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Il comandante biondo. Breve storia di William Alexander Morgan

Pubblichiamo un testo di Giulio D’Antona su William Alexander Morgan.

di Giulio D’Antona

Sono due gli stranieri ad aver raggiunto il grado di comandante, nella Cuba rivoluzionaria. L’altro è Ernesto Guevara.

C’è questa foto, in bianco e nero. Fidel è seduto in quel suo tipico modo debosciato, sorride e applaude. È l’unico barbudo ancora fedele al termine. La Sierra è lontana, non tanto nel tempo, quanto nella fatica e nelle battaglie. Santa Clara è ieri, ma sembra passata una vita.

L’uomo davanti a Fidel non è cubano, e si vede. Ma nemmeno sudamericano. E si vede. È biondo, alto un metro e novanta abbondante, la mascella squadrata da marmittone statunitense. Comandante William Alexander Morgan. Ha la faccia di chi ha combattuto, ma non quella che ci aspetteremmo da uno che ha assaltato un treno carico di armi governative a capo del Segundo Frente Nacionàl, spalla a spalla con il barbudo – anche lui uno dei pochi a mantenere lo status – Guevara, e ha tenuto d’assedio una cittadina per tre giorni, nel corso della battaglia conclusiva che dopo sei anni di guerriglia ha coronato il sogno rivoluzionario. Ha più l’aria di uno che ha bombardato la Corea. Eppure è stato lì, in prima linea assieme ai simboli del socialismo internazionale, unico yankee dalla parte sbagliata del fronte.

Morgan è nato a Cleveland – Ohio, nel 1928. A Santa Clara ne aveva trenta. Dopo qualche anno di guai con la legge, sempre dentro e fuori dai comandi di polizia, si è arruolato nell’esercito e ha servito in Giappone verso la fine della Seconda Guerra Mondiale. Congedato con disonore nel 1948, e non è dato saperne di più. La sua avversione al regime militaresco, comunque, è risultata da subito evidente. Un soldato svogliato, poco incline ad eseguire gli ordini, poco incline a tenere la camicia nei pantaloni. Qualcuno ha supposto che fosse addirittura un infiltrato dei servizi segreti, e che giocasse al finto tonto per mantenere la copertura, ma questo molto tempo dopo e senza nessuna evidenza a supportarlo. Dopo il congedo più niente per nove anni.

Ricompare all’Havana nel 1957 e fa in modo di perdersi nella dolce vita di quello che era il parco giochi d’America. I club esclusivi aperti tutta notte, le ballerine more e succinte, le slot-machine che sputano dollari d’argento in faccia a chi è abbastanza fortunato o motivato da starle a corteggiare, William non si lascia scappare niente. Eppure è sempre circondato dall’aura del sospetto, frequenta i salotti giusti guardandosi le spalle e di tanto in tanto si concede qualche passeggiata nella città vecchia, qualche telefonata ad amici cubani di cui nessuno sa niente, e una o due sigarette con alcuni esuli conosciuti a Miami. Come o perché sia approdato nei Caraibi statunitensi, resta un mistero. Di gente che scappa ce n’è, e in ogni caso l’isola brulica di uomini dei servizi segreti di Nixon, non c’è niente da temere.

Intanto, ignorata o meno, nelle alture la rivoluzione è in pieno sviluppo. Dal 26 luglio del 1953, l’assalto della Moncada, di anni ne sono passati quattro, vale a dire che ne restano due prima che tutto finisca. Ma nessuno può saperlo. Fidel è accampato sulla Sierra Maestra, e sta accentrando le forze e calcolando le risorse per tornare all’attacco.

William crede nel socialismo, ed è un acceso oppositore alla politica di Batista. Non è d’accordo con il governo fantoccio, con l’egemonia statunitense e pensa che il popolo abbia veramente diritto a un’occasione per mettersi alla prova, per far fiorire quest’indipendenza di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto in faccia. Non è l’unico yankee con idee rivoluzionarie, ma è l’unico a decidere di salire davvero sulle montagne, quelle di Escambray per l’esattezza, e di unirsi al Segundo Frente Nacionàl, introdotto da una vecchia conoscenza, di idee troppo capitaliste per il Frente ma troppo liberali per Batista. Il suo addestramento militare – e la generale penuria di veri soldati – lo porta velocemente a capo di una colonna. Come Camilo e il Ché, coi quali unisce le forze per marciare su Santa Clara.

Il resto è storia: la presa del treno, l’ingresso in città, l’assedio, e Batista che il 31 dicembre 1958 scappa verso la Florida.

Il primo gennaio del ’59, William e la sua colonna puntano a Cienfuegos, ma è una mossa di mantenimento, perché la rivoluzione è belle che fatta. Fidel, infatti, compare all’Havana per festeggiare l’anno nuovo e dichiarare l’indipendenza.

