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Il conoscitore – appunti di un uomo di governo

di Gianluca Cataldo

Pubblichiamo di seguito la prefazione del libro Il conoscitore – appunti di un uomo di governo. Le lettere (176 pag.), che uscirà per le edizioni Otto e mezzo il 20 novembre 2010. Ho personalmente avuto l’onore di leggere il pdf, gentilmente inviatomi dal mio amico Marco Milani, direttore editoriale della collana “Le memorie” della piccola casa editrice di Palermo, previo consenso dell’autore. Nel libro potrete leggere la corrispondenza privata di un politico che ha attraversato l’intera vita repubblicana e che, proprio per questo, è inutile identificare. L’artificio letterario di cui si serve l’autore è lo stesso: nel libro non si fa mai apertamente il nome di suo padre, il che (se non sapessimo anagraficamente di chi sta parlando – e lo sappiamo) rende superbo il tentativo di distaccarsi dall’Italia politica per includerci tutti, noi e loro. Non scegliere l’anonimato è per l’autore l’unico modo di non deresponsabilizzarsi; condannare all’anonimato suo padre, il Politico, sembra essere, forse peccando un po’ di qualunquismo, un modo per sottolineare i limiti di un’intera classe politica.

«Disprezzo le masse perché non sono in grado di perseguire le colpe di nessuno, tanto meno le mie, abnormi ed evidenti a un osservatore attento. Il male del nostro secolo è stato sganciare dalle responsabilità personali la persona responsabile. Si è parlato a sproposito di demonizzazione come qualcosa di negativo dalla quale tenersi non distanti bensì equidistanti, evitando di foraggiare rigurgiti elettorali che il tempo avrebbe naturalmente sopito. Lo scarto tra le responsabilità – e non le colpe e i peccati – e il responsabile ha prodotto un allontanamento dal tempo che ha finito per declinarsi al plurale. I tempi sono diventati il colpevole (riesumando una frattura tra l’atto e il contesto). In questo modo si nutre, sottilmente, una qualche deresponsabilizzazione, che si muove in due direzioni. La prima, pericolosa, per cui non solo si confondono peccato e reato, ma anche perdono e assoluzione, con la speranza che sarà la storia a parlare, obliterando il dato che la storia parla per nostra bocca e che, secolarizzando, dirà di “anni di” agganciando un sostantivo adatto al caso.
Secondariamente ci si autoassolve dalla fatica di incidere, in qualche modo, sui nostri anni, che non appartengono né al piombo né alla gomma né alla precarietà».

Chi scrive – non siamo noi, né potremmo esserlo – ha volutamente passato la vita incastrato in un minuscolo frammento dello Stato italiano, un interstizio dal quale si assume la forza di cambiare quello stesso Stato e, in qualche misura, ricattarlo. Dal 15 luglio del 1946, nella Commissione per la Costituzione, ha seduto di fianco a Leone, Moro, Taviani, Calamandrei, Pesenti, Nilde Lotti, Togliatti, ma non è chi pensate. Lui lì non c’era.
C’era il 18 giugno 1946, c’è stato per i governi De Gasperi. Tutti. C’è stato, senza soluzione di continuità, per tutti gli anni della sigla democrazia cristiana. Quando scrive “anni di” sa perfettamente di cosa parla, perché lui ha contribuito ad agganciare il sostantivo, con campagne giornalistiche e iniziative editoriali foraggiate dalla consapevolezza della propria equidistanza.
C’è stato anche dopo, fino alla caduta della seconda repubblica. E si è autorevolmente riciclato anche al sorgere della terza, scrivendo in altre lettere private (mai pubblicate) che temeva «l’ansia di chi dovrà giudicare la parola, di chi dovrà mettere in fila le lettere e fucilarle, immolarle al simulacro pagano di uno Stato che non vuole sapere di se stesso che ignora le proprie viscere. Che non parla di mestruazioni e che non si dispera se rimane pregno ciclicamente di un numero cardinale che indica in ordine sequenziale i fallimenti repubblicani. Uno. Due. Prima, seconda». Era lui a scriverlo sul finire degli anni Novanta.

