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Il Contagio di Walter Siti. Una guida all’uso

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Questo pezzo è uscito su Nuovi Argomenti.

di Sara Marzullo

COMPONENTI
Prima di iniziare la storia, Siti inserisce una planimetria della scala A di Via Vermeer: questo è il campo d’osservazione. Sotto scrive: «In alto gli abitanti della casa nella prima parte del libro, in basso quelli che abitano successivamente». Ogni dettaglio deve essere esplicitato, il testo non fa altro che narrare questa cartografia minima: «Nella scala A ci sono nove appartamenti ma ci abitano solo sette famiglie, dato che il secondo piano è occupato per intero da Fiorella col bambino».

URBANISTICA
Il contagio è un’etnografia possibile, è la descrizione asettica di un ambiente, è una raccolta di dati, volti, persone, appartamenti, discorsi, dicerie. Non giudica, dice piuttosto, fotografa, mettendo in posa. Staged fiction potremmo chiamarla, in un ambiente verissimo.

«Le vicende raccontate nel libro sono fittizie e i personaggi inventati, ma i dati ambientali sono disperatamente veri. […] La topografia di Roma è anch’essa un personaggio, finta e vera allo stesso tempo»

1 – Osservare dell’ambiente:
I borgatari di oggi sono la planimetria di un appartamento con il fitto bloccato, sono una cena di tre portate che nessuno mangerà, sono la cocaina e le visite agli spacciatori, sono i ritorni dal discount, le inaugurazioni con vip di quart’ordine. Sono la scala A, Via Vermeer di una borgata qualsiasi, non importa quale.
«L’appartamento si allarga per oltre duecento metri quadri e dà un’impressione di lusso, pur essendo un alloggio dell’Istituto Case Popolari col fitto bloccato a settanta euro al mese. Così spiega Gianfranco, il padrone di casa e della festa, mostrando orgoglioso le nicchie e i tripli bagni; ha semplicemente abbattuto due pareti divisorie e raggruppato tre unità abitative, liquidando con poche migliaia di euro gli intestatari precedenti; l’Istituto non si è mai occupato della cosa.»

2 – Le origini, ieri, l’etimologia:
«Il nome “borgata” fu usato per la prima volta nel 1924 per Acilia: definita, da un urbanista dell’epoca, “un pezzo di città in mezzo alla campagna, che non è realmente né l’una né l’altra cosa”». Le borgate non sono mai continue – ci racconta Siti – in mezzo c’è sempre un vuoto non organizzato. «La vera linfa che darà origine a quella poltiglia che normalmente si intende quando ora diciamo “borgate”, è l’abusivismo edilizio. Come li aveva creati sotto il fascismo, la speculazione negli anni Quaranta e Cinquanta distrugge e divora i nuclei relativamente ordinati delle borgate storiche. Pian piano si riempiono tutti i vuoti, in quell’unità collosa, in quello “spazio anisotropo” senza articolazioni strutturali che spingerò uno storico francese nel 1957, a parlare di Roma come di una “capitale sans banlieues”.»

3 – Cosa sono le borgate oggi, dove sono le borgate oggi:
«Mai chiamarle “borgate” di fronte agli assessori, ricordarsi che sono “periferie”. […] Anche i preti preferiscono parlare di “parrocchie” o di “settori diocesani”, e i borgatari stessi insorgono “borgatara ce sarà tu’ sorella” o, variante, “in borgata ce stanno li rumeni”».
Slittamenti semantici: “borgata” significava baracca, fango, negli anni Cinquanta e le borgate non sono scomparse, semplicemente si sono spostate «nelle lacune della memoria urbana; al posto degli acquedotti ci sono i ponti sul Tevere e sull’Aniene, o i sottopassi del raccordo anulare. Lì sì che ci vivono gli extracomunitari ultimi arrivati e i più miserabili tra i sans-papiers; pareti tirate su alle meglio con tavoli da ping-pong, tramezzi di eternit, bottiglie di vetro saldate col cemento; frigoriferi senza attacco usati come dispensa, sacchetti dell’AMA appesi ai rami a fungere da armadi. Gli italiani (rarissimi) che si incontrano sembrano di passaggio, o in una corsia d’ospedale.»
Ossia: le borgate esistono ancora, ma sono due cose: quelle che non riconoscereste più e quelle che lo sono diventate ma che restano fuori dalle narrazioni che abbiano in eredità, quelle che ancora una narrazione non ce l’hanno.

4 – Sull’uso della parola
«La parola “borgata”, ritorna, sulla bocca dei suoi abitanti, quando vogliono lamentarsi delle loro condizioni e denunciare l’abbandono: «so’ tanti che vengono a fa ricerche sulle borgate, e io je dico sempre famo a cambio… si volete capì qualcosa delle borgate, ce venite a stà du’ anni e io me trasferisco a casa vostra». […] Borgata diventa allora un nome di solidarietà: «mamma borgata t’ha parato er culo» […] e scatta la nostalgia per quanto tutto non era imbastardito come adesso: quando ci si salutava per le scale e si lasciavano le porte aperte.»