William crede nel socialismo, ma non nel comunismo. Quando viene interrogato sul destino di Cuba, sulla politica rivoluzionaria di Castro, afferma sempre con convinzione che non si tratterà di un governo comunista, bensì di una democrazia parlamentare. Libere elezioni, l’epoca dei caudillios finita, sarà il popolo a governare. Man mano che Fidel afferma il suo spirito marxista e totalitario, gli ardori dei primi tempi di Morgan si raffreddano, così come quelli di molti altri democratici che hanno fatto parte del SFN e vedevano il destino di Cuba come quello di una repubblica indipendente capitalista. L’opposizione, però, non è ancora matura per trascendere i sistemi golpisti e avvenire su un piano politico.

Nell’agosto dello stesso anno aiuta a sventare un colpo di stato messo in atto dal sanguinario ed egocentrico dittatore dominicano Rafael Trujillo, ai danni di Castro. L’idea è semplice, sfruttare la propria fama di scettico per infiltrarsi tra i cospiratori, quindi cambiare schieramento all’ultimo e fare saltare tutto. Funziona, ma l’esecuzione ha un che di sospetto. Sarà che Fidel sta già cominciando a sospettare di tutti, sarà che tutti stanno già cominciando a storcere il naso rispetto alle idee di Fidel, sarà che William ha l’aria troppo coinvolta per uno che fa il doppio gioco, fatto sta che alcune teste stanno per cadere. Camilo Cienfuegos affonda nell’oceano assieme al Cessna sul quale volava, i ministeri si fanno e si disfano nell’arco di pochi giorni, le proteste nascono e muoiono. Le persone spariscono.

William viene arrestato nell’ottobre del 1960, con l’accusa di cospirare contro il neonato – e confuso – governo rivoluzionario. Processato, condannato a morte e fucilato l’11 marzo 1961, due mesi prima che Castro dichiari ufficialmente Cuba uno stato socialista. Olga Rodriguez Farina, sua terza moglie e rivoluzionaria anch’essa viene processata in absentia e condannata a trent’anni di carcere come complice. Ne sconta dodici, riesce a fuggire negli stati uniti, poi aspetta cinquant’anni che le venga riconosciuto lo stato di esiliata politica, che la memoria del marito venga ufficialmente riabilitata e le venga concessa la cittadinanza. Dopo quarant’anni di silenzio ammetterà l’attività anti-castrista del marito.

Le idee di Morgan crollano con lui, lungo il muro della Cabana, il carcere simbolo delle torture di Batista e della prepotenza occidentale in cui è stato imprigionato e interrogato per quasi un anno. Il destino dell’isola è quello di diventare lo stato della rivoluzione, di fare da caposaldo russo durante la guerra fredda e di chiudersi in uno stoico eremitaggio politico, voluto tanto dall’embargo statunitense quanto dal proprio governo, per resistere alla caduta del blocco sovietico. Il destino di William è quello di venire dimenticato dai più. Non un muro con dipinto il suo volto, non una frase da insegnare nelle scuole, non un’accusa comprovata per cui odiarlo. C’è quella foto, in bianco e nero. Fidel che ride e applaude, gli ex barbudos, magri ma puliti e l’omone alto e biondo in piedi. Che sorride e sembra che stia aspettando qualcosa.

Giulio D’Antona (Milano, 1984). Fa il freelance duro e puro scrivendo di letteratura e televisione, collabora regolarmente con varie testate tra cui Blow Up, Il Mucchio e inutile. Cura una colonna su Serialmente. Ha pubblicato racconti su Colla, Follelfo, Vanity Fair e un paio di antologie, oltre a una raccolta (Senza un briciolo di emozione, Eclissi, 2012). Parla in un podcast che si chiama Tourette su trasmissione.eu. Traduce e fa il consulente, a volte. Nel 2011 ha fondato Cadillac.
Commenti
5 Commenti a “Il comandante biondo. Breve storia di William Alexander Morgan”
  1. davide calzolari scrive:

    bell’ articolo,davvero,complimenti

  2. Ivan scrive:

    Applausi per l’incipit.

  3. Celia scrive:

    Bel articolo….sono cubana, ed è questa la parte della storia di Cuba di cui non si parla…maledetti questi comunisti…

  4. Otto scrive:

    C’era del romanticismo. Forse credevano in una giustizia di questa terra. Lui probabilmente ci si è trovato dentro senza saperlo, non lo metterei in un girone dell’inferno…..

  5. Nove scrive:

    Effettivamente mai sentito parlare del comandante biondo. Ho visto un documentario, e ho cercato per saperne di più. Credo che sia stato un eroe, meritebbe di più. Ho vissuto un anno a Cuba, nessun riferimento. L’ho scoperto in Italia. Dittatura castrista

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