ehud-neuhaus-h3Oj7xroTyI-unsplash

Il cimitero slovacco

ehud-neuhaus-h3Oj7xroTyI-unsplash

«In questa stagione», gli disse Irina con uno sguardo trasognato, pensando alla sua terra con trasporto e con un pizzico di molle nostalgia, «in Russia abbiamo l’usanza di visitare i cimiteri. Portiamo dei panini, della frutta, un po’ di vodka, e stiamo insieme ai nostri cari. Mettiamo una candela davanti alla tomba e mangiamo con loro, parliamo con loro, gli uomini bevono la vodka. Poi, se avanza qualcosa, lo raccogliamo da una parte e lo lasciamo lì.

I poveri e i vagabondi lo sanno, e nel tardo pomeriggio passano a mangiare alla luce fioca delle candele, e trascorrono un’ora di spensieratezza e di pace nella quiete surreale del cimitero».

La luce smorzata della sera entrava dalla serranda leggermente abbassata, e lottava con il chiarore dell’abat-jour, riempendo l’aria di un calore diffuso. Giorgio era stanco, ma anche appagato dall’amore del tardo pomeriggio. Non aveva pensieri, solo una sensazione di confuso benessere che lo inondava con munificenza, senza lasciare spazio nella sua mente per nient’altro che quella calma lenta e generosa. Tornando dal bagno, Irina si era distesa al suo fianco, come era solita fare, e aveva iniziato a parlargli.

Gli disse che amava in modo particolare il mese di ottobre, che adorava la festa di Halloween, anche se in Russia alle persone anziane non piaceva: «Non appartiene alla nostra tradizione, dicono, ma io la trovo molto suggestiva. Non per la parte riservata ai bambini, quella di dolcetto o scherzetto, ma per l’atmosfera malinconica di fine ottobre, per quel residuo della calura estiva che ancora si percepisce nel clima mite di metà autunno, che fa più sopportabile la cupezza delle giornate e ci rende i morti più vicini, più familiari, e allo stesso tempo meno perturbanti».

Parlava lentamente, guardandolo negli occhi, senza sorridere, con una voce più bassa di quello che,guardandola, ci si sarebbe potuti aspettare, e gli comunicava una profonda serenità, come se in quella sera il tempo avesse smesso di essere una dimensione irreversibile e si fosse trasformato in un attributo trascurabile dell’esistenza, qualcosa che si potesse mettere in un canto e dimenticarsene. Il tempo non esisteva più. Le cose, anziché accadere in una linea orizzontale in cui era riconoscibile un prima e un dopo, sembravano galleggiare oziose nel pomeriggio, così incantevoli nella loro incommensurabilità, nella loro assoluta purezza che le collocava al di sopra di qualsiasi implicazione con tutto ciò che è caduco: le parole scambiate pacatamente nella sera, l’amore di un’ora prima, la stanza intima e raccolta, la luce bassa che svelava gli oggetti senza rivelarli completamente.

Poi, gli raccontò una storia che non avrebbe più dimenticato. Irina, pur essendo molto giovane, era stata sposata per sette anni con Jozef, un uomo slovacco molto più grande di lei, quasi anziano. Poi, a un certo punto, le cose avevano smesso di funzionare, e lei era tornata a Mosca dalla sua famiglia. Ma aveva mantenuto un buon rapporto con il suo ex. Ogni tanto lo andava a trovare, e trascorrevano dei giorni insieme. D’estate, qualche volta, andava ancora in vacanza con lui.«Ma solo come amica», teneva a precisare, ridendo, mentre lo raccontava.

