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Il caso “Città in fiamme”

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di Dario Diofebi

In un’epoca in cui i romanzieri arrivano a fine mese correggendo racconti sui vampiri degli adolescenti a cui insegnano scrittura creativa, se sono fortunati, o riparando tetti e guidando autobus, se non lo sono, un romanzo d’esordio giunto in libreria forte di due milioni di dollari di anticipo da Knopf e di un’ancora precedente vendita dei diritti cinematografici ad Hollywood non può che essere guardato con sospetto.

Non può che essere sfogliato dai critici, nelle 6.500 copie gratuite stampate e distribuite in pre-lettura (una tiratura che la maggior parte degli editori sognano di ottenere con le vendite), con il profondo e plausibilmente inconscio desiderio di scoprirlo mediocre, di vederlo fallire. Chi sarà mai, insomma, questo Garth Risk Hallberg, per il quale le regole del mondo letterario sembrano magicamente sospese?

E davvero Città in fiamme pare fare di tutto per presentarsi al lettore con l’arroganza del primo della classe: lo smodato hype commerciale, la lussuosa edizione costellata di riproduzioni digitali (da un’intera fanzine di un’adolescente punk al manoscritto macchiato di whisky di un reportage giornalistico), il peso di un contratto troppo scandalosamente privilegiato da ignorare. Ma, più di tutto, le dimensioni: 911 pagine di romanzo d’esordio che, pur tenendo in conto una certa recente fascinazione del pubblico per the big book (ci scherzava su Jonathan Franzen nel suo ultimo, a sua volta prolisso, Purity) rischiano di scoraggiare anche i più volenterosi.

Tutto questo, tuttavia, va riposto, messo da parte per il tempo (considerevole) necessario alla lettura del testo, se si vuole approcciare il libro onestamente. È uno sforzo che Hallberg sembra chiedere ai suoi lettori, un patto narrativo sui generis, la sospensione del (pre)giudizio con la promessa che alla fine ne sarà valsa la pena. Quello che segue è il mio personale resoconto del bilancio di questo scambio.

La trama di Città in fiamme si snoda in modo tutt’altro che lineare tra l’inverno del ’76 e l’estate del ’77 a New York. Attraverso continui flashback agli anni ’60 e occasionali flashforward ai primi anni del nuovo millennio, la narrazione scandaglia le vite di un cospicuo numero di personaggi cercando una spiegazione alla misteriosa aggressione che nella notte di Capodanno del ’77 ha lasciato la giovane Samantha Cicciaro, studentessa alla NYU appassionata di fotografia e musica punk, in fin di vita a Central Park. In una continua, ravvicinata alternanza di punti di vista, il testo si muove attraverso Manhattan, Brooklyn e il New Jersey e attraverso alcuni (e selezionati) strati sociali: dalle vite cool e affascinanti dei super-ricchi dell’alta finanza alle vite cool e affascinanti dei punk delle case occupate nel Lower East Side, passando per il fascino cool delle vite di un reporter alcolizzato e un detective della Omicidi a un passo dalla pensione.

In un progressivo accelerarsi del ritmo narrativo, la trama raggiunge il suo apice e la sua risoluzione nel black-out di Manhattan del luglio ’77, in cui tutti gli attori di questo dramma a orologeria finiscono per incontrarsi e scontrarsi nel corso di una lunga notte che, immancabilmente, cambierà per sempre le loro vite.

Il primo impatto con il romanzo, mentre ci si districa tra le pieghe di un ideale primo atto narrativo da non meno di 2-300 pagine, non può che infondere nel lettore un senso di rispetto per tanta sfacciata ambizione letteraria: Hallberg non ha solo prodotto tre volte le pagine di un esordiente medio, le ha anche riempite con un linguaggio estetizzante, carico di immagini elaborate e un vocabolario implacabilmente erudito; e le ha usate per raccontare una storia con una ventina di personaggi e quasi altrettanti punti di vista, con le difficoltà aggiunte di una cornice storica estremamente specifica e impegnativa.

