a esplodere non è l’ira di una fata esclusa dalla lista degli invitati ma la bomba di un attentato terrorista.

Nel caos dopo la deflagrazione, Theo si ritrova accanto a un uomo agonizzante da cui riceve un anello d’oro e un incarico enigmatico. Fine degli archetipi fiabeschi: il protagonista viene scaraventato in un romanzo per adulti e in un mondo improvvisamente contemporaneo e ostile.

Theo, entrato al Metropolitan da adolescente qualunque, ne esce come un semi-orfano invecchiato: ha perso la madre, ha visto morire lo sconosciuto cui si è aggrappato dopo la tragedia, ha camminato – letteralmente – su un certo numero di cadaveri. Andando via porta con sé The Goldfinch (Il cardellino), un quadro del 1654 di Carel Fabritius, allievo di Rembrandt. A poco a poco il cardellino (è buffo come il sostantivo italiano perda la forza di quello inglese: un peccato di cui non si potrà incolpare nessun traduttore) diventa il mistero in cui Theo può specchiarsi e forse riconoscersi. In fondo è stata la madre, appassionata di Fabritius, a proporgli di andare al Met quel giorno e le circostanze in cui è morta sono simili a quelle in cui è morto il pittore, vittima, insieme a tante sue opere, dell’esplosione di un magazzino di polvere da sparo.

Mentre incontra la realtà (adulti inadeguati, falsari, droghe) Theo trova come uniche vie di fuga il sogno, l’arte e l’amore ossessivo per una ragazza bellissima di nome Pippa. Più ha a che fare con un padre alcolizzato che lo ha già abbandonato una volta da bambino, più il ricordo della madre si idealizza e torna a tormentarlo, mentre la New York protettiva e magica dell’infanzia si trasforma nella Las Vegas del gioco d’azzardo. Un po’ Pip di Grandi speranze, un po’ Oliver Twist, il nostro eroe onora lo spirito dickensiano del romanzo lottando per formare la propria personalità, cercando la sua strada in un mondo che non sa far altro che ferirlo.

A Las Vegas Theo incontra Boris, un altro adolescente alla deriva (non esistono adolescenti che non lo siano, però loro lo sono più di altri), e i due diventano subito amici. Quando si parlano per la prima volta, Boris chiama Theo Harry Potter deridendolo per come è vestito mentre Theo nota che la voce di Boris, oltre a un forte accento australiano, ha «una sfumatura da Conte Dracula, o forse da agente del Kgb». Si prendono in giro, quindi si scelgono. Secondo Stephen King, autore di una recensione entusiasta, le dinamiche fra i due adolescenti sono raccontate con una precisione miracolosa, da lui ritenuta quasi impossibile per un’autrice. Un dettaglio che ritorna nella vita della Tartt: ha recentemente dichiarato che nel 1992, all’epoca del suo esordio, un importante editor l’aveva scoraggiata dicendole che non esistono romanzi di successo scritti da una donna che assume il punto di vista di un uomo. Ventuno anni dopo, Dio di illusioni è diventato il bestseller che conosciamo e lei può permettersi di fare il bis con una nuova voce narrante maschile. Tartt non specifica se quell’editor lavorava da Knopf, che pubblicò il libro (raccomandato a un agente letterario da Bret Easton Ellis), fatto sta che nel frattempo ha cambiato editore.

In The Goldfinch la storia viene raccontata da Theo adulto, rinchiuso ad Amsterdam in un albergo quattordici anni dopo l’attentato, e questa misteriosa reclusione aggiunge alla storia la dinamica del thriller. Tornando indietro nel tempo con Theo, parteggiamo per lui come un tempo abbiamo tifato per Holden (anche se il Salinger di riferimento, citato a pagina 17, è Franny e Zooey) e restiamo dalla sua parte anche quando l’ironia viene a mancargli lasciandolo fragile e disorientato. Accettiamo che la sua storia di formazione sia morale, sebbene mai banalmente moralista, proprio come nei racconti di Kurt Vonnegut, e abbiamo la sensazione che in questa scelta poco ammiccante dell’autrice ci sia qualcosa di coraggioso, qualcosa che la nostra letteratura ha perso. L’unico senso che possiamo e forse dobbiamo dare al nostro mondo è raccontarlo a qualcuno che amiamo («Ho scritto tutto questo, stranamente, con l’idea che un giorno Pippa lo leggerà – cosa che ovviamente non accadrà mai»).

Può sembrare curioso che in un romanzo dichiaratamente dickensiano siano così riuscite le descrizioni della ricchezza, dell’eleganza. Ma sappiamo già, perché ce l’ha spiegato Flannery O’ Connor, che agli americani non è dato saper raccontare la vita dei poveri (di contro, nessun europeo ha mai raccontato il lusso come Fitzgerald). In The Goldfinch, appena incontriamo Hobie con la sua sfarzosa vestaglia di seta ci aggrappiamo speranzosi a lui. Il suo affascinante negozio di antiquariato e perfino il suo appartamento, dove risuonano rumori fuori moda come lo scricchiolio del pavimento e il ticchettare degli orologi per i quali in un attimo «ti ritrovi nel 1850 o giù di lì», diventano le nostre botteghe dei giocattoli, ci riportano alla dimensione fiabesca che abbiamo perso. Al contrario di quanto avviene con i membri della benestante famiglia Barbour cui Theo si appoggia subito dopo la tragedia, di Hobie sentiamo di poterci fidare grazie a quell’istinto coltivato da bambini, quando, nella sterminata letteratura di orfani cui disponevamo in biblioteca e alla tv, da Huckleberry Finn a Candy Candy, eravamo subito in grado di riconoscere i ricchi cattivi dal benefattore che avrebbe aiutato il nostro beniamino.

Con l’ultima pagina, non è solo a Theo che diciamo addio: sappiamo che dovremo pazientare a lungo prima di ritrovare un nuovo universo creato dalla colta, malinconica raffinatezza di Donna Tartt. L’autrice ha sempre dichiarato che avrebbe scritto solo cinque romanzi, uno per ogni decade della sua vita adulta. The Goldfinch è il terzo, dopo Dio di illusioni (1992) e Il piccolo amico (2002), in Italia tutti tradotti da Rizzoli. Arriva con un anno di ritardo ma perfettamente in tempo per i cinquant’anni dell’autrice, nata nel 1963. La battuta più frequente fra i suoi detrattori è: «E ci ha messo dieci anni a scrivere questa roba?». I fan possono sperare che la risposta sia no e che, arrivata a settant’anni, Donna Tartt apra i cassetti rivelando di avere bleffato.

Nadia Terranova è nata a Messina nel 1978 e vive a Roma. Ha scritto diversi libri per ragazzi, tra cui Bruno il bambino che imparò a volare (Orecchio Acerbo, 2012; edizione economica, 2015) e Casca il mondo (Mondadori, 2016), e il romanzo Gli anni al contrario (Einaudi Stile Libero, 2015; Super ET, 2016; vincitore di numerosi premi tra cui Bagutta Opera Prima, Fiesole, Brancati e del premio americano The Bridge Book Award). È tradotta in francese, spagnolo, polacco, lituano e in corso di traduzione negli Stati Uniti. Collabora con la Repubblica e altre testate.
Commenti
13 Commenti a “Donna e il cardellino”
  1. scrive:

    Non ci resta che leggerlo, prima o poi.
    Che bello, Nadia Terranova e le sue dritte che sbarcano su M&M.
    Ora non fate passare dieci anni per un altro suo scritto, eh!

  2. Semplicemente interessante. Ho visto questo libro in versione originale a New York appena uscito. Avevo già comprato troppi libri e questo sembrava essere quello di troppo. Ora che ho letto questa recensione me ne pento quasi un pò… rimediare si può sempre, quindi, penso che lo leggerò presto.
    Trovo fantastico che una donna riesca ad inventarsi uomo e con quello strumento, scriverci un romanzo. Denota grandi doti da osservatrice e scrittrice. Sono certo che in dieci anni abbia scritto ben oltre che un solo romanzo ma… può essere che mi sbagli.
    Complimenti per il post!

    Simone

  3. Fdffelici scrive:

    Il paragone con Oliver Twist mi ha convinta. Tra l’altro, mi è mancata ultimamente una lettura carica di minuziose descrizioni; una di quelle care al buon vecchio Charles.

  4. Wif scrive:

    Ho comprato subito, qualche bel giorno fa’, un mese? con l’entusiasmo dei “critici”riportato dalla stampa , (ma chi? )non mi ricordo più, insomma con le migliori intenzioni anche se l’ultimo letto della Tartt nella tavola di cera della mia memoria , anni fa’ non aveva tatuato nulla, al punto che non è finito tra i miei libri preferito e ora non so più dove sia, insomma un mese fa avevo tra le mani IL CARDELLINO, un bel grosso libro. La prima parte, che forse è la migliore, malgrado la sua drammatica serie di eventi, la bomba, il panico, i morti, il bambino che riesce a prendere il quadro antico , il racconto della madre , la consegna del morente al piccolo Theo, la solitudine…..non presero il ritmo , non mi trasmisero emozioni, tutto molto “ben scritto”, tutto freddo. Già la noia sbucava, qua e là. Poi assai peggio. L’effetto “Umberto Eco” era in agguato. A un certo punto , dopo tre o quattro giorni di lettura e rilettura, perchè perdevo la concentrazione ogni momento, attorno a pagina 500 ho detto basta. Umilmente confesso: per me una vera noia. E per piacere, Dickensa non c’entra nulla.Del resto, tutto al suo tempo: Dickens è un grande classico dell’800, indimenticabile, a non ha senso , oggi, cercare di imitarne lo stile, secondo me .

  5. francesca scrive:

    probabilmente…..non ho capito qualcosa …ma questo “il cardellino” mi è sembrato tremendamente lungo ,noioso, a tratti banalissimo. Sono arrivata alla fine con insofferenza e per cercare di capire se prima o poi l’autrice fosse in grado di dire qualcosa di intelligente……ma non ho trovato proprio niente !!
    Preciso che sono una buona lettrice ,sopratutto di buona letteratura , quindi non proprio una sprovveduta.
    Questo libro mi ha spiazzato , se ha vinto un premio tanto importante, se è primo nelle classifiche di mezzo mondo… quando ho finito di leggerlo sono andta in libreria a comperarmi un libro meraviglioso, già letto , ovviamente ( mann ,i buddenbrook ),proprio per cercare di “ripararmi” dopo una pessima e lunghissima lettura.

  6. carla testorelli scrive:

    “Il Cardellino”, quadro di piccole dimensioni, dipinto dal celebre pittore Fabrizious, diventa l’ossessione ed il motivo di vita del tredicenne Theo che, coinvolto in un tragico evento che provoca la quasi distruzione della Galleria d’Arte che il ragazzo sta visitando insieme alla adorata mamma, è l’unico oggetto e anche l’ultima ossessione che resterà al ragazzo dopo la disgrazia, l’unico motivo per cui vale la pena di restare in vita. In pratica l’orfano sopravvissuto dovrebbe riconsegnare alla Stato quello che è dello Stato, ma questo Theo non lo sa o non vuole saperlo e lo nasconde accuratamente, aspettando il giorno in cui potrà rivederlo. Poi la vita di Theo si srotola in mille esperienze: affidamenti non graditi, fughe inimmaginabili, pesanti esperienze con la droga. In tutte queste disavventure ha la fortuna di incontrare Hobie, un abilissimo restauratore ,il personaggio forse più riuscito del libro,l’unico capace di pensare alla vita non come accumulo di denaro, ma felice quando riesce a fare un ottimo lavoro di restauro , oltre che di prendersi cura di Theo, senza indagare sul lato losco della vita del ragazzo. Peppa,la ragazzina che con Theo rimane danneggiata nel crollo del Museo, è un piccolo ,delizioso “cameo” che Theo ,forse troppo moralmente inferiore alla piccola, non sa afferrare.
    Il libro della Tarrt , pur affascinante , necessiterebbe di qualche taglio. Per esempio il raffreddore-bronchite che si abbatte su Theo nella camera di Amsterdam è tirato per le lunghe ,è tutto febbre e deliri come si verifica nella norma di una malattia non curata. E potrei citare altri esempi….
    Resta comunque un libro consigliabile ai lettori pazienti, per la capacità dell’Autrice di mettere a fuoco il carattere assolutamente”casuale” della vita, per averci regalato rapporti di amicizia “vera” che si possono instaurare anche fra soggetti strutturalmente molto lontani.

  7. giorgio gaspa scrive:

    Non conoscevo l’autrice prima. L’ho conosciuta ,purtroppo ,con IL Cardellino. Non leggerò le sue opere precedenti e tanto meno le future.Non si può tormentare il lettore, che di solito legge per rilassarsi, con 900 pagine delle quali la metà inutili. I Pulitzer sono stati assegnati anche a giornalisti con articoli di cronaca. Si regoli la Tartt per il futuro.

  8. Carla scrive:

    Se anche la scrittura della Tartt è curata, e ci mancherebbe dieci anni le ci son voluti, il libro è noioso, prolisso, ridondante. E nonostante le novecento pagine i personaggi non sono definiti, le descrizioni dei medesimi ripetitive, gli avvenimenti esasperati ma per nulla coinvolgenti.
    Mi sembra che la Tartt abbia giocato alla “geniale scrittrice” a tavolino, pezzo per pezzo, per costruire un romanzo che risultasse indimenticabile, dimenticandosi però di metterci un po’ d’anima. Comunque, indimenticabile in un certo senso lo è, personalmete lo ricorderò come il più brutto del 2014. Ma si candida anche per il 2015.

  9. giulia scrive:

    Mi aspettavo molto ma molto di più dopo aver letto Dio di Illusioni della stessa scrittrice. Mi ha deluso… Peccato

  10. Franco Arba scrive:

    Come molte persone rozze mi devo far trascinare alle mostre d’arte. Poi, quando sono lì, pur attento alle diverse spiegazioni dell’esperta di famiglia, mi faccio guidare dalla pancia. Come è successo lo scorso marzo alla mostra bolognese dedicata a La ragazza con l’orecchino di perla. Tra i diversi quadri quello che mi ha catturato, chissà per quali recondite ragioni, Il Cardellino di Carel Fabritius. Ho così voluto trascorrere le ultime vacanze estive in compagnia dell’omonimo libro di Donna Tartt. Il tomo di 900 pagine non mi ha spaventato e già dopo la prima lettura mi sono fatto catturare dal mistero del libro. Ma il mistero che mi ha intrigato e mi ha spinto, comunque, a finire il libro non era legato alle vicende del protagonista Theo Potter e del quadro del pittore fiammingo. L’arcano de Il Cardellino è dato dalle motivazioni che gli hanno permesso di vincere il Premio Pulitzer per la narrativa 2014. Posso capire le centinaia di migliaia di copie vendute worldwide in pochi mesi (spesso la lettura è anche moda e tendenza che sbentia in un imprecisato numero di sfumature), ma un premio così prestigioso per un romanzo scritto con modesta capacità espressiva è mistero che chissà potrà mai essere svelato. Niente a che fare, come mi aspettavo all’atto dell’acquisto, con la scrittura raffinata di Antonia Byatt, di Alice Munro, di Chaim Potok, solo per rimanere nella narrativa anglofona o di un Éric-Emmanuel Schmitt. La storia è avvincente e mai noiosa, altrimenti l’avrei mollato quasi subito, ma manca di originalità e 250/300 pagine sarebbero state sufficienti. Invece è un susseguirsi di dettagliatissime descrizioni ambientali e dei personaggi che neanche la lista della spesa al market. Tutti i personaggi parlano allo stesso modo e tutti iniziano le loro frasi con un riflessivo “ Be’ ”. Anche la sequenza temporale è piuttosto sfasata. Il ragazzo ha tredici anni quando la madre muore in un attentato e si tende a supporre che questo sia avvenuto almeno nel 2001 o al più tardi 2002, dato che uno anonimo passante cita Al Queda, l’organizzazione terroristica che ai più era sconosciuta prima dell’11 settembre. Verso la fine del libro, nell’episodio clou, Theo afferma di avere 27 anni: siamo già nel 2015?? Va beh concediamo un certo menefreghismo, però Unesco deve essere sempre scritto con la U maiuscola. Se Donna Tartt – e i suoi editor (a proposito, ne ha consultato?) – impiega(no) circa dieci anni per scrivere un libro, quale capolavoro potrebbe mai partorire un nostro Marcello Fois se avesse a disposizione lo stesso lasso di tempo? Adesso devo affrontare un dubbio: per rifarmi la papille letterarie vado per Alessandro De Roma o Nicola Lecca?

  11. Mattia scrive:

    Questa non è letteratura. Sono felice di leggere opinioni negative finalmente, specialmente un paio sembrano pensarla esattamente come me.
    Questo è un romanzo costruito e “scritto” per vincere il premio che poi gli hanno assegnato; sembra “scritto” con a fianco il business plan e il piano marketing. QUESTA NON È LETTERATURA.

    se sei una ricca signora snob, meglio ancora se desideri vederti così, un po’ annoiata, colta, sognatrice di tè caldi e copertina, quadri da ammirare sospirando, questo è il romanzo per te.

    L’autrice è autentica come una sit com, originale come un critico d’arte e creativa come una stampante.
    Non è un caso che uno dei protagonisti sia un restauratore e che la vicenda giri molto attorno a quel mestiere, l’autrice NON SA CREARE, al massimo aggiusta e riadatta il lavoro di altri.
    una prova? eccola; l’unica cosa che avviene è l’esplosione. fine della creazione di questo libro, si perchè tutto il resto è un racconto dell’accaduto, ma non per il fatto che racconti vicende passate, no. Tutti gli avvenimenti più importanti nella vita di questo personaggio non si svolgono ma vengono buttati li forse per provocare sorpresa e stupore, ma l’effetto su di me è stato più quello di voler ricreare la teatralità da scoop, un po’ come avviene per le riviste di gossip. Qualche esempio: muoiono l’amico e il padre, e gli viene raccontato come e perchè, fa l’amore per la prima volta, e si scorda di raccontarlo ma lo butta li come se si fosse dimenticata di dirci che ogni tanto giocava a Bingo. Si innamora e decide di sposarsi, cavolo direte almeno questo, no, ci spiega come è arrivato al matrimonio in 4 paginette… chiaro quello che intendo? non sa creare, non sa modulare, far crescere poco alla volta, ma ti butta li una cosa senza saper neanche sorprenderti e poi te la spiega… ripeto l’autrice NON SA CREARE, NON SA GENERARE.
    Voglio lasciar perdere tutte le incongruenze del testo con la realtà ( per la descrizione della quale in teoria però dovrebbe aver vinto il premio… ) perchè sono troppe troppe troppe. Bambini che non riceveno il minimo appoggio dai servizi sociali (a parte 4 paginette tanto per evitare la critica, ma che non bastano assolutamente), trasferimenti, affidamenti, istruzione, tutto deciso da un ragazzino di 13 anni. Semre lo stesso ragazzino che negli anni successivi al 2001 scrive lettere a mano, lettere a mano! e non ha un pc o un cellulare ( che poi si compra ma che l’autrice si guarda bene dal farlo strumento di vita come nella realtà è, perchè questo eliminerebbe quella patina nostalgico-romantica da fine ‘800 che tanto si sforza di spargere nel romanzo), quel ragazzino che muore dalla voglia di info sulle ricerche del quadro e sbircia sui giornali anzichè al limite un internet-cafè. ma sono tanti, veramente tanti gli errori di questo tipo, compreso l’utilizzo in modo copioso di alcool e droghe a 13-14 anni mentre si frequenta scuola e nessuno pare chiedergli conto. Ragazzi la cosa che mi da più fastidio è il premio, perchè se vinci un premio che riguarda la quotidianità americana, questo allora è un premio immeritato perchè questa non è assolutamente una storia che mi fa capire qualcosa in più della quotidianità americana contemporanea. NON LEGGETELO tra l’altro perchè è inverosimile, logorroico, noioso, fastidioso, presuntuoso, senza capo ne coda. Saluti.

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  1. […] per la narrativa. L’avevo letto e ne avevo scritto su IL – Magazine di novembre (oggi su minima et moralia). A marzo ero stata a sentirla all’Auditorium, al festival Libri come, mi aveva colpito il […]

  2. […] Per stimolare un'ispirazione “acustica” trovo molto adatta la lettura de Il cardellino: la narrazione è talmente curata che ogni dettaglio diventa tridimensionale, visivamente […]



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