«È uno dei ricordi più romantici che ho. Era fine ottobre. Io e Jozef eravamo in macchina, su una strada in collina, circondata da campi coltivati, appena fuori Bratislava. Il sole era tramontato da poco, e la luce rosso scuro del crepuscolo conferiva ai paesini lungo il percorso un aspetto surreale, come incantato. A un tratto, dopo una svolta lungo la via, apparve il cimitero. Si distendeva al di sotto del livello della strada, per cui ne avevamo una visuale dall’alto, che ci consentiva di contemplarlo nella sua interezza. Era un cimitero di campagna, piccolo, raccolto. Davanti a ciascuna tomba c’era un lumino rosso, e l’insieme delle piccole luci del camposanto formava un chiarore diffuso che lottava con quella appena più forte del crepuscolo, dandoci l’impressione della fragilità delle cose che si consumano. Ci fermammo, scendemmo dall’auto, e rimanemmo seduti per terra a guardare quello spettacolo incantato. Non ho mai avuto in modo così forte il senso dell’eternità, e al tempo stesso la percezione della provvisorietà, della bellezza delle cose sospese. Ogni cosa appariva allo stesso tempo precaria e duratura. Ci sembrava di ascoltare il canto sommesso di tutte quelle anime, che ci rivelava un messaggio mesto di speranza. Tutto era così strano».

Irina raccontava guardando dritta davanti a sé, come se tentasse di recuperare i ricordi da una remotezza difficilmente accessibile. Le sue parole, tuttavia, conservavano il nitore delle cose sfavillanti, dei ricordi che restano custoditi in una sfera privilegiata del cuore, dove vengono preservate le memorie più importanti e più preziose.Tutto sembrava prezioso. Il cimitero slovacco, incorniciato dalla luminescenza scarlatta delle tombe e dei loro lumini tutti uguali, si incastonava nella luce del crepuscolo come un monile sfolgorante in una cavità sperduta della storia, e Giorgio lo vedeva risplendere nel lento pomeriggio di ottobre in quella camera romana tanto distante e tanto malinconica.

«A un certo punto», continuò Irina, «si spense anche l’ultimo chiarore di quel crepuscolo infinito, e l’aria rimase illuminata solamente dai lumini del cimitero. Era una luce vacillante, che faceva tremolare l’atmosfera come se tutto fosse precario. Sembrava che le anime dei morti ondeggiassero sulla collina e le donassero una natura estatica, fluttuante, preservandola dal suo destino immobile di staticità – il destino rigido delle rocce e delle pietre, condiviso con le cose destinate a durare – e la elevassero alla condizione più alta delle creature alate, che trascorrono la loro vita più nobile in una zona indecisa, a metà strada tra la terra e il cielo.

Jozef mi fece cenno di guardare in alto, e subito levai lo sguardo. Potei distinguere la sagoma scura di un falco che sorvolava il cimitero proprio in quel momento. Tracciava una traiettoria lineare, esatta, che tagliava l’aria in maniera precisa ma impercettibile, come se disegnasse con un righello una linea tenebrosa sopra un foglio oscuro. Guardai il falco che scompariva rapido nel buio; poi guardai il cimitero illuminato, e mi sembrò che quella scena fosse il simbolo di qualcosa, anche se non avrei saputo dire esattamente di cosa. Io e Jozef ci stringemmo forte la mano, e rimanemmo lì seduti lungo il ciglio della strada, sperduti in quella immensità. Ci guardammo profondamente negli occhi, senza dire nulla, pensosi, sconosciuti a tutti, dinanzi alla pace così luminosa e così compiuta di quel camposanto».

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2018 ha pubblicato presso Castelvecchi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Fa parte della redazione di «Nuovi Argomenti», per la quale si è occupato della scrittura di saggi critici, della stesura di una rassegna di poesia italiana contemporanea e di traduzione poetica. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza. Lavora per una multinazionale.
Commenti
Un commento a “Il cimitero slovacco”
  1. Fiaschetti Giancarlo scrive:

    bello molto bello capace di trasferire l’immagine di Irina, l’atmosfera crepuscolare e i suoi sentimenti ai miei occhi e al mio animo come se fossi io a vivere con lei e al suo posto. Bravo! leggerò con curiosità e piacere altri tuoi scritti. Ricordami chi è stato il tuo insegnante di lettere e in che anno ti sei diplomato, In ogni caso parlerò ai miei amici di te e mi farebbe piacere incontrarti per una chiacchierata e un caffè. per ora un abbraccio. Giancarlo

Aggiungi un commento