È un azzardo quasi incosciente, un guanto di sfida al buon senso editoriale e alle abitudini stesse dei lettori contemporanei. Se i suoi personaggi combattono l’establishment con la rabbia urlata e le registrazioni lo-fi nei garage, la sua scrittura ornata di riferimenti classici e metafore complesse assume al giorno d’oggi una sfrontatezza a suo modo altrettanto punk.

Al crescere delle pagine sul lato sinistro del libro aperto, tuttavia, non si può fare a meno di notare alcuni elementi stridenti, il primo dei quali risiede in quella stessa ricercatezza linguistica che inizialmente ci aveva impressionato: l’alternarsi dei punti di vista, da un giovane professore di letteratura a un adolescente punk che ha lasciato il liceo, è purtroppo contraddistinto da un’insopportabile monotonia, una voce unica che attinge a un unico, costante serbatoio di immagini e riferimenti.

Dietro le riflessioni sull’arte del professore e sulla religione del ragazzo, come pure ai dubbi e alla retorica di uno stuolo di altri personaggi, è sempre troppo facile vedere in trasparenza una sensibilità comune, colta e raffinata: quella, va da sé, dell’autore stesso. Se quest’uniformità risulta tutto sommato credibile nei (tanti) capitoli dedicati a letterati ed artisti, raggiunge livelli quasi goffamente comici quando un broker di Wall Street ed ex-quarterback della squadra di football universitaria impiega quattro righe per descrivere i gesti del suo commensale a pranzo, attraverso e una lunga e piuttosto vaga similitudine che include due parole (non tradotte) in una lingua straniera, un’immagine teatrale e un riferimento mitologico particolarmente colto:

“Eppure, mentre Keith mangiava, i gesti di Amory si fecero in qualche modo quantitativi, come i gesti di un uomo che stia cercando di acquistare un tessuto in una lingua che non conosce. Il gesto del quanto costa, il no, non potrei mai, il gesto di Lachesi di misurare qualcosa perché venga tagliato. E quando l’astuccio in cuoio sintetico contenente il conto fu restituito al cameriere, si portò le mani in grembo. “Bene dunque. Parliamo di affari*”.

Nell’avanzare della lettura, è triste constatare che nel coro delle voci di City on Fire, la polifonia si appiattisce in un unisono piuttosto deludente.

La stessa struttura corale del romanzo porta gradualmente alla luce un secondo aspetto poco convincente: nell’orchestrare gli incroci e i contatti tra i personaggi, Hallberg ricorre con frequenza a soluzioni narrative nel migliore dei casi estremamente coincidentali, quando non del tutto incredibili. In una Manhattan ridotta a minuscolo paesino, tutti sembrano di continuo incontrare tutti, o vivere dirimpetto gli uni agli altri, o avere, più o meno consapevolmente, innumerevoli conoscenze in comune.

La trama stessa, nel suo apparente complicarsi, sembra man mano stilizzarsi/irrigidirsi su schemi lineari con villain inderogabilmente cattivi cattivi e eroi che affrontano lente e dolorose prese di coscienza. Ai cattivi non è concesso il lusso di un punto di vista, se non quasi di sfuggita negli ultimissimi capitoli, e la loro esistenza pare giustificarsi solo in quanto motori immobili della trama. Le mefistofeliche macchinazioni di un’eminenza grigia dell’alta finanza, che gli valgono il soprannome per nulla ironico di Demon Brother, si succedono in un’escalation di perfidia inspiegabile e non spiegata, mentre la furia nichilista della sua controparte nel mondo punk, il Tyler Durden-esco Nicky Chaos, si giustifica in un confuso miscuglio di filosofia d’accatto e pulsioni sessuali.

Eppure nulla di tutto questo costituisce un reale problema nella lettura di City on Fire. Pur nella loro frustrante univocità, le pagine di Hallberg trovano slanci di scrittura davvero apprezzabili, mentre la macchinosità del plot non è tanto pronunciata da impedire al romanzo di acquisire un passo narrativo e una tensione piuttosto efficaci, quantomeno nell’ultimo terzo del testo. Si sarebbe quasi tentati, in un certo senso, di ascrivere i difetti del libro alle difficoltà dell’esordio, di perdonare la mancanza di controllo alla luce della mancanza di esperienza. Si ha davvero la voglia di concedere al romanzo un’epoché sostanziale, di lasciare che si esibisca con la benevolenza che si riserva ai giovani impetuosi e di talento, di stare a vedere dove vuole arrivare.