«Rileggo Le Bon e penso che la massa, creatura per definizione provvisoria, si sia sedimentata e abbia finito per diventare l’unica veste che il popolo, come si diceva una volta, sia in grado di vestire. Se è l’inconscio del singolo a svilupparsi nella massa, e in questa svincolarsi da ogni ritrosia, l’inconscio italiano è votato all’inazione, o al più a quelle forme infantili denominate girotondi o, con dire più connotato, scioperi. Disprezzo le masse e, al tempo stesso, ne ho sfruttato i meccanismi: un individuo calato in una massa sarà più avvezzo ad accettare la massa stessa e a stemperare le proprie abitudini ideologiche in favore di un’ideologia media, per l’appunto massificata. Il passo definitivo verso il coinvolgimento del singolo nella massa è stato la legge elettorale passata alla storia come porcellum: l’illusione di una votazione equivale a una monarchia partitica dove il popolo può scegliere fra molti, ma nessuno scelto davvero e tutti soltanto nominati. L’ambiente massificato in cui è inserito l’individuo genera una sorta di apatia civica il cui punto fondamentale non è uno scadimento morale, né la possibilità, sia pur remota, di un comportamento etico della massa qualitativamente superiore a quello dei singoli, come concede Le Bon, quanto piuttosto la totale atarassia nei confronti della condizione di oggetto. Il riconoscimento dell’identità passa attraverso lo stereotipo creato dal far parte dell’istituzione. Il cerchio si chiude: l’individuo è nella massa, la massa è nell’istituzione, la massa è un unico individuo che subisce l’istituzione.
Completato questo passaggio è stato tutto più semplice».

Decido di pubblicare le sue lettere private ora che mio padre è morto. Ai funerali di Stato, pomposi e tanto diversi da quelli silenziosi che ha avuto mia madre, era tutto uno sfilare indistinto d’occasione. Mummie tenute in piedi da schede elettorali.
In casa mio padre era un uomo diverso, un uomo più consapevole di sé, di quello che era stato e di quello che non sarà più. Come scrive più sotto: un individuo sfocato nella massa e, aggiungo io, un padre mediocre e indeciso. La violazione della riservatezza di mio padre potrà sembrare il gesto risentito di un figlio trascurato, di un professore di Storia delle istituzioni politiche fiaccato dalla scarse vendite dei suoi libri di teoria politica alla ricerca del sicuro colpo editoriale, ma non è così. È solo la chiave di svolta per liberarci tutti, finalmente, di mio padre.

«Su una cosa ci si sbagliava: le masse non hanno mai una moralità superiore al singolo. Se subiscono le stesse dinamiche individuali, in maniera esponenziale, basterà suscitare atarassia civile nei confronti di una singola biografia personale perché anche la massa acquisisca una certa apatia. Il dossier personale deve diventare una sorta di elenco sintomatico in grado di garantire la smentita dei presupposti di ogni rivendicazione: i diritti sulla base dei quali l’individuo razionalizza le proprie pretese sono falsi.
Così si diventa gli unici detentori di una verità storica e assoluta.
L’eguaglianza dei deputati consiste nella loro inviolabilità, scriveva Canetti. Il sistema da noi creato può funzionare finché questa condizione egualitaria viene mantenuta ed elevata a prassi. Bisogna essere chiari su questo punto. Questa salvezza da morte civile che ci siamo concessi ci rende massa.
Io lo so, altri lo ignorano.
Anche nell’onorevole consesso di cui faccio parte quale senatore a vita, dopo anni di impegno indefesso. E tuttavia si tace, perché, come diceva il signore di prima, il silenzio ha un suo rovescio, in egual modo indispensabile e autentico. È la precisa conoscenza di quel che si tace a rendere il silenzio tanto vantaggioso. Su una cosa, però, è stato impreciso: il silenzio non è mai controproducente, non è una forma di difesa, e se a tacere sono io diventa una forma perfetta di attacco.
Se chiedessero a un pescatore su cosa si basa il proprio lavoro, probabilmente egli dichiarerebbe dipendenza dalle reti, dalle esche, e dalla pazienza. Se un giornalista accorto ponesse a me la stessa domanda, mentirei. Non potrei mai rispondere indicando la distrazione quale necessario utensile del mio mestiere. La distrazione dai meccanismi innescati sulla massa, e la distrazione dalla letteraria verità che la massa è differenziata e, come scrivevo prima, che è duplice. C’è la massa che subisce; e quella che agisce. Fino a che questa verità resterà parziale, e gli accorti intellettuali non rovesceranno la prospettiva, saremo salvi.
Io conosco molte cose dello Stato che ho contribuito a creare, se me lo chiedessero non esiterei a definirmi un conoscitore».

06/09/2006

Gianluca Cataldo è nato a Palermo nel 1984, e vive ormai da molti anni a Bologna dove si è laureato in giurisprudenza. Suoi scritti sono apparsi in vari blog (Nazione Indiana , GAMMM, il blog delle Edizioni Sur, Pastiche, Terranullius ).
Commenti
Un commento a “Il conoscitore – appunti di un uomo di governo”
  1. Larry Massino scrive:

    Inquietante. Speriamo faccia riflettere. Soprattutto l’accusa di sostanziale ignavia, che definirei anche collusione, rivolta agli intellettuali.

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