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Dave Eggers e la democrazia digitale

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(Fonte immagine)

di Francesco Musolino

Se Philip Dick fosse vivo sarebbe felice di leggere il nuovo romanzo di Dave Eggers, Il Cerchio (Mondadori). Prendete l’idea della quinta parete che entra in tutte le case, del Big Brother di Orson Welles che tutto vede e collocatela in un futuro assai prossimo con la rete e le sue potenzialità pressoché infinite che vanno incontro al nostro bisogno di essere sempre interconnessi, reperibili, aggiornati e avrete le basi da cui parte Eggers. Romanziere poliedrico di successo che vive a San Francisco Bay – in cui ambienta anche il suddetto romanzo – Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide  basi teoriche tanto che degli scenari de “Il Cerchio” si trova traccia in un saggio assai interessante di Evgenij Morozov, “Internet non salverà il mondo” (Mondadori). Difficile riassumere questo testo in poche righe ma basti dire che Morozov analizza e trova le contraddizioni del “soluzionismo”, secondo cui a qualsiasi problema corrisponde un rimedio digitale traendo a sua volta forza dall’internet-centrismo, secondo cui dovremmo modellare gli ambiti della nostra esistenza replicando le peculiarità della rete.

Ne “Il Cerchio”, Eggers racconta la carriera pressoché fulminea della giovane Mae, tipica ragazza americana che lascia la provincia e un grigio impiego da burocrate per essere assunta dal Cerchio, compagnia multinazionale che somiglia tanto a Google – con l’assorbimento di Facebook, Twitter e PayPal (nel libro solo una volta si parla di “followers” ed è una briciola lasciata lì non a caso) – capace di far fuori la concorrenza e assumere il monopolio della rete.  Il Cerchio è stato fondato da Ty, pensatore simil-asceta che volendo combattere l’anonimato sulla rete ha fatto in modo che ogni persona potesse avere un solo account e dunque, una sola password. Sin dalla nascita. Ma se la nostra identità è certa non solo scompaiono i troll (“ricacciati nelle tenebre”) e il cyber-bullismo (“nel giro di una notte tutti i forum di commenti diventarono civili”) ma ogni transazione economica sarà perfettamente efficace. In breve ne Il Cerchio, grazie al racconto di Mae che prima fatica ad “integrarsi” ma finisce per esserne l’emblema aumentando in modo vertiginoso la sua popolarità virtuale, si sviluppa la teoria dell’infocomunismo, manifestata da una serie di motti su cui spicca “la privacy è un furto”. Condividere diventa non più un’opportunità ma un obbligo e chi si eclissa, chi si ripara dagli occhi della rete, chi semplicemente si difende, viene accusato di celare oscuri segreti, additato dalla pubblica accusa che viaggia sulla fibra ottica, messo alla berlina o convinto a redimersi.

In nome della sicurezza e dell’accessibilità, telecamere open-access vengono piazzate in ogni luogo che ciascun utente del Cerchio può controllarle e la classe politica, sempre in nome della Trasparenza e sotto la spinta della rete, accetta di indossare una microtelecamera al collo che li segue passo-passo durante la giornata. E chi non accetta può semplicemente dire addio al futuro in politica. E ed è così che comportarsi eticamente è la mera conseguenza del fatto che tutti sono sempre osservati e ben visibili (“chi commetterebbe un reato sapendo di essere sorvegliato in ogni momento, dappertutto?”). Esattamente come profetizzava nel 1791 il giurista Jeremy Bentham pensando al Panopticon, il carcere ideale.

La lettura de “Il Cerchio” colpisce perché così come accadeva nei romanzi di Dick, parla di noi e delle nostre ossessioni. Così tutto nasce  dall’account con password unico per combattere l’anonimato finché, fra i numerosi progetti segreti di ricerca del Cerchio (proprio come accade per Google) si giunge ad ideare un chip che innestato nelle ossa del bambino, lo renda sempre rintracciabile, prevenendo crimini e rapimenti. Perfetto, niente da dire. Ma se abbiamo un solo account, una sola password e siamo utenti dall’identità certa, perché non bloccare il nostro account social, finché non saremo andati alle urne? Un account, un voto. Immaginate semplicemente di non poter più twittare o navigare finché non avrete votato, come vi sentireste?

Ma come avviene questa sottomissione alla rete? Come si giunge alla “democrazia digitale obbligatoria”? In modo assolutamente spontaneo ed è questo, in fondo, il tratto che spaventa di più e che rende “Il Cerchio” un romanzo distopico eppure paurosamente possibile. In uno dei più bei dialoghi del libro, sarà proprio Mae, divenuta ormai emblema della Trasparenza e progenitrice dei tre motti (I segreti sono bugie; Condividere è prendersi cura; La privacy è un furto) a chiarire che essere controllati va bene. Tutto può andar bene. A patto di lasciare un segno e non morire soli e dimenticati, in un mondo troppo grande per potervi lasciare davvero un segno. Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, ha dichiarato: “qualsiasi attività è migliore se se svolta socialmente”. Il problema è che nel prossimo futuro potremmo non poter più scegliere di scollegarci, restando in una stanza, da soli, con le nostre idee. E senza connessione wi-fi.

