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Il Cinghiale che uccise Liberty Valance

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È in libreria Il Cinghiale che uccise Liberty Valance, il primo romanzo di Giordano Meacci (minimum fax). Ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due appuntamenti: domani, mercoledì 16 marzo, Giordano Meacci è alle 21 al Circolo dei lettori di Torino con Giorgio GianottoAlessandro Borghi; domenica 20 marzo alle 20 l’autore sarà a Libri come all’Auditorium Parco della Musica di Roma con Diego De Silva e Francesca Serafini (Spazio Garage – Officina 3). (Immagine: dettaglio dell’illustrazione di copertina – Riccardo Falcinelli)

17 luglio 1999

Il vento, lo scirocco puntiglioso e affannato

che sbatàcchia le cime dei cipressi come se volesse cercare di tirargli fuori un qualche tuùng di campana a morto, quasi scavando punta per punta per sottrarre ai pennelli il calore verde di un’ottava inferiore – o di una terza maggiore – che invece il poco spessore ritratta: e intanto alleggerisce lo stridore del fruscio verso i toni nylon dello sfregamento, a ogni oscillazione; il vento, una danza a vortici che da sud-sudest spàzzola via gli aghi di pino insieme con i folletti brumosi e storditi dall’afa del primo pomeriggio, sembra spaccare l’argine del Nardile come in un riflesso di Henry Fox Talbot appena fissato dall’ultima luce: il piano verticale sull’orizzonte di sassi della proiezione, ingiallito di spighe di mais, e di farina di granturco, il paesaggio dilavato di castano e di ecru, la terracotta del sole sbiadita nell’esplosione trasparente dell’acido e nei rossi vanificati dal solfito di sodio. E poi sotto, più sotto: la cenere febbricitante dell’argento quando smette di valere per eccesso di quotidianità.

Lui, Amedeo, suda nel fresco di lana grigio; è la seconda volta che lo indossa: è il primo a sinistra, la parte stretta dell’esagono irregolare che La contiene. Lei, Agnese. Lui è il lato obliquo minimo del trapezio: sente alla spalla destra un dolore umido che gli s’allarga senzatregua; e che gli formìcola zampate di bruciore diffuso tra la scapola e la piccola chiave dello sterno, tutta una pianura muscolare che lo costringe a una tensione costante, e innaturale, le mani che cercano di incollarsi e fare presa a ogni passo sul legno di ciliegio, mentre dietro di lui Marcello lo incalza, pantaloni cachi e maglietta rossa a maniche lunghe, l’asse sguincio che si muove e cammina con loro a passi lenti e cadenzati, il destro con il destro, il sinistro con il sinistro: il rumore ovattato delle superga incongrue di Marcello; lo squittìo di cuoio delle sue scarpe inglesi, chiuse nella scatola di cartone da almeno due anni e mezzo, dal gennaio del matrimonio della Lena, e di Ottavio: e ritrovate apposta quella mattina a fare da concerto al vestito grigio e alla cravatta bordeaux, sua moglie a chiedergli conto di tanta premura e rispetto, «che non ce l’hai avuto e manco pe’ i’ mmi babbo bellomorto», lui a stordirsi a furia di repliche di «Bella, perfavore, cazzo» a ogni attacco mormorato di lei, Andrea ad ascoltarli nell’altra stanza senza farsi vedere; questo, lui, Amedeo, lo sapeva benissimo.

Un figlio troppo intelligente è una condanna da patire anno per anno fino alla vecchiaia, le delusioni inferte a galleggiare su ogni sguardo ricambiato, nessun rispetto da regalare né esperienza da concedere al tempo che si ripete su sé stesso.

«Bella non rompere i coglioni stamattina», le aveva detto lui, i lacci neri delle scarpe infiocchettati come dovesse regalarle a qualcuno dopo averle conservate, gelosamente, insieme con i filodiscozia che s’impiantavano sul bordo arrotondato dello sperone. «Stamattina niente cazzate».

