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Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa

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C’è una scena che arriva nella primissima parte del film. Il nuovo direttore del Boston Globe Marty Baron è stato invitato a un incontro privato dal cardinale Bernard Francis Law, arcivescovo della città. I due scambiano qualche parola, quindi Law propone a Baron – passato al Globe dopo aver lavorato a New York e in Florida, dunque distante dagli ingranaggi cittadini – di instaurare un rapporto di collaborazione reciproca. Perché Boston possa trarne giovamento: cordialità tra poteri, diciamo.

Il direttore – interpretato da un austero e tuttodunpezzo Liev Schreiber – ringrazia Law, ma risponde che nella sua visione delle cose “un giornale deve camminare sulle sue gambe”. Un giornale deve camminare sulle sue gambe: il futuro reporter in ognuno di noi ha un sussulto, i più scafati avranno una smorfia interiore tendente al cinismo. Gli spettatori, poi, già sanno che da qualche giorno Baron ha incaricato il team Spotlight, la squadra investigativa fiore all’occhiello del Globe, di indagare sul caso del prete John Geoghan, fortemente sospettato di abusi sessuali su minori.

È un momento molto americano di chiamiamolo journalism pride, quel sentimento di indipendenza e forza che è da sempre parte integrante della mitologia sul grande giornalismo americano, quello canonizzato almeno dal Watergate in giù, quello che viene evocato sui manuali per studenti alle scuole. Anche se alle nostre latitudini può capitare che per insegnare la materia si scelga di limitarsi a proiettare Tutti gli uomini del presidente, uno dei film a cui Tom McCarthy si rifà per il suo Il caso Spotlight.

Telefoni che squillano, i cubicoli della redazione, le battute tra colleghi, l’ufficio del direttore sempre acceso, le improvvise epifanie e gli inseguimenti alle fonti, le nottatacce: un po’ di retorica, ma, insomma, non guasta.

L’inchiesta del Globe che ha ispirato il film ottenne il Pulitzer nel 2003 ed è raccolta in Italia nel libro Sette pezzi d’America (minimum fax, a cura di Simone Barillari), assieme ad altri casi che hanno fatto la storia degli Stati Uniti, dall’esplosione del Challenger fino a Scientology e ancora al Watergate. Chi ha letto gli articoli scoprirà che Il caso Spotlight segue il racconto giornalistico molto fedelmente. A fare la differenza è un grande cast: Michael Keaton interpreta Robby Robinson, il capo della squadra; Mark Ruffalo e Rachel McAdams fanno i “reporter di strada”, quelli che a fasi alterne ricevono le porte sbattute in faccia o che incontrano le fonti ai tavoli di un bar; Brian d’Arcy James lavora sull’archivio. Stanley Tucci veste i panni di Mictchell Garabedian, lo spigoloso avvocato che difende le vittime degli abusi.

Quello in cui a un certo punto s’imbattono i giornalisti del Globe è un classico caso di storia-sotto-gli-occhi-di-tutti. Lo stesso giornale, prima di partire con l’inchiesta, ha pubblicato qualche sparuto articolo relegato in cronaca. Perché le molestie dei sacerdoti sono state denunciate, perché esiste persino un’associazione che riunisce le vittime e raccoglie materiale. Ma una grande coltre scende a coprire lo scandalo vero e proprio, ovvero la sconcertante regolarità con cui le violenze si consumano. Un cordone protettivo che passa (appunto) attraverso i grandi poteri della città: diocesi, tribunale, e – almeno fino all’arrivo del nuovo direttore – lo stesso Boston Globe. Il lavoro dei giornalisti porterà alla luce decine di casi, denunciati e regolarmente coperti.

Ora, Il caso Spotlight non insiste morbosamente sullo scandalo. Le violenze sono evocate e non mostrate. Il film è molto equilibrato: mostra il dolore reale delle vittime senza scivolare nella retorica anti-clericale. Del resto il cardinale Sean Patrick O’Malley, succeduto a Law nella diocesi di Boston e unanimemente apprezzato per il suo lavoro di pulizia e trasparenza, ha visto il film alla sua uscita definendolo “importante e potente”, e il cast ha invitato lo stesso Bergoglio a guardarlo.

Quanto a Law, il cardinale che sapeva quanto avveniva e che scriveva lettere d’encomio ai sacerdoti coinvolti (ad esempio a padre Shanley, coinvolto in sette casi di molestie: «Senza dubbio nel corso di tutti questi anni di generoso zelo e sollecitudine, le esistenze e i cuori di molte persone sono state toccate dall’aver condiviso con te lo Spirito del Signore. Sei sinceramente stimato per tutto quello che hai fatto»), dal 2011 è ospite – arciprete emerito – della Basilica di Santa Maria Maggiore.

Nei primi giorni dell’insediamento di Bergoglio, si disse che il papa “allontanò” (o “cacciò” in alcune versioni più spinte) il vecchio cardinale di Boston dalla Basilica: la nota ufficiale di padre Lombardi era tutto sommato più sfumata.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
Commenti
Un commento a “Il caso Spotlight, il film sugli abusi sessuali nella Chiesa”
  1. Buon articolo, si poteva fare di meglio su uno dei film più importanti del 2015 e del cinema d’inchiesta americano.

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