Commenti
16 Commenti a “Dave Eggers e la democrazia digitale”
  1. bidé scrive:

    Il Big Brother di Orson Welles?

  2. Giuseppe Granieri grazie per aver ripreso il mio pezzo sul tuo blog. Come avrai capito il tema affascina molto anche me.

  3. Ferruccio scrive:

    Un romanzo che sembra ricco di spunti e stimoli

  4. Ferruccio, confermo, un romanzo ricco di spunti e riflessioni. Ma soprattutto un romanzo che porta avanti una riflessione senza giudicare. E nelle ultime pagine la smania di essere connessi e condividere trova anche una sua giustificazione, decisamente razionale. Val la pena leggerlo senz’altro anche per i suoi rimandi a Orwell, Dick e Bradbury se ami il genere distopico.

  5. Tommaso scrive:

    A chi non lo avesse letto: da non perdere assolutamente

  6. Marco scrive:

    Va beh, capito che Or.Well ha una forte assonanza con Orson Welles, e compresa la alta probabilità che il nostro cervello vada in confusione…la correggiamo sta topica?:-)

  7. fafner scrive:

    Mentre leggevo, mi è tornato in mente lo sfortunato spot con la Marini e Amendola: videochiaaamami! Sì, ciao core. Meglio se mi scrivi (pochi) caratteri, e poi ti rispondo quando ho finito di fingere impegni.
    Il libro è dominato dall’apparenza che le stesse net company propagandano: un’umanità che non esiste, se non negli uffici marketing e nel mulino che vorrei. Mette in guardia senza comprendere che siamo alla nuova società dello spettacolo, la società social. Peccato che si tratti di finzioni che appagano, non di modelli condivisi: alla gente va bene essere spiata per non pagare i servizi, ma condividere tutto è un gioco di vanità, mica un credo. Le seconde vite in rete sono la soddisfazione del bovarismo, altro che account unico come nuovo social security number. È voluto il flirt di nascosto, mica l’agorà. La sottofatturazione, non il pagamento elettronico. Il mondo è tea party, non Coca Cola.

  8. Marco non si tratta di un grossolano errore quanto del salto di un passaggio, di una crasi. Scrivendo “quinta parete, Big Brother e Orson Wells”, volevo citare Bradbury, Orwell e il Citizen Kane – il quarto potere – di Orson Wells, oltre al già citato Philip Dick con cui apro il pezzo.

  9. alfredo queirolo scrive:

    Firmate la petizione Procura della Repubblica di Roma: PASOLINI: LA VERITA’ NON PUO’ PIU’ ASPETTARE” su Change.org.

    È importante. Qui c’è il link:

    https://www.change.org/p/procura-della-repubblica-di-roma-pasolini-la-verita-non-puo-piu-aspettare#

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  1. […] E poi specifica, non senza qualche piccola ironia: «Eggers vive nella iperdigitalizzata California ma non possiede nemmeno un account Twitter. Come Jonathan Franzen, più di Jonathan Franzen, Dave Eggers non gioca con gli scenari cercando la complicità del lettore: da ogni pagina di questo romanzo trasuda pura paura degli scenari futuri ma piuttosto che metterli alla berlina, si immerge nelle profondità. E così piuttosto che sfornare un libro in cui si contrappongono apocalittici ed integrati, questo romanzo ha solide basi teoriche». Il tipo di romanzo che considererei interessante. Ma fatti un’idea da solo: Dave Eggers e la democrazia digitale […]

  2. […] Francesco Musolino Dave Eggers e la democrazia della rete […]

  3. […] letto Il Cerchio di Dave Eggers? Se non lo avete ancora fatto, leggetelo.  È chiaramente una distopia portata […]

  4. […] collegamenti ipertestuali, attraverso i quali potremmo fare un exursus di quest'ultima: "Il cerchio" di Dave Eggers è disegnato con hyperlink, tags, cookie, posizioni geolocalizzate, […]

  5. […] social network e raffigurata in modo chiaro ed agghiacciante nella distopia tecnologica de Il Cerchio di Dave Eggers: un mondo dove tutti sanno tutto di tutti, dove la presenza online è totale e […]

  6. […] così da strutturare sottotraccia l’esistenza. Lo scrittore statunitense Dave Eggers nell’opera Il cerchio è uno dei primi autori ad avere narrativizzato, e quindi reso visibile, l’impatto dei social […]

  7. […] perchè leggere “The circle” […]



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