Lei l’aveva smessa, incredibilmente. L’aveva lasciato davanti allo specchio grande dell’armadio; s’era portata con sé i vestiti di cotone, leggeri – le sfumature slavate del malva della camicia, il rigore crema della gonna, lunga – e se n’era andata in bagno; in silenzio. La pesantezza dei rumori l’aveva assalito come il to-toc di un coperchio che si assesta. Il legno della tavoletta che sbatteva contro le piastrelle, il sedersi di lei con stizza contenuta, lo scroscio di urina che raggiungeva l’acqua in un ribollire torbido di umori lasciati andare, lo strappo ancillare della carta igienica e il successivo tentennare della seggetta sulla ceramica bianca del water. Tutti i rumori amplificati dalla cassa di risonanza del silenzio di lei come se le orecchie di Amedeo si fossero fatte, d’improvviso, cartilagine di lupo mannaro. Una regressione alla ferinità scoperta delle angosce pregrammaticali del dolore.

Che l’aveva lasciato definitivamente solo, e perduto, a fissare senza vederla la sua sagoma in vestito grigio; il naso aquilino appoggiato sul labbro superiore – rosaceo, pallido come le palpebre acquose di un cadavere conosciuto da vivo e amato troppo poco per reggerne il ricordo – il rossore chiazzato della rasatura, i capelli cortissimi, una spazzola definita da cui i quarant’anni in agguato estraevano già una dose massiccia di bianco e di grigio sparso, puntiforme: il làscito della giovinezza che spiazzava il tempo a venire con una promessa di inverni parziali sottocute.

Il mento divaricato dei Bui, la fossetta sulla bazza che s’era incisa come un destino mendeliano su suo nonno, e su suo padre, prima di lui: e che però aveva tralasciato colpevolmente Andrea; la penetranza perduta dei Bui che s’era resa mandibola liscia e a suo modo banalizzata, pensava Amedeo tutte le volte che si dedicava al viso di suo figlio, un altro tratto nascosto tra i geni che sarebbe, probabilmente, ritornato in suo nipote, nel figlio – nella figlia – di Andrea.

Era stato lo scroscio a cascata dello sciacquone a definirgli con esattezza gli occhi, nello specchio. Il grigio striato di luce che s’era accasciato, alla fine, nella spossatezza disadorna di un lutto che non prevedeva di accettare. Sua moglie era uscita dal bagno già truccata, un alone di Hypnotic Poison Dior a spandersi a macchia d’aria.

«Si va?», gli aveva chiesto. Aiutato dalla luce curva dello specchio lui le aveva fissato il rigonfio violaceo dei seni.
«… Ti sei incantato?»

Finché lei non aveva distolto lo sguardo uscendo dal campo minato dei bordi dello specchio grande, e s’era persa di nuovo oltremondo, di là dai riflessi che lo spazio non riesce a cogliere nemmeno quando vengono guardati. Lui l’aveva cercata, muovendosi piano verso destra per riportarla, di schiena, nell’angolo concavo dello specchio, i capelli rossi raccolti sulla nuca, un accenno di sudore sotto l’ascella sinistra alle prese con lo chignon; la mano che arrotola i capelli e incastra l’asticella torta del fermaglio.

Vista dall’alto, la torsione laterale del serpente di persone che s’insinua, torrentizia, tra le curve della collina è un brulicare leggero e smanioso dei frammenti che la compongono e la condizionano: gran parte del paese che si muove al séguito di don Sebastiano, in punta di funerale: e appena dietro di lui il quartetto incongruo di Amedeo, Marcello dei Giacchetti, Mauro; e il vecchio Donato: ognuno uno sforzo differente sul viso, l’atteggiamento richiesto dalle attese emotive dei corsignanesi, mentre il vento riscrive i confini degli abiti — con una forza quasi sconosciuta ai pomeriggi di luglio dell’ultimo secolo, almeno stando a quello che si comincia a mormorare tra le file sparse e allungate della processione.

