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Il conte Leinsdorf

Insieme a Flaubert, Robert Musil è il moderno cantore della stupidità umana. Che alimenta guerra e pace, tirannidi e stati democratici con equanime spirito etologico. Basta leggere questo brano da “L’uomo senza qualità” e ricondurre il succo del discorso a ciò che accade nelle piazze, sui giornali, in Rete, sugli scranni e tra i tanti vicoletti del condominio Italia. Il quale non è così diverso da Cacania né Cacania dallo scemo del villaggio globale che si agita in ognuno di noi. Naturalmente in Musil trovate molto altro. Ben altri segreti nasconde (man mano che si voglia avanzare nella lettura) “L’uomo senza qualità”. E’ più che un libro iniziatico. Ma intanto – senza arrivare al cuore segreto degli ultimi capitoli – questo estratto del capitolo 38 (nella traduzione di Anita Rho) rende l’idea di certi comportamenti che conosciamo per averli, almeno qualche volta nella vita, sentiti addosso alle nostre non pur del tutto stupide persone.

da L’uomo senza qualità

di Robert Musil

Il conte Leinsdorf aveva mandato in ogni direzione quegli inviti che dovevano “sollecitare il pensiero”, ma forse non avrebbe avuto così buon successo se un autorevole pubblicista che aveva fiutato qualcosa nell’aria non si fosse affrettato a stampare sul suo giornale due grandi articoli in cui esponeva come proprio suggerimento quell’iniziativa di cui sospettava la formazione. Non sapeva gran che, come l’avrebbe saputo? – ma nessuno se ne accorse, anzi, fu proprio quell’ignoranza che gli ispirò parole d’effetto irresistibile.

Fu lui l’inventore dell’espressione “l’anno austriaco” intorno a cui scrisse le sue colonne senza sapere che cosa intendesse dire, ma con frasi sempre nuove, così che quelle parole si intrecciarono come un sogno con altre parole e si misero in moto e suscitarono un entusiasmo prodigioso. Sulle prime il conte Leinsdorf inorridì, ma a torto. La frase “l’anno austriaco” rivela che cos’è il genio giornalistico, perché l’istinto giusto aveva coniato quell’espressione. Essa faceva vibrare corde che alle parole “il secolo austriaco” sarebbero rimaste mute, mentre l’esortazione a collaborarvi sarebbe apparsa alle persone di buon senso un’idea da non prendere sul serio. Perché sia così è assai difficile dire. Forse una certa immaginosità e imprecisione, che distrae più che mai il pensiero dalla realtà, dava ali non soltanto al sentimento del conte Leinsdorf. L’imprecisione infatti ha il potere di elevare e di ingrandire.

A quanto pare, il brav’uomo pratico e realista non ama affatto la realtà e non la prende sul serio. Da bambino si caccia sotto il tavolo, quando i genitori non sono in casa, per dare alla stanza con quel trucco semplice e geniale un’atmosfera avventurosa; da ragazzo si strugge di possedere un orologio d’oro; da giovanotto con orologio d’oro sogna una donna assortita all’orologio; da adulto con orologio e donna sogna una posizione elevata; e quando è felicemente venuto a capo di questo piccolo cerchio di desideri e vi oscilla dentro tranquillo come un pendolo, si direbbe che la sua riserva di sogni inappagati non sia diminuita per niente. Infatti quando vuole uscire dalla realtà quotidiana, adopera una similitudine. Siccome la neve qualche volta lo infastidisce, la paragona a candidi seni femminili, e appena i seni di sua moglie incominciano ad annoiarlo li paragona a candida neve; sarebbe spaventatissimo se i capezzoli le si trasformassero a un tratto in becchi di colombe o in coralli incastonati, ma la similitudine poetica lo inuzzolisce. È capace di mutare ogni cosa in qualunque altra cosa – la neve in epidermide, l’epidermide in fiori di mandorlo, i fiori di mandorlo in zucchero, lo zucchero in cipria e la cipria daccapo in neve – perché l’unica sua preoccupazione è di trasformare una cosa in un’altra cosa che non è, e questo dimostra che egli non può resistere a lungo in nessun luogo dove si trova.

Soprattutto poi nessun vero cacanese riusciva a starsene per un pezzo col cuore in Cacania. Se gli avessero mai imposto un “secolo austriaco” gli sarebbe sembrato un castigo infernale a cui gli chiedessero di sottomettere sé e il mondo con un ridicolo sforzo volontario. Tutt’altra cosa invece era un “anno austriaco” Questo voleva dire: dimostriamo una buona volta di che cosa siamo capaci; ma, per così dire, con facoltà di revoca, e al massimo per un anno. Se ne poteva avere l’idea che si voleva, tanto non era per l’eternità, e andava al cuore, non si sapeva come. L’amor di patria diventava una cosa viva.

Così avvenne che il conte Leinsdorf riportò un successo inaspettato. Anche lui in principio aveva concepito la sua idea come una similitudine poetica, ma in più gli era venuta in mente una serie di nomi, e la sua indole morale aspirava a uscire dall’inconsistenza; aveva la netta convinzione che bisogna guidare la fantasia del popolo, ossia del pubblico, come disse a un giornalista che gli era devoto, verso una meta chiara, ragionevole, sana e collimante con le autentiche mete dell’umanità e della patria. Questo giornalista, spronato dal successo del collega, prese subito nota; e avendo sul predecessore il vantaggio dell’informazione diretta, era perfettamente nella tecnica del suo mestiere che egli proclamasse in caratteri cubitali “Notizie da fonti autorevoli”; e questo appunto il conte Leinsdorf s’aspettava da lui, perché Sua Signoria ci teneva a non essere un ideologo ma un seguace sperimentato della Realpolitik, e voleva che fosse tirata una sottile linea di demarcazione fra l’anno austriaco di una sagace mente giornalistica e quello dei prudenti circoli responsabili.

A tale scopo adottò la tecnica bismarchiana, che di solito non amava prendere a modello, di mettere le vere intenzioni in bocca ai giornalisti, per poterle riconoscere oppure negare, secondo le esigenze del momento.

Ma mentre agiva con tanta cautela, non aveva pensato una cosa. Infatti non esclusivamente un uomo come lui vedeva la verità, la cosa di cui abbiamo bisogno, ma innumerevoli altri si credono capaci di tanto. Quest’illusione si potrebbe addirittura definire una forma solidificata dello stato descritto innanzi, in cui si usano ancora metafore. In un certo momento se ne perde la voglia, e molti degli uomini in cui rimane una scorta di sogni definitivamente insoddisfatti si creano un punto fisso su cui appiccan lo sguardo, come se di lì dovesse aver principio un mondo che resta loro dovuto.

Poco tempo dopo che i giornali ebbero diffuso le informazioni avute da lui, Sua Signoria credette già di osservare che in ogni individuo senza denaro vive, in compenso, un settario poco simpatico. Questo pervicace uomo nell’uomo va alla mattina in ufficio e non potendo protestare efficacemente contro l’andamento del mondo, si contenta di non staccar più lo sguardo da un punto segreto di cui nessuno vuole accorgersi, sebbene sia chiaro che di lì ha origine tutta l’infelicità umana che non ha ancora trovato il suo salvatore. Tali punti fissi, in cui il centro d’equilibrio di una persona coincide con il centro d’equilibrio del mondo, possono essere ad esempio una sputacchiera con un coperchio facile a scattare, o l’abolizione delle saliere nei ristoranti per evitare che prendendo il sale col coltello si diffonda il flagello della tubercolosi, o l’adozione di un nuovo sistema di stenografia che con l’impareggiabile risparmio di tempo risolve su due piedi anche la questione sociale, oppure la conversione a un regime di vita conforme alla natura per reprimere la barbarie imperante, o magari una teoria metapsichica dei movimenti celesti, la semplificazione dell’apparato amministrativo e la riforma della vita sessuale. Se le circostanze gli sono propizie l’uomo s’aggiusta scrivendo un bel giorno sul suo punto fisso un libro o un opuscolo o almeno un articolo di giornale, e cioè inserendo a verbale la sua protesta negli atti dell’umanità,

il che è un gran sedativo, anche se nessuno lo legge; di solito però attira due o tre lettori, i quali assicurano all’autore che egli è un nuovo Copernico, dopo di che gli si presentano come dei Newton incompresi. Quest’uso di cercarsi reciprocamente i punti fissi tra il pelo è molto benefico e diffuso, ma il suo effetto non è durevole; perché dopo un po’ i sodali si bisticciano e rimangono di nuovo soli come prima; ma può anche succedere che qualcuno raccolga intorno a sé un piccolo cerchio di ammiratori, i quali con forze riunite accusano il cielo che non dà sufficiente appoggio a quel figlio consacrato. E se da altezze incommensurabili cade a un tratto su quegli agglomerati di punti fissi un raggio di speranza – come accadde quando il conte Leinsdorf fece annunziare pubblicamente che l’anno austriaco, se doveva esserci, il che non era ancora detto, avrebbe però dovuto essere in armonia con i veri scopi dell’esistenza – essi lo accolgono come i santi a cui il Signore invia un’apparizione.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
5 Commenti a “Il conte Leinsdorf”
  1. Lorena Melis scrive:

    “essere in armonia con i veri scopi dell’esistenza”
    Sono quasi certa che persino queste semplici parole possano diventare la miccia di un interminabile conflitto

  2. Alfio Squillaci scrive:

    Indimenticabile libro letto tutto d’un fiato nelle vacanze di Natale del 1980, quando la mia vita futura mi appariva con le stesse attrattive e insensatezze delle cartelle del conte Leinsdorf… (a proposito del parallelo con Flaubert esiste un saggio sulla stupidità di Musil, che riprende il testo di una sua conferenza sull’argomento, edito da Shakespeare & Co, negli anni ’80)

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