5 – Pasolini, le analisi rovesciate, il pietismo, la legge
«L’appassionata analisi di Pasolini, vecchia di oltre trent’anni, andrebbe rovesciata: non sono le borgate che si stanno imborghesendo, ma è la borghesia che si sta (per così dire) “imborgatando”. […] (“se hai soldi, una bella macchina e un po’ di cocaina, puoi scopare chiunque”, è un motto del carcere ammirato e condiviso da Fabrizio Corona) – al di là dei casi singoli, vige un’effettiva solidarietà strutturale: nel continuum indifferenziato di chi il mondo non sa più vederlo intero, è l’ideologia di quelli che una volta si chiamavano gli esclusi (i lumpen, i sub-culturali) a risultare egemone.»

Nota bene: mappare un luogo è ricopiarne anche le voci, i discorsi, cercando di non distorcerne gli accenti, i contenuti. Non il pietismo, non l’elogio del margine: ogni volta che si vuole fare del colore sul disagio sociale, si smette di raccontare, «Mirella la più grande (quindici anni quasi compiuti) s’è inventata d’essere stata abusata dal proprio stesso padre […] sperava di suscitare interesse e che magari la chiamassero per un reality.»

E la legalità? «I delinquenti sono sempre quelli dell’appartamento di fronte, o dei casamenti vicini, con uno snobismo stupefacente. […] Al vertice dell’antropologia borgatara c’è forse la pulsione suicida di sparire dall’anagrafe, lasciando che il peggio accada senza il minimo tentativo di evitarlo: per superba immobilità, per constatazione atavica, per autolesionismo inconscio travestito da astuzia. […] In borgata la sola forma di fiducia è l’indolenza, il solo pubblico ministero è il fatalismo. [Marcello] è sicuro di scomparire tra le pieghe della legge perché ogni tanto viene assunto in cielo.»

PRECAUZIONI PER L’USO
Questa non è una storia vera, ma potrebbe esserlo
«Quello che avete appena letto è un racconto che ho pubblicato su “Nuovi Argomenti”; ho usato nomi fittizi, calcato le tinte, inventato episodi per garantire alla trama più appeal. Ma la casa esiste, in un angolo di borgata che potrebbe essere tutte le borgate, oltre il raccordo, così lontano dal Centro che i taxi per venirvi a prendere vi sottopongono al terzo grado […]»

Gianfranco, Marcello, Mauro, Bruno, Flaminia, Valeria, Chiara: non esistono, eppure sono realissimi.
Intorno a loro: Eros Ramazzotti, Pietro Taricone, il Grande Fratello, la De Filippi, Zelig – la città dove vivovo non è fatta solo di strade e palazzi, ma anche delle trasmissioni televisive, dei luoghi in cui vorrebbero vivere ma non vivranno mai, delle feste a cui partecipano, ma nelle case in cui non vivono, di quello che non è stato dato ma che si sono presi con forza, «fin che i soldi dell’assicurazione durano (“ancora du’ spicci pe’ compramme ‘na cinta di Cavalli ce l’avemo”)». «La ricchezza è l’unica morale» è il corollario, ma anche l’assioma da cui tutto ha inizio.

ECCIPIENTI
«La cocaina agisce sui recettori della dopamina […] i suoi recettori rimangono “aperti” per qualche frazione di secondo […] costretti a questo superlavoro, molti recettori finiscono per atrofizzarsi e cadere, sicché i pochi che restano non riescono più a captare i piaceri di minore intensità […] ogni piacere, da quel momento in poi, deve essere speziato, sensazionale, clamoroso.»

Tutto è eccessivo ne Il contagio: il sesso, il cibo, la violenza. Anche il caldo stringe d’assedio le borgate, dove tutto è già informe, l’alba è un armistizio, altrimenti non è neanche degna di nota, passa inosservata sotto i recettori sfibrati. Dicono: «si c’è ‘na cosa bella, qui alle Torri, è il panorama» – oltre il pulviscolo delle borgate estreme, un tramonto scenografico stratifica il rosso, ma se ne accorgono solo perché ha i colori di un videogioco, da indiani e cowboy. Le borgate sono uno schermo che rimanda un’immagine fatta di blob televisivi: ma si spegne l’apparecchio, le immagini sono inequivocabilmente girate altrove, il gioco dei rimandi si interrompe, lo schermo è muto e noi forse non sappiamo poi molto della scala A di via Vermeer.

Sara Marzullo è nata a Poggibonsi (SI) nel 1991. Si è laureata in Arti Visive all’Università di Bologna con una tesi sul rapporto tra città e romanzo. Collabora con varie testate, tra cui il “Mucchio Selvaggio”.
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