Un vento così, si continua a mormorare – i venticelli spersi della calunnia, il vento smargiasso che sciàbola il monte Arlecchino e arriva con la sua kilij di polvere e caldo sulle falde delle giacche, tra le pieghe di cotone delle magliette – un vento così non si vedeva (e poi «addìlla tutta, mai, mai così forte, madonnadiddìo», la voce dell’Argìla, in comunella standard con quella, più sgraziata e alta, della Norma dei Rosignoli, che conferma e rincàra) almeno almeno dal funerale della Telda dei Lucchesi, no? La Norma che risponde con un sì scontato del capo: un vento che allora – quanto? Venticinque? Trent’anni fa? Forse pure di più – allora era sembrato la conferma evidente e insindacabile dell’anima nera della Telda, visto anche il lavoro che faceva, giù, vìa, era quasi naturale che il vento «se la portasse all’inferno ancora prima dell’arrivo a’ ’i ccimitero…»: anche se poi – sempre addìlla tutta – nessuna famiglia, nella contabilità fantasma dei ricordi di paese, poteva dirsi privata delle capacità lavorative della Telda dei Lucchesi, la levatrice.

«Ché quello che si tira via in un modo, e’ si pò tirà ’vvìa anche in un altro, e’ si sa»: la brutale, infernale – questa sì, nei modi – spiegazione dell’Argìla alla su’ figlia quando – anche lei: la prima a ricordarsi del vento, in questo pomeriggio di luglio, le raffiche dello scirocco ad alzarle il foulard azzurro e oro in poliestere – anche lei, anche l’Argìla, votata alle bravure della Telda quando la Nunzia, la su’ figliola, nell’estate del Sessantadue, all’inizio d’agosto, aveva dovuto affidarsi alle cure ambulatoriali della mammana, il figlio dei Còlzari troppo stupido per pensarlo proseguibile in una qualche forma natale, «almeno no cco’ la mi’ figliola», aveva spiegato l’Argìla alla Telda, che aveva preso per mano la Nunzia e l’aveva fatta sdraiare sulla brandina da campo che la levatrice teneva accanto al letto matrimoniale, alto, i due materassi di crine poggiati a baldacchino: l’Argìla lì, ad accompagnare la figlia e a controllare che tutto fosse preciso e silenzioso, il caldo pressante dell’estate a imporre le medie record di quaranta e più gradi, mentre il corpo di Marilyn Monroe – proprio allora, in quel preciso momento chirurgico, solo a diecimila chilometri di distanza – traslocava in overdose da Brentwood alle terre sfitte (se poi si tratta di terre) dai cui confini, di solito (qualche caso chiacchierato a parte) non torna nessun viaggiatore.

Idrato di cloralio e quarantasette pasticche di nembutal, mentre la Telda trafficava con la chimica minore di una blanda anestesia locale e una versione corsignanese della cannula di Karman.

E venticinque, trent’anni prima, c’era stato appunto un vento gelido che aveva sradicato le querce a piè del monte, che aveva travolto la prima fascia – dieci, quindici metri di bosco – dell’Entrata, addirittura, in quella metà di gennaio del funerale di Matilde Lucchesi, detta Telda dall’intera Corsignano; la levatrice che – in quasi cinquant’anni di professione – aveva contribuito più o meno a una sorta di costante di Fidia tetradimensionale nel rapporto tra nascite e interruzioni di gravidanza clandestine — dopo: anche dopo gli anni Settanta e la ratifica referendaria della 194, essendo talvolta meno condivisibile la scelta plateale legale rispetto agli agi oscuri delle ratifiche paesane underground.

Ma se il vento della Telda era pienamente giustificato, questo scirocco qui, invece, è immotivato per l’Agnese degli Andreoli, la madre di Walter, la figliola di Osvaldo (ché i Malpighi e Salvo, soprattutto, erano poco nominati, da sempre: quasi una damnatio cognominis evitata dall’amore incondizionato per Walter che tutta Corsignano, istintivamente, nutriva): è questo che scuote tanto l’Argìla quanto la Norma sua complice di bisbìglio, entrambe alla ricerca di un’intuizione di malizia, un barlume imprevisto e sospeso che in qualche modo le illùmini, motivando la dicerìa, antichissima, delle raffiche d’accompagnamento funebre alle anime malvagie del paese.

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