Ed è qui, purtroppo, che il problema principale di City on Fire viene fuori: perché al netto dei suoi difetti strutturali e delle sue imperfezioni di voce e tono, al netto delle torrenziali riflessioni e della superflua minuzia delle backstories, al concludersi della vicenda il libro finisce col violare quel patto stipulato col lettore, la promessa che tutte le fatiche sarebbero state ripagate. Che, insomma, Hallberg avrà sì scritto un libro smodatamente ambizioso che costringe il lettore a un tour de force inusitato, ma lo ha fatto per un’ottima ragione, per offrire qualcosa di unico, di importante.

Questo qualcosa, tristemente, non c’è. Non c’è nella creazione di un universo vivo e sfaccettato, perché la New York di Hallberg è sorprendentemente stilizzata e limitata ai palazzi dei ricchi e agli squat degli anarchici, con riferimenti storici e culturali (da David Bowie a Patti Smith, dall’eroina ai quaaludes) distribuiti un po’ qua un po’ là a dare l’impressione più di una cartolina che di una città in fiamme. Non c’è nell’estrinsecazione di traguardi filosofici o emotivi che vadano al di là di quanto è riassumibile in quarta di copertina: l’impossibile ricostruzione del senso di una storia partendo dalle singole monadi che la compongono (con immagini di giornalismo investigativo e vero e proprio detective work che sfociano apertamente nel cliché), il ricorso all’amore come sola fonte di senso e di speranza in un’esistenza altrimenti condannata alla solitudine.

Non c’è, si direbbe, quel qualcosa di essenziale e di vero e di unico (per evitare un inutile ricorso al termine nuovo) che tutta l’ambizione del romanzo sembra dare per scontato si celi al termine delle sue quasi mille pagine.

Questo non vuol dire che City on Fire sia un libro frivolo o senza sostanza. Tuttavia è innegabile che lasci al lettore un fastidioso senso di insoddisfazione che si riassume in una protesta forse ingenua e paradossale: era davvero necessario? Era necessario un romanzo così articolato, ostinatamente complesso nella superficie (ma in fondo semplice nello sviluppo reale) e, di nuovo, così lungo, lungo, lungo, per raccontare una storia tanto ordinaria? Per esprimere concetti condivisibili, ma di certo già sentiti? Per dipingere il quadro di una città e di un’epoca che risponde esattamente a tutte le nostre aspettative su di essa e riconferma senza eccezioni tutto ciò che ne pensavamo già? Si potrebbe obiettare: è forse obbligatorio che un libro molto lungo sia allo stesso tempo innovativo, profondo, sconvolgente? Forse no, ma credo che qualunque lettore arrivi a pagina 911 di un romanzo e si trovi a pensare “tutto qui?” abbia il diritto di sentirsi quantomeno tradito.

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*traduzione dell’autore del pezzo

Commenti
2 Commenti a “Il caso “Città in fiamme””
  1. Consu scrive:

    tra l’altro il ”caso” non esiste molto: hanno cercato di crearlo sì, con quell’anticipo gonfiato e una piccola cospirazione tra critici newyorkesi, ma in America è stato un flop commerciale e critico.

  2. Claudio Lagomarsini scrive:

    “Se quest’uniformità risulta tutto sommato credibile nei (tanti) capitoli dedicati a letterati ed artisti, raggiunge livelli quasi goffamente comici quando un broker di Wall Street ed ex-quarterback della squadra di football universitaria impiega quattro righe per descrivere i gesti del suo commensale a pranzo (…)”.

    Un attimo: non è il broker (Keith) a descrivere i gesti di Amory: è il narratore. Che ovviamente e prevedibilmente usa una lingua e un sistema retorico coerente con se stesso (molto stucchevole, su questo siamo d